Baby, deine Doppelseitigkeit ist unerträglich geworden! [Benno Simma]
Ogni volta che in Alto Adige riaffiora l’espressione “disagio degli italiani”, il dibattito sembra incastrarsi in un copione già scritto. Da un lato chi ne decreta la fine, dall’altro chi lo rilancia come prova di una discriminazione strutturale e persistente. Le recenti dichiarazioni contrapposte di Marco Galateo e Christian Bianchi – prima la minimizzazione, poi la rivendicazione di un problema addirittura crescente – non fanno che riproporre questa dinamica stanca, che traveste in termini sociologici una politica ridotta a sterile opinionismo.
Il limite di questa impostazione non sta tanto nel negare o affermare l’esistenza di un malessere, quanto nel modo in cui lo si incornicia. Etichettare il disagio come “italiano” significa presupporre che esso derivi primariamente da una volontà consapevole di marginalizzazione da parte del gruppo linguistico tedesco, o della sua rappresentanza politica. È una lettura semplice, rassicurante, ma sempre meno convincente: non perché le asimmetrie non esistano, bensì perché ridurre tutto a una contrapposizione etnica impedisce di vedere ciò che davvero pesa.
Il disagio più profondo oggi è forse quello di chi non si riconosce più in questa grammatica binaria. Di chi avverte come soffocante l’obbligo implicito di leggere ogni problema – dal lavoro alla casa, dalla cultura alla partecipazione politica – attraverso la lente dell’appartenenza linguistica. Un disagio che attraversa italiani, tedeschi, ladini e persone provenienti da altri contesti, e che riguarda soprattutto chi non considera l’autonomia un totem identitario, ma uno strumento da valutare criticamente.
Il vero disagio, insomma, è quello di una società che fatica a immaginarsi al di là delle proprie categorie fondative e continua a discutere il presente con le parole del passato. Finché questo non verrà riconosciuto, dichiarare il disagio finito o denunciarlo come eterno produrrà lo stesso, prevedibile risultato: molta retorica identitaria e nessuna reale capacità di leggere il presente.
Dal trauma della Notte dei fuochi alla questione linguistica, il film Zweitland mostra la persistenza delle divisioni identitarie e comunicative nel nostro territorio.
C’è un evento, nel 1961, che continua a proiettare la sua ombra sull’Alto Adige/Südtirol. È la Notte dei fuochi, quando una serie coordinata di attentati contro infrastrutture – più esplicitamente, i tralicci dell’alta tensione – segna l’esacerbazione del conflitto tra lo Stato e una parte della popolazione locale. Zweitland, il pregevole film di Michael Kofler, prende avvio proprio da lì, non per ricostruire una cronaca militante o giudiziaria, ma per interrogare ciò che quella lacerazione ha prodotto sul piano umano, simbolico e identitario.
Al centro della pellicola troviamo una famiglia attraversata da una spaccatura. I due fratelli incarnano atteggiamenti alternativi nei confronti della questione sudtirolese e del conflitto degli anni Sessanta: da un lato l’adesione, esplicita o latente, alla causa secessionista; dall’altro una presa di distanza che sottende una diversa idea di convivenza e di rapporto con lo Stato italiano. La protagonista femminile si colloca tra queste due posizioni, come figura di mediazione fragile e continuamente frustrata. Il suo tentativo di tenere insieme ciò che la storia ha separato si scontra con l’irriducibilità delle memorie e delle ferite: ogni gesto che sfugga a una scelta di allineamento rischia di essere percepito come un tradimento, da una parte o dall’altra. In questo microcosmo familiare, Zweitland mette così in scena un dissidio che eccede il privato e rimanda direttamente alla storia collettiva del territorio, alle ceneri mai del tutto spente riscontrabili sotto la sua superficie.
