Trentini cretini

Oreste Baratter (poi Baratieri)

Noi italiani d’Italia (scrivo così per distinguermi dagli altoatesini, ma lo faccio con una venatura d’ironia, spero lo si capisca) abbiamo un pregiudizio nei confronti degli abitanti di Trento. Pensiamo cioè che siano fondamentalmente dei cretini. La colpa – azzardo – sarà dell’irritante scioglilingua che impariamo da piccoli: trentatre trentini entrarono a Trento tutti e trentatre trotterellando. Non è inevitabile qualificare un gruppo di persone che entra in città al trotto come un gruppo di stupidi?

Ripensavo a quel mio pregiudizio e ai rischi che si corrono incontrando un documento (cavato da QUI, cioè da un blog anche interessante, che ho intenzione di seguire) come quello che trascriverò (commentandolo) di seguito. Certo, la speranza è che non ci siano molti trentini a pensarla come la pensa l’autore di questo scritto. Mi accontenterei insomma se ce ne fossero soltanto altri 32.

Ecco il testo (in neretto) e i miei commenti:

È giusto accommunare gli italiani di Bolzano ai Trentini?

Questo è il titolo. Quindi, come si vede, si parte già male. Un titolo che ovviamente suona retorico (l’autore pensa che non sia giusto). È dunque un’ingiustizia accomunare gli italiani di Bolzano ai Trentini. Non si può fare. Non lo si deve fare. Occorre negare questa loro “comunione”. Trovare la differenza specifica. Anche se per adesso sfugge quasi interamente il motivo che presiede a un simile sforzo.

Il filosofo Umberto Segre scriveva negli anni Sessanta che a Bolzano non esistono due soli gruppi linguistici, bensì tre: tedeschi, italiani e trentini. Una differenza che non era sfuggita ad un attento studioso della realtà sudtirolese quale era Segre.

Stimo molto Umberto Segre. Ma possibile che abbia parlato davvero di ” tre gruppi linguistici”? Possibile che esista il gruppo linguistico “trentino”? E allora perché non rintracciare a Bolzano anche il gruppo linguistico “molisano” e quello “campano”? Quello “ligure” e quello “emiliano”?

In effetti da tempo si discute sulla necessità di operare una netta distinzione tra italiani di Bolzano e trentini residenti nella provincia sudtirolese, soprattutto se il raffronto è riferito al cosiddetto “disagio” che sembra caratterizzare il gruppo di lingua italiana.

Ecco. Da tanto tempo si discute sulla “necessità” (addirittura!) di operare (chirurgicamente?) una netta (ci mancherebbe) distinzione tra italiani di Bolzano e trentini residenti nella provincia sudtirolese (si badi: alla netta distinzione tra trentini e sudtirolesi c’aveva per fortuna pensato qualcun altro coniando il famoso motto Los von Trient e ancora prima quelli che volevano affermare il Los von Innsbruck). Ma perché dovremmo operare in tal senso? Per raggiungere cosa?

Le differenze storiche, politiche, sociali tra i due gruppi sono evidenti. Gli italiani di Bolzano, a differenza dei trentini, immigrarono nella regione a partire dagli anni Venti, rispondendo a quel tentativo del regime fascista di “nazionalizzare” il Sudtirolo.

Fantastico. Secondo il sofisticato autore di questo pezzo, il tentativo di “nazionalizzare” il Sudtirolo è stato compiuto dagli immigrati italiani nella regione “a partire dagli anni Venti”. La responsabilità è loro. Sul tentativo invece fortemente portato avanti dai trentini (dopo la seconda guerra mondiale) di includere i tirolesi di lingua tedesca all’interno di una regione (il nome Odorizzi ricorderà pur qualcosa a qualcuno?) a maggioranza “italiana” (ebbene sì) si stende un velo pietoso. Forse che una tale “regionalizzazione” non assomiglia, in piccolo, a un’autentica “snazionalizzazione”? E quando Magnago, a Sigmundskron, pronunciò il suo famoso discorso, il bersaglio polemico non erano forse proprio i trentini? Ma no, figuriamoci. La responsabilità di tutto è sempre di quei cattivoni di italiani di Bolzano (i quali generalmente neppure venivano consultati per discutere sugli affari della regione…).

