La complessità non si misura con un sondaggio

L’istituto demoscopico austriaco Karmasin ha chiesto a 700 sudtirolesi – peraltro esclusivamente di lingua tedesca e ladina – di esprimersi sul loro sentimento identitario. Le due domande, sulle quali si è accesa nel frattempo una vivace discussione, suonavano: “Lei si sente sudtirolese o italiano?” e “Se in Sudtirolo venisse realizzato un referendum per l’indipendenza, lei come deciderebbe?”. Per il gaudio dei committenti, si tratta del gruppo di lavoro a favore dell’autodeterminazione che riunisce esponenti di vari partiti particolarmente sensibili al tema, i risultati hanno visto ben l’86 per cento degli intervistati rispondere “mi sento sudtirolese”, mentre il 56 per cento ha dichiarato che, in caso di referendum, voterebbe senza pensarci due volte a favore dell’indipendenza.

Non è superfluo chiedersi quale attendibilità abbia un simile sondaggio. Ma ancora più importante è stabilire se questioni riguardanti l’identità delle persone, o la futura configurazione istituzionale della terra in cui vivono, possano essere effettivamente misurate con questo tipo di strumenti, per poi essere rese oggetto di una “seria” riflessione politica.

Una “seria” riflessione politica non dovrebbe infatti mai partire dalla misurazione di sensazioni prive di alternative plausibili, per non dire appena più realistiche. Restando ai due quesiti del sondaggio, che percentuale avremmo se, oltre alla richiesta di esprimersi in modo secco e privo di articolazioni, agli interrogati fosse stata data anche la possibilità di definirsi sudtirolesi di cittadinanza italiana? Parimenti, quanti sudtirolesi tedeschi e ladini si dimostrerebbero più tiepidi nei confronti di un’ipotesi secessionista se, finalmente, oltre alla vaga idea di vivere in un altro Stato a prescindere da qualsiasi altro tipo di considerazioni, venisse invece loro suggerito che ciò implicherebbe inevitabilmente anche un profondo ripensamento del modello di convivenza conquistato in seguito a strenue mediazioni e ripetuti compromessi, resi necessari proprio dall’impraticabilità di ricorrere a soluzioni più radicali? Per non parlare poi della prospettiva di dover ricalibrare, col rischio di far emergere nuove lotte intestine, le risorse necessarie a garantire una completa autosufficienza finanziaria.

Generalmente, chi sostiene la causa secessionistica è indifferente all’osservazione secondo la quale i problemi complessi hanno bisogno di risposte complesse. Il continuo ricorso a sondaggi semplificatori ne è un’ulteriore dimostrazione.

Corriere dell’Alto Adige, 5 luglio 2013

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2 thoughts on “La complessità non si misura con un sondaggio

  1. La prima domanda è semplicemente idiota. La classica scelta secca che taglia con l’accetta la complessità delle personalità. Sorprendente che così tanti abbiano risposto “italiano”. Quanti avrebbero risposto “sudtirolese e italiano”?
    Se mi chiedessero se mi sento trentino o italiano mi rifiuterei di rispondere e li inviterei a buttar via il loro tempo senza nuocere al prossimo.
    Quanto alla questione dell’indipendenza, quest’indagine – se affidabile – dimostra che, complessivamente, i favorevoli sono in netta minoranza (e come voterebbero gli immigrati, che sono più numerosi dei ladini?).
    Se ci fosse un dibattito serio e pubblico, la gente dovrebbe cominciare a prender nota delle conseguenze economico-finanziarie e legali di una tale scelta, e forse questa pagliacciata avrebbe fine.
    Bisognerebbe davvero indire un referendum e arrivare al dunque: i populisti stanno traendo eccessivi vantaggi dalle affabulazioni e offuscamenti della realtà dei fatti.

  2. “Hanno paura soprattutto che qualcuno gli smonti il mito e ne dimostri l’insussistenza. I miti, si sa, non si discutono, si difendono. Sono allergici all’analisi culturale; la mitopoiesi è un processo delicato, incompatibile con ironia ed autocritica”.
    Paolo Rumiz

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