Requiem per AT

Apprendo con tristezza della morte di Antonio Tabucchi. Sono affezionato a questo scrittore – pisano di nascita, ma lusitano d’adozione – perché nel 1994, mi trovavo a Bologna in un periodo molto importante per la mia vita, lessi alcune delle sue pagine che più mi restituiscono, ancora oggi, il sapore di quel tempo. Poi ho smesso di seguirlo, confesso, e mi pare anche che la qualità della sua scrittura sia andata calando (in questo senso l’impegno politico, il suo antiberlusconismo militante, non gli ha fatto bene, rendendolo solo una delle voci tra le tante, perlopiù inutili, che si sono scagliate invano contro quel tristo personaggio). Stasera vorrei comunque ricordarlo con un breve racconto – che poi è soprattutto una straordinaria lettera d’amore – contenuto nel libro “I volatili del Beato Angelico” (Sellerio, 1987). Addio, Antonio.

La notte, in queste latitudini, cala all’improvviso, con un crepuscolo effimero che dura un soffio, e poi è buio. Io devo vivere soltanto in questo breve spazio di tempo, e per il resto non esisto. O meglio, ci sono, ma è come se non ci fossi, perché sono altrove, anche lì, dove ti ho lasciata, e poi dappertutto, in tutti i luoghi della terra, sui mari, nel vento che gonfia le vele dei velieri, nei viaggiatori che attraversano le pianure, nelle piazze delle città, con i loro mercanti e le loro voci e il flusso anonimo della folla. E’ difficile dire come è fatta la mia penombra, e che cosa significa. E’ come un sogno che sai di sognare, e in questo consiste la sua verità: nell’essere reale al di fuori del reale. La sua morfologia è quella dell’iride, o meglio delle gradualità labili che già non sono più mentre sono, come il tempo della nostra vita. Mi è dato di ripercorrerlo, questo tempo che più non è mio e che è stato nostro, ed esso corre svelto all’interno dei miei occhi: così rapido che io vi scorgo paesaggi e luoghi che abbiamo abitato, momenti che abbiamo diviso, e anche i nostri discorsi di un tempo, ricordi?, parlavamo dei parchi di Madrid e di una casa di pescatori dove avremmo voluto vivere, e dei mulini a vento, e delle scogliere a picco sul mare una notte d’inverno quando mangiammo il pancotto, e della cappella con gli ex-voto dei pescatori: madonne dal volto di popolane e naufraghi come burattini che si salvano dai flutti attaccandosi a un raggio di luce piovuta da cielo. Ma tutto questo che mi passa dentro gli occhi, e che io pure decifro con esattezza minuziosa, è così rapido nella sua inarrestabile corsa che è solo un colore: è il malva del mattino sull’altopiano, è lo zafferano nei campi, è l’indaco di una notte di settembre, con la luna appesa all’albero sullo spiazzo di fronte alla vecchia casa, l’odore forte della terra e il tuo seno sinistro che io amavo con maggiore intensità, e la vita era lì, placata e scandita dal grillo che abitava accanto, e quella era la notte migliore di tutte le notti, perché era una notte liquida, come la polpa di un’albicocca.  Nel tempo di questo infinito minimo, che è l’intervallo fra il mio ora e il nostro allora, ti dico arrivererci e fischietto Yesterday e Guaglione. Ho posato il mio pullover sulla poltrona accanto alla mia, come quando andavamo al cinema e aspettavo che tu tornassi con le noccioline.

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