Il fenomeno interessò anche un certo numero di trentini, ma solo marginalmente: a meno che non  si considerino “trentini” anche personaggi come il Tolomei, la cui famiglia era approdata in regione dalla Toscana.

Tolomei non era trentino (cioè Welschtiroler). Ci mancherebbe! Era toscano! Fosse stato un vero roveretano non avrebbe mai e poi mai pensato di fare quello che poi purtroppo si è messo a fare. Sarebbe diventato un bravo suddito della doppia monarchia e manco morto si sarebbe messo a cambiare i nomi alle città, ai paesini, alle vie, ai ruscelli e ai sassi della nostra terra. Ma aveva gli antenati toscani. E questo spiega tutto.

Inoltre in Sudtirolo, in particolare nell’Unterland, esiste una notevole fetta di popolazione che si esprime nella parlata trentina e tirolese e che da sempre svolge un importantissimo ruolo di cerniera fra mondo di lingua tedesca ed italiana.

 Eh, da sempre. Da sempre no. L’Unterland, per esprimerci con le parole di Poldi Steurer, è anche sempre stato un Kristallationspunkt nationaler Konflikte. E Rainer Seberich ci ha mostrato molto bene come – anche ben prima del 1918 – da quelle parti infuriasse un’autentica battaglia per affermare nelle coscienze dei bambini (mediante la politica scolastica) la supremazia di una lingua sull’altra. Alla faccia della cerniera e della musica di pifferi che s’immagina il nostro amico “trentino”.

I trentini, a differenza degli italiani di Bolzano, hanno sempre manifestato una forte vocazione autonomista (ricordiamo le grandi manifestazioni dell’ASAR nel secondo dopoguerra) e nel contempo possono vantare storia e radici comuni con la popolazione sudtirolese. 

Anche i siciliani, se è per quello, hanno sempre manifestato una forte vocazione autonomista (ricordiamo le grandi manifestazioni del MIS, Movimento Indipendentista Siciliano, tra il 1943 e il 1951), ma non per questo possono vantare storia e radici comuni con la popolazione sudtirolese. È forse possibile affermare che esiste una larga maggioranza della popolazione trentina che anela a una maggiore comunione con la popolazione di lingua tedesca del Südtirol? O non siamo qui magari di fronte al tentativo di ritoccare un po’ la storia mediante quel collaudato stratagemma dell’invenzione della tradizione? Poi, certo, affinità esistono eccome (e nessuno lo nega). Ma è quel ridicolo retrogusto di “una fazza una razza” (ein Gesicht, eine Rasse) che stona parecchio e ci rende sospettosi.

A questo punto una domanda è d’obbligo: è giusto accomunare i trentini agli italiani di Bolzano e disconoscerne le peculiarità storiche, politiche e sociali? 

Alla domanda (d’obbligo: ma perché d’obbligo? Chi l’ha obbligato a farsela, quella domanda?) cerchiamo di fornire una risposta: non dobbiamo disconoscere nulla, ma neppure enfatizzare troppo delle differenze che (se per l’appunto venissero enfatizzate) porterebbero a travisare la realtà: altoatesini e trentini sono oggi abitanti di un territorio comune e bisognoso di maggiore integrazione tra le sue componenti umane. Un tale obiettivo non lo si raggiunge cianciando di differenze ontologiche (etniche) e dunque difficilmente superabili tra individui che potrebbero altresì essere “confusi” da mille altri punti di vista. L’articolo che ho citato (e commentato) rappresenta un deteriore esempio di etno-regionalismo su base inter-etnica (già una mostruosità), redatto mediante l’invenzione di un’etnia fittizia (quella trentina) e sulla colpevole neutralizzazione (mista a disprezzo) di una importante fetta della popolazione locale (cioè gli italiani di Bolzano). Se l’Euregio deve nascere su questi presupposti sarebbe proprio una trotterellante cretinata.

