Essere al top con meno fretta e più umiltà

Bertoldi e Berlusconi

È un fatto. Alessandro Bertoldi, il coordinatore non ancora ventenne del Pdl locale, sta diventando rapidamente famoso. Negli ultimi giorni si sono occupati di lui quotidiani di rilievo nazionale (Corriere della Sera, Huffington Post) e persino internazionale (la Bild Zeitung gli ha dedicato un trafiletto nel quale è stato definito in modo sprezzante «clown di seconda generazione»). Il succo di tale attenzione non è difficile da spremere: caspita, il ragazzo diffonde un mucchio di corbellerie ogni volta gli viene in mente di emettere un comunicato stampa o di pubblicare uno status su facebook, dunque merita di essere preso un po’ in giro. Un fenomeno buono per cavarci qualche titolo divertente.

Si tratta di un’analisi fin troppo scontata. Se ci limitassimo a un simile giudizio, non indagando cioè il contesto che lo ha reso possibile, non individueremmo una porzione più consistente di verità. Non si tratta ovviamente di scusare Bertoldi per quel che va dicendo e facendo — è perfettamente legittimo, anzi doveroso richiamarlo alla responsabilità delle sue azioni — tuttavia è anche indispensabile allargare il cerchio dei «colpevoli» al contesto del quale egli, in definitiva, non è che l’ultimo rappresentante.

Intanto, se Bertoldi riesce a fare tanto rumore significa che qualcuno lo ha messo nella condizione di essere reso udibile. Scegliere di nominarlo coordinatore di un partito è stato un atto di supponenza politica, a malapena spiegabile con la tesi secondo la quale «anche una capra, candidata sotto il simbolo di Berlusconi, verrebbe eletta». Si è trattato inoltre di un danno non indifferente, in primo luogo nei confronti del soggetto che in teoria si voleva favorire; un modo per non farlo crescere, per stroncargli la carriera che si pensava aprirgli.

Alessandro Bertoldi è un ragazzo sveglio e simpatico, non molto diverso da molti suoi coetanei. Ciò di cui ora ha bisogno è prendere il diploma e frequentare maggiormente persone che, volendo davvero il suo bene, lo dissuadano dal cercare di diventare in quattro e quattr’otto un leader politico. Con la fretta non si raggiunge alcun obiettivo, neppure i meno ambiziosi. La politica — quella seria, quella che merita di essere praticata — ha bisogno di lavoro umile e di un confronto approfondito con i problemi che intenderebbe affrontare. A ben pensarci, è una regola della vita. Perché non ci si improvvisa dirigenti e non basta farsi notare per considerarsi davvero arrivato.

Corriere dell’Alto Adige, 7 giugno 2013

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2 thoughts on “Essere al top con meno fretta e più umiltà

  1. Ci sono due ulteriori considerazioni da fare, trascurate nell’editoriale – un po’ viziato dal tuo nuovo punto di vista giornalistico. La prima, appunto, riguarda il peso dei media nella costruzione del fenomeno: che per riempire le pagine dei quotidiani occorra ricorrere a Bertoldi la dice sull’impoverimento della nostra informazione e sulla deriva da intrattenimento. Va bene parlare ANCHE di Bertoldi e “darne notizia”, non va bene trascurare che fuori dalle redazioni vi siano milioni di fatti e argomenti più importanti da raccontare (interessante poi che in Germania se ne sia occupata la Bild, non proprio paragonabile al Corriere). La scarsità di approfondimento, reportage, la solitudine degli inviati all’estero (sempre meno), in definitiva la povertà e il provincialismo andante del giornalismo in Italia (e soprattutto dei gruppi editoriali) contribuisce all’imbarbarimento del discorso pubblico, ormai assuefatto ai dibattiti politici acritici sul niente – si pensi a come la stampa tratti superficialmente l’immigrazione. In Sudtirolo, poi, la mediocrità dell’opinione pubblica (e delle sue fonti) amplifica il fenomeno.
    La seconda considerazione riguarda il personaggio. Io non credo affatto che senza quel ruolo le cose andrebbero diversamente. Il ragazzo ha ricevuto un’educazione che evidentemente lo porta ad avere questa visione cinica ed egoista del mondo. I genitori avranno sicuramente appoggiato e favorito le gesta del loro figlio (minorenne sino all’altro giorno): cosa legittima, ma senza la quale sarebbe impensabile una simile sicurezza sprezzante. Inoltre, andrei cauto sul paragone coi suoi coetanei: una persona che crede di mediare tra conflitti internazionali a 16 anni e che in certe situazioni ha maturato una simile alienazione dalla realtà, ma soprattutto capace di banalizzare con il ruolo da lui assunto il lavoro di migliaia di altre/i giovani impegnate/i politicamente con serietà (e capita persino nel centrodestra), non è certo molto rispettosa della sua stessa generazione – sarei anche curioso di conoscere le ragioni del suo trasferimento scolastico a Pergine. Troppo facile dare la colpa solo alla Biancofiore o alla politica. La formazione di Bertoldi, che ora è un cittadino maggiorenne, risiede nella natura stessa della società italiana: familista, classista (perché dietro alla militanza berlusconiana raramente ci stanno situazioni di indigenza economica, e il disprezzo per il lavoro umile è tangibile) e pseudo-liberale (perché la libertà della destra di B. non è un rispettabile liberalismo del merito, ma la legge del più furbo). Su queste basi, “un altro Bertoldi” è davvero impensabile.

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