È a partire da questo sguardo che il film invita a una prima riflessione necessaria: quella sul rapporto con il passato conflittuale che ha condotto alla promulgazione del secondo Statuto di autonomia nel 1972. Troppo spesso quel traguardo viene presentato come una cesura netta, come se l’autonomia avesse chiuso definitivamente una stagione di contrapposizione. In realtà, Zweitland suggerisce che il processo di elaborazione è stato – e rimane – incompleto. Le ferite istituzionali possono cicatrizzarsi più in fretta di quelle simboliche: la redistribuzione dei poteri non coincide automaticamente con una condivisione della memoria; al contrario, in un contesto in cui domina il paradigma della vittimizzazione, l’insistere sui torti “subiti” sbarra la strada al futuro.
Certo, il secondo Statuto ha garantito diritti, tutele e spazi di autogoverno fondamentali per la convivenza. Ma ha anche contribuito a cristallizzare una società strutturalmente separata, nella quale i gruppi linguistici, al di là della retorica ufficiale, continuano a vivere in mondi paralleli, segnati da atteggiamenti di reciproca diffidenza o, peggio, di vera e propria indifferenza. La pace giuridica, in altre parole, non ha eliminato la distanza culturale. Ed è proprio questa distanza, sedimentata e normalizzata, che Zweitland rende percepibile a livello di atmosfera persistente.
Qui si innesta la seconda linea di riflessione, forse la più sottile e al tempo stesso la più rivelatrice: la questione linguistica, non solo come mezzo di comunicazione ma come luogo di appartenenza. La scelta distributiva del film in Sudtirolo è, in questo senso, altamente significativa. La prima diffusione è avvenuta infatti in dialetto sudtirolese, con una resa mimetica rispetto al parlato quotidiano, e solo in un secondo momento – per motivi che hanno a che fare con dinamiche in larga parte estranee alla volontà degli autori – è stata approntata, ed è oggi fruibile, una versione con traduzione dei dialoghi per l’edizione italiana. La domanda diventa allora: perché non utilizzare fin dall’inizio e in ogni cinema della provincia una versione sottotitolata in lingua tedesca standard (Schriftdeutsch), come avviene normalmente per il pubblico germanofono non sudtirolese? Perché privilegiare un codice che, allo stato dei fatti, risulta meno accessibile ai parlanti italiani?
La risposta, come accennato, non è solo tecnica, ma profondamente identitaria. Per molti sudtirolesi di lingua tedesca (e ladina) il dialetto non è una variante, bensì la vera lingua madre: il luogo primario dell’espressione emotiva, della socializzazione, della trasmissione del vissuto. Lo Schriftdeutsch, al contrario, è una lingua appresa, istituzionale, ma non intima. Usare il dialetto significa allora rivendicare un’autenticità, un radicamento che riduce o esclude ulteriori mediazioni.
Ma questa scelta – del tutto comprensibile e legittima dal punto di vista artistico – rivela anche una delle radici tuttora caratterizzante il rapporto tra i gruppi linguistici. Il dialetto sudtirolese è un codice largamente impenetrabile per i parlanti di lingua italiana, soprattutto per chi non è nato in Alto Adige e si muove nei contesti urbani. Non di rado, almeno come gesto di accoglienza, questi ultimi gradirebbero che a esso si accompagnasse un uso più diffuso del tedesco standard, capace di articolare uno spazio di possibile incontro. La lingua che per alcuni è casa, per altri diventa infatti un ostacolo.
Zweitland non risolve questa tensione, né pretende di farlo. Ma, forse involontariamente, la espone. Mostra come la comunicazione in Alto Adige/Südtirol non sia mai neutra, ma sempre situata: ogni scelta linguistica porta con sé una storia, un posizionamento, talvolta una difesa. In questo senso il film parla meno del passato che del presente: di una società che ha imparato a convivere senza comprendersi fino in fondo. In un contesto che spesso celebra l’autonomia come modello esportabile, Zweitland ricorda insomma che le identità non si amministrano solo con le leggi, e che la lingua – se non si apre a una riflessione davvero comune – può continuare ad alimentare pratiche di esclusione. Comprendere l’Alto Adige/Südtirol significa accettare questa ambivalenza, senza semplificarla, e continuare a interrogarsi su ciò che ancora resta da fare.