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23 thoughts on “Trentini cretini

  1. Der Autor sieht die Gefahr dass die Italiener in Südtirol durch Trentiner unterwandert werden. Diese könnten dann den Disagio abbauen und eine autonomiefreundliche Gesinnung zu indoktrinieren.

    Natürlich hat es der Autor frühzeitig erkannt und sieht die Notwendigkeit hier Klarheit zu schaffen.

    Die Italianità in Südtirol wurde wieder einmal gerettet.

  2. Differenze tra trentini ed altoatesini? Esistono, seppur solo per certe percezioni e sensibilità. Mi limito a considerare come tra gli altoatesini, che certo non amano esser loro accostati, il pregiudizio nei confronti dei trentini mi sembri in genere ancor più vivo di quello degli “italiani d’Italia” cui accenni. Vuoi per sospetti di intelligenza col “nemico”, vuoi per invidia nei confronti del radicamento del vicino, oppure ancora per erigere l’ennesimo (invero artificioso) campanile, per soddisfare quel certo nostro atavico bisogno. Che ad un livornese certo non sfugge 😉

  3. Siamo gli autori del blog “austriaci d’Italia”, ovvero quei “cretini” di trentini come ci hai definiti.
    Sinceramente non riusciamo a comprendere l’astio e i toni offensivi che hai usato nei nostri confronti e dei partecipanti al forum di discussione. Siamo convinti dell’utilità del confronto civile, ma pensiamo che tutto questo debba avvenire entro i limiti del rispetto reciproco. Con quella parola così offensiva ti qualifichi da solo, senza ulteriori presentazioni…
    Ad ogni buon conto la tua analisi, ricca di dotte citazioni (ma questo non basta a renderla autorevole), è in parte condivisibile, ma viziata da un grave limite: quello di considerare il rapporto fra trentini (tirolesi di lingua italiana) e tirolesi di lingua tedesca in un arco di tempo limitato al dopoguerra, mentre sono innegabili gli ottimi rapporti che contraddistinguevano i vari gruppi linguistici prima dell’avvento del nazionalismo.
    La tua posizione, per certi aspetti radicale, rispecchia il tipico atteggiamento di una parte di italiani che – al pari del Tolomei – pur essendo ormai di terza o quarta generazione, non accettano l’integrazione e non vogliono riconoscere il valore aggiunto della diversità, che non è – come dici tu “etno nazionalismo” (noi siamo per l’integrazione e non per l’esclusione) – ma semplicemente riappropriazione di una identità che ci è stata scippata dal fascismo e che non può coincidere per forza di cose con quella degli “Italiani d’Italia” o gli “Italiani di Bolzano”.
    Se essere “cretini” significa essere antifascisti, rifiutare i simboli del nazionalismo (purtroppo tanto cari a una parte degli italiani del Sudtirolo), inorridire di fronte al rifiuto di due consiglieri comunali italiani di partecipare alla consegna della cittadinanza onoraria di Bolzano all’antinazista Franz Thaler (con questi come la mettiamo?); se essere “cretini” significa smarcarsi dalle tentazioni padane dei veri “etnonazionalisti” della Lega nord e dalle tendenze estremiste della Destra tedesca, valorizzando nel contempo la cultura mitteleuropea dei trentini, ebbene chiamaci pure “cretini” e rimani a contemplare il tuo buon Baratieri. Per noi resterà sempre e comunque Baratter.

