VINCERE!

VINCERE! Non è uno scherzo. Scritto così, urlato così, sulla prima pagina del quotidiano Libero. Oggi è quindi il giorno della seconda marcia su Roma. Quella del popolino della Libertà. E stasera aspettiamoci gli altri slogan, dalla “folla oceanica” in giù. Madonna che tristezza.

Il miraggio della scuola di Straelen

I traduttori sono gli artisti più misconosciuti di tutti. Anita Rho, Ervino Pocar, Giulia Arborio Mella: chi sono costoro? Eppure è grazie a loro se la gran parte dei lettori italiani – cioè quelli che non fruiscono le opere dei grandi scrittori internazionali in lingua originale – ha imparato ad apprezzare e amare Robert Musil, Franz Kafka e Vladimir Nabokov.

In genere il nome di un traduttore non è stampato sulla copertina di un libro, ma bisogna cercarlo all’interno, qualche volta persino con la lente d’ingrandimento. È un nome che si dimentica in fretta perché nascosto da quello dell’autore. Un lavoro oscuro e decisamente ingrato, quello del traduttore. Per giunta non sempre retribuito come merita e perciò praticato anche nei ritagli di tempo concessi da impieghi considerati più stabili. Si tratta in ogni caso di un lavoro indispensabile, al quale non dobbiamo soltanto la possibilità di entrare in contatto con i frutti più scelti dell’ingegno letterario, bensì anche l’amministrazione dei molteplici ambiti che ormai ci legano (e ci legheranno sempre di più) ad entità territoriali e culturali diverse dalle nostre.

Ora, al pari di ogni zona di confine, il Sudtirolo è una terra che sarebbe impensabile (e anche ingovernabile) senza il contributo offerto dai traduttori. Dunque qui, più che in altri luoghi, il loro ruolo dovrebbe essere maggiormente apprezzato e soprattutto si dovrebbe poter pensare all’esistenza di una vera e propria “scuola”, una sorta di accademia permanente e diffusa grazie alla quale affinare e approfondire il senso di una specialità che potremmo dichiarare pienamente “nostra”. Il Sudtirolo come terra di grandi traduttori, insomma, non solo di bravi sciatori.

Purtroppo una scuola del genere ancora non esiste. Traduciamo ovviamente molto (anche se non sempre bene), ma più per dovere che per piacere. Non a caso si parla dell’“obbligo” del bilinguismo, quasi mai della “gioia” del plurilinguismo. A maggior ragione è importante così segnalare ed evidenziare le eccezioni positive. Quella di Stefano Zangrando, per esempio. Un giovane traduttore bolzanino che ci ha regalato splendide versioni italiane di Peter Handke e Ingo Schulze. Proprio l’edizione italiana di uno degli ultimi libri di Schulze (“Adam e Evelyn”, Feltrinelli 2009) gli ha consentito pochi giorni fa di vincere a Roma il premio italo-tedesco per la traduzione letteraria e un soggiorno di perfezionamento presso la Scuola superiore di traduzione di Straelen. E Straelen, per l’appunto, non si trova in provincia di Bolzano, bensì nella regione tedesca del Nord Reno-Westfalia. Molto lontano da qui.

Corriere dell’Alto Adige, 20 marzo 2010