  4. oreste baratieri, nato a condino nel 1841, morto a vipiteno nel 1901. la famiglia si chiamava baratter; il giovane “italiano” lo cambiò in baratieri. fu a fianco di garibaldi nella spedizione dei mille; alla carriera militare affiancò quella politica, venendo eletto deputato nei primi parlamenti italiani. nel 1891 fu nominato governatore dell’eritrea, da dove mosse guerra alle tribù abissine. fu uno dei maggiori responsabili della disfatta di adua, il 1. marzo 1896, che causò 7000 morti, 1500 feriti e 3000 prigionieri all’esercito italiano.

    baratieri subì un processo per avere abbandonato i suoi soldati. fu assolto, anche se giudicato del tutto inadatto ai ruoli di comando. in seguito ottenne diverse onorificenze.
    rovereto, borgo valsugana e probabilmente altre città hanno dedicato una strada a questo “eroe” trentino.

  5. @ gadilu
    anni a lessi un bel libro sulla battaglia di adua, scritto da un giornalista della “stampa”, ma non ricordo né il nome né il titolo: lo posso ritrovare nella biblioteca di mio padre, che me lo aveva consigliato. poco dopo mi informai meglio su questo baratieri, essendo lui di origine trentina. chiesi ai colleghi di trento se vi fossero strade intitolategli e ottenni le risposte che sai.

    trovo curioso questo vizio dell’italia di dedicare strade e piazze a personaggi che non lo meriterebbero. l’esempio più eclatante: cadorna. l’abbiamo anhe a blzano una bella via cadorna. dopo la disfatta di caporetto e la prima guerra mondiale era una delle persone più odiate in italia. molte tombe di soldati caduti in guerra portavano scritte contro di lui. cadorna fu riabilitato (non a caso) dal fascismo. oggi viene ricordato come generale valoroso; il fatto che abbia andato al macello i propri soldati è sconosciuto ai più.
    cadorna e baratieri: siamo un paese che esalta i propri carnefici.

  6. und nicht vergessen:
    Der Vater von Oreste Baratter, Domenico Baratter war aus Vallarsa/Brandtal (Zimbern).
    Er hatte die Südgrenze von Tirol gegen die Italiener verteidigt…… Ironie?

  7. Bene, sei riuscito ad inimicarti anche qualche trentino, vedo… Ora non ti resta che andare dagli Ampezzani e raccontargli che loro in Veneto ci stanno bene e che se vogliono tornare in Sudtirolo per ricucire in parte il torto a loro inflitto dal fascismo è solo per un loro “razzismo infantile” nei confronti degli italiani. Poi vai al Nord e gli spieghi che in realtà loro sono eschimesi di nazionalità svizzera e con una spolverata di cannella; che il Tirolo non è mai esistito e che sono solo dei razzisti, sempre nei confronti italiani, ed il cerchio si chiude.

    Non capisco perchè OGNI volta devi irritarti quando qualcuno si interroga sulla propria storia e sulla propria storiografia.
    Ti senti forse chiamato in causa? Non capisci che tu con gli “italiani di Bolzano” non hai davvero NULLA a che spartire?
    1- non abiti a Bolzano e non ci hai vissuto
    2- non conosci (bene) Bolzano
    3- non ti sei trasferito durante il fascismo
    4- non hai mai sofferto disagio
    5- hai sempre considerato la differenza un valore
    6- sai il tedesco
    7- sai la storia
    Perchè vuoi difenderli a tutti i costi?

    Su alcune cose però devo darti ragione. Etnie, tratti somatici e compagnia bella è meglio lasciarli stare: sono concetti che denotano un certo razzismo di ritorno e che non possono che far regredire la discussione, che pure era partita bene. Adesso fra un po’ saremo costretti a rileggere dell’ “angolo facciale”! Ma questo è il punto: non ha senso scagliarti contro gli autori di una riflessione tutto sommato calzante, ma semmai contro le sue derive razziste.
    Dì la verità? te la ricordi ancora la scritta degli Ultrà del Bolzano (stranamente fascisti) su ponte Roma? “Grazie a Dio non sono Trentino”, diceva. Tu sei veramente convinto che per quanto riguarda il rapporto con il prorpio territorio e la sua storia non esista alcuna differenza tra bolzanini e trentini o ci stai solamente prendendo per il culo?

  8. Che ci sia una differenza tra sudtirolesi di lingua italiana a seconda della loro provenienza non è niente di nuovo. L’immigrazione dai territori limitrofi, a sud dal Trentino ed a est dal Cadore, Comelico o Ampezzo c’è sempre stata. Sono territori simili per morfologia e tradizioni, non sempre baciati dal benessere, che hanno indotto spesso i loro abitanti a trasferirsi altrove. Non solo in Sudtirolo, ma spesso anche in Carinzia, Tirolo del Nord e Vorarlberg. Sono persone che in genere si sono ben integrate nel tessuto sociale preesistente. Dopo alcune generazioni i loro nipoti conservano solamente il cognome e poco della lingua dei loro avi, fenomeno dovuto ai matrimoni misti ed ad una cultura che non ha considerato la conoscenza di una seconda lingua quale un valore aggiunto.
    Sono molti i fattori da considerare: il periodo storico d’immigrazione ed il luogo di destinazione in comuni di piccoli o di grosse dimensioni. Nei centri più piccoli il processo d’integrazione è avvenuto nel giro di due generazioni, in quelli più grandi nei quali la comunità di lingua italiana faceva gruppo a sé, tutto ciò è stato più difficile. Nei comuni più grandi gli amministratori comunali d’origine trentina si sono forse distinti per moderare i toni a livello di conflitto etnico, ma per il resto non mi sembra che siano stati molto diversi rispetto agli altri provenienti dalla Dalmazia, dall’Istria, dal Friuli o d’altrove. A Bressanone i vice sindaci che si sono succeduti finora, sono stati spesso di origini trentine.: nonesi, solandri o del Primiero. Fino ad ora mi è sembrato che pur difendendo gli interessi della comunità di lingua italiana, essi lo avessero fatto senza esasperare i toni. Ma per il resto sono stati e vanno giudicati per il loro operato e basta. Il senso di appartenenza al territorio, la “Heimat” è un concetto che deve andare avanti di pari passo insieme alle altre comunità linguistiche. Qui forse i sudtirolesi di lingua italiana con origini trentine hanno meno difficoltà, ma sta anche a loro contribuire o meno a questa evoluzione.
    Nella comunità di lingua italiana non tutti sono disposti a compiere questo percorso che comporta compromessi e cambiamenti.
    Su temi quali la toponomastica si può notare la differenza tra le due realtà trentina/sudtirolese di lingua italiana. Voglio fare un esempio: se si consultano i calendari delle gite in montagna delle sezioni o sottosezioni della Sat o Sosat molto spesso le mete delle loro gite in Sudtirolo indicano il toponimo della cima in lingua tedesca; i calendari delle gite in montagna delle sezioni del CAI Alto Adige indicano le cime con la sola denominazione in italiano. Simili esempi se ne trovano in altri contesti.
    Sul tema dei nazionalismi che ha toccato entrambe realtà territoriali, il discorso è più lungo. In Trentino sul tema della grande guerra, si sono fatti grossi passi avanti. Quel che mi ha colpito di questo difficile periodo storico, non sono stati solamente i caduti in guerra, ma la deportazione di una considerevole parte della popolazione civile del Trentino in campi di internamento in Boemia, Moravia o nel salisburghese (Katzenau).

  9. Grazie Sandro per i tuoi contributi al solito diretti all’essenziale.

    Più in generale, sono molto soddisfatto del mio pezzo “Trentini cretini”. Il cretinismo che intendo io è sempre quello: la prevalenza del pregiudizio sulla molteplicità del reale. Non esistono, per fortuna, 33 trentini trotterellanti. Ma non esistono neppure 100.000 altoatesini tutti uguali, tutti fascisti. E soprattutto: non esiste un’etnia (sigh!) trentina contrapposta a un’etnia altoatesina. Il mio intervento su quel blog di amici trentini voleva solo metterli in guardia dal coltivare l’ontologismo (noi siamo così, gli altri sono cosà) che ha costituito in larga parte il motivo della fine dell’antico Tirolo. Sarebbe veramente grottesco cercare di rimettersi a riparare i cocci di quell’unità infranta usando la peggiore colla che c’è sul mercato: quella dell’essenzialismo.

  10. I Baratter, uno filo-italiano e l’altro filo-austriaco…
    Come i fratelli Filzi. Uno, il più noto, impiccato per tradimento, l’altro persino volontario austroungarico.

    C’è da impazzire! Discutiamo fin che vogliamo, ma noi, per motivi anagrafici, non potremo capire tutto fino in fondo. Certe cose bisogna averle vissute sulla pelle e noi, al massimo, potremo leggere montagne di libri. Niente di più.
    Quindi anche giudicare diventa arduo.

  11. Sul fatto che il nazionalismo abbia contribuito allo sfaldamento dell’Impero e del Tirolo storico è sicuramente vero. Più difficile è capirne la reale portata.
    Sicuramente nei maggiori centri del trentino era presente un’elite di patrioti italiani irredentisti e nazionalisti; ma sicuramente nelle valli la quasi totalità della popolazione era fedele all’impero. E Dio sa quanti racconti ho sentito di gente che ha pianto nel 1918.
    Solo che la maggioranza era contadina, conservatrice e religiosa; e soprattutto non scriveva articoli, nè libri e non inscenava provocazioni o atti di protesta.
    Quindi oggi fare una sorta di storia delle idee nazionaliste nel Tirolo, italiano e nono, è un’operazione rischiosa.
    Riguardo al sentimento anti-italiano in Sudtirolo, sappiamo, ad esempio, che alcuni scrittori nazionalisti tedeschi non distinguevano tra Trentini e Italiani; ma sappiamo anche che l’accoglienza reale nelle singole comunità di manodopera proveniente dal Trentino fu molto buona.
    Comunque riguardo ai Trentini io non li ho mai considerati cretini, ma semplicemente gente frugale, laboriosa e puntigliosamente onesta. Sarà che io ne ho conosciuti già prima di aver sentito la filastrocca…

  12. soprattutto non scriveva articoli, nè libri e non inscenava provocazioni o atti di protesta…

    …. sie konntenaber lesen und schreiben… was man von den südlichen Kulturbringer nicht so behaupten konnte…

    Italien (1881) 47.74% Analphabeten
    Deutsch.land (1884) 1.27% Analphabeten

    2005
    “Quasi sei milioni di analfabeti e il 66% degli italiani è a rischio” aus der Online-Ausgabe von La Repubblica.
    http://www.alphabetisierung.de/presse/presseschau/sechs-millionen-analphabeten-in-italien.html

    La vita e bella…. W l´Italia… lalllalllaaa

  13. Dai, Lorenz… mi rompi le uova nel paniere. Volevo sottolineare il fatto che la maggioranza delle persone delle classi più umili non lasci documenti importanti, oggi come ieri, indipendentemente dal fatto di saper leggere o meno. E che quindi la storia delle idee prescinda spesso dalle convinzioni della maggior parte della popolazione.
    Mia nonna era solandra e so come funzionasse la scuola da quelle parti… e tu arrivi quì solo per dire a Gadilu che gli italiani sono analfabeti…

  14. @fabius

    Dappertutto nell’Impero il nazionalismo sfegatato era portato avanti dalla minoranza borghese, pensa solo alla Boemia, dove lo scontro tra cechi e tedeschi arrivò a livelli molto più violenti che in Tirolo dopo la forte industrializzazione di metà ‘800 e conseguente sviluppo di una borghesia degli affari di lingua ceca. Come un pò dappertutto le masse contadine erano pie (tenute buone dalla Chiesa cattolica), laboriose (c’erano alternative?), devote all’Imperatore e alfabetizzate a livello elementare grazie alla buona politica scolastica austro-ungarica. Mentre invece in Calabria al momento dell’unità d’Italia il 90% era analfabeta, però in Piemonte la percentuale era “solo” del 47%. Na und?
    Sono tutte cose che si sanno, così come si sospetta che se l’Italia avesse adottato il federalismo di Cattaneo probabilmente sarebbe un paese migliore. Ma forse le idee di Cattaneo erano troppo avanzate per l’epoca, magari sarebbe bastato attenersi alle proposte di Napoleone III di costituire tre regni, nord, centro e sud, invece di copiare la Francia con il suo centralismo forsennato, quindi forse l’Italia non si sarebbe avventurata in assurde avventure coloniali, forse niente 1^ guerra mondiale e niente fascismo. Se,se …forse, forse. Diciamo che è andata così.
    Quanto alla ricerca di radici anteriori al 1918, forse bisognerebbe prendere esempio dalla Lega Nord, che ha esordito con i Celti, le ampolle d’acqua del dio Po , Pontida e la battaglia di Legnano, ha proseguito con Miss Padania ed è finita saldamente insediata sulle poltrone ministeriali di Roma ladrona, e attualmente è il più saldo pilastro di questo incubo di governo.
    Per non parlare di tutta questa smania di distinguere tra “Noi” e gli “Altri”, questi ultimi in genere sempre un pò più a sud, sempre un pò meno acculturati, sempre parlanti la lingua dell’oppressore centralista e invece Noi con i nostri bei dialetti …….

  15. Sull’ultimo numero di marzo della rivista „il Trentino“ Camillo Zadra traccia un bilancio del Memoriale “nel cuore nessuna croce manca” che dal 31 gennaio al 14 febbraio 2010 ha offerto la possibilità ai trentini di ricordare gli 11.400 caduti della prima guerra mondiale, senza distinzione di appartenenza a questo o quell’ esercito, a questo o a quel fronte di guerra. Era una lacuna durata 90 anni che andava affrontata.
    Alla domanda su che cosa rimane, dell’esperienza delle due settimane di memoriale, Zadra risponde:
    Si discute molto di storia e di memoria. In occasione di questa iniziativa abbiamo visto che trent’anni di ricerca storica condotta in Trentino hanno creato le condizioni perché una memoria divisa e dimezzata potesse maturare verso forme rispettose del dato storico e della sensibilità collettiva. È responsabilità comune che la memoria pubblica non si riduca a cercare argomenti per legittimare un presente chiuso e rancoroso. In un tempo in cui molti impugnano il tema dell’identità per alzare bandiere e paletti divisori, questa esperienza ci fa intravedere una strada nuova e diversa. Ci consegna uno straordinario repertorio di migliaia di storie personali e di comunità, di tradizioni familiari, di drammi e di vicende avventurose nelle quali i trentini hanno visto la propria vita e quella dei propri cari messa a repentaglio, hanno subito perdite, lutti, lo stravolgimento delle condizioni di vita, hanno conosciuto vicissitudini che mai avrebbero voluto vivere. Con questo bagaglio i nostri antenati hanno affrontato i decenni successivi – la ricostruzione, il fascismo, l’educazione nazionalista, un’altra guerra – senza perdersi. Forse vale la pena non sottovalutare questa drammatica eredità riscattata con tenacia, fatta non di definizioni(“siamo questo, siamo quello”) ma di storie che essi hanno vissuto, e ricordarli in quella loro fatica.

  16. Beh, Sandro, queste cose bisognerebbe andarle a raccontare a quelli di “Italiani d’Austria”. Qui, grazie a dio, sfondiamo porte aperte.

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