San Cristoforo come traduttore

Qual è il fiume difficile da attraversare, quale sarà il bambino apparentemente leggero, ma in realtà pesante e decisivo da traghettare? (A. Langer)

 

Non so a chi potrebbe essere indirizzata questa mia richiesta (una richiesta che assomiglia a una preghiera) e quanto sarebbe complesso riuscire in questo tipo di canonizzazione: che San Cristoforo – ufficialmente il Santo protettore dei barcaioli, dei pellegrini, dei pendolari, dei viandanti, dei viaggiatori, dei facchini, dei ferrovieri, degli autieri: insomma di tutti quelli che hanno a che fare con una qualche forma di trasporto – possa finalmente diventare anche il Santo protettore dei traduttori.

Un Santo protettore dei traduttori in realtà esiste già: San Girolamo, che tradusse la Bibbia dall’ebraico e dal greco in latino tra il III e IV secolo d.C. Riflettendo sulle varie tipologie della sua raffigurazione iconografica è però possibile a mio avviso sovrapporre a questa figura ufficiale un tratto mancante – deducibile per l’appunto dalle raffigurazioni iconografiche del San Cristoforo – che mi permetterebbe di accreditare forse con maggiore plausibilità il mio stravagante intento.

Le tipologie iconografiche mediante le quali possiamo incontrare la figura di San Girolamo nella storia dell’arte sono essenzialmente tre. La prima si riferisce al suo periodo di penitenza trascorso nel deserto della Siria. Il paesaggio è dunque brullo, petroso, e il Santo è rappresentato molto anziano, emaciato, talvolta addirittura scheletrico e con le vesti ridotte a brandelli. Gli attributi (la pietra, il teschio) ci rimandano a esercizi di penitenza. La seconda invece colloca il Santo in uno studio. È solitamente in compagnia di un leone e una colomba. Qui gli attributi (la penna, gli occhiali, i libri) segnalano una vita raccolta, dedicata alla meditazione e all’erudizione. La terza, infine, lo raffigura come un anziano e venerando dottore della Chiesa, avvolto in sontuosi panni cardinalizi. È evidente che, tra le tre tipologie, è la seconda la più consona a rappresentare l’attività del tradurre, anche se una certa vocazione penitenziale di alcuni traduttori potrebbe essere illustrata altrettanto bene dalla prima.

Ma veniamo all’iconografia di San Cristoforo. Mentre scrivo queste righe, ho sotto gli occhi il dipinto di Konrad Witz che è stato utilizzato anche come copertina del volume di Alexander Langer “Il viaggiatore leggero”. Il Santo, coperto da un mantello rosso, è immerso nell’acqua fino alle ginocchia. Una mano impugna un bastone, con il quale egli si sostiene; l’altra, con il palmo rivolto verso il basso, suggerisce tutta la difficoltà della sua impresa. Anche il bambino che gli sta sulle spalle sembra partecipare di questa difficoltà e si potrebbe leggere sul suo viso una qual certa apprensione. Non sappiamo se la traversata andrà a buon fine. Sappiamo però che questa insicurezza è altrettanto condivisa dai soggetti raffigurati. Tutto ciò ha forse qualche attinenza con l’attività del tradurre, con quel tratto mancante al quale accennavo all’inizio e del quale vorrei parlarvi adesso?

In un interessante articolo sulla “traduzione saggistica”, Mario Marchetti ha parlato della traduzione come “arte dell’approdo”[1]. La metafora dell’approdo completa o, meglio, sottolinea la seconda parte di una definizione data dal teorico della creolizzazione Éduard Glissant: “La traduzione è un’arte della fuga da una lingua all’altra, senza che la prima si cancelli e senza che la seconda rinunci a presentarsi”. Sarebbe insomma l’aspetto di acquisto nella lingua d’arrivo (questo non rinunciare a presentarsi), più che quello di perdita dell’elemento originale (la lingua di partenza), a caratterizzare qui il lavoro della traduzione. Ma questo non è esattamente il punto che adesso a me maggiormente preme di mettere in evidenza. Vorrei piuttosto – giusta la metafora dell’approdo – concentrarmi sull’insieme del processo: il testo, cioè la riva dalla quale si muove, quella alla quale si giunge e il modo con il quale lo si fa. Soprattutto quest’ultimo aspetto, il modo con il quale lo si fa, ci riporta all’immagine del San Cristoforo.

San Cristoforo, l’abbiamo appena visto, è sempre raffigurato immerso nell’acqua. Quello che così non vediamo sono i suoi piedi. Quello che non percepiamo sono i suoi passi. Credo che ognuno di voi possa ricordarsi di aver camminato almeno una volta sul letto di un fiume o sulla riva scogliosa del mare. Possibilmente a piedi nudi. Si tratta sempre di scegliere con la massima cura su quale pietra appoggiarsi, perché spesso là sotto si nascondono profili aguzzi, taglienti, e una vegetazione scivolosa. Per non parlare dei ricci di mare (se ce ne sono) o degli improvvisi dislivelli di profondità resi sfumati e impercettibili dalla superficie increspata o specchiante dell’acqua. Perciò l’andatura è incerta, lenta, faticosa. Esattamente come quella di un traduttore che, dovendo volgere una frase scritta in una lingua nell’altra, ha bisogno di cercare e di scegliere con grandissima circospezione le parole e i significati giusti. Si tratta di un “lavoro minuto”[2], inappariscente (sott’acqua…), ma indispensabile per poter sperare di giungere dall’altra parte (da qualsiasi parte).

Com’è noto, nel testo di Alexander Langer intitolato “Caro San Cristoforo”[3], il politico sudtirolese ritorna sul tema della radicale inversione del motto olimpico “citius, altius, fortius” (più veloci, più alti, più forti) in quello per una nuova politica ecologica: “lentius, profondius, suavius” (più lento, più profondo, più dolce)[4]. Penso che questo motto possa anche essere adottato per ogni buona opera di traduzione. E penso anche che la “Grande Causa per la quale impegnare oggi le proprie forze” (indipendentemente dal suo disegno specifico e “grandioso”) abbia bisogno di essere sostenuta innanzitutto da un maggiore rigore nel nostro impegno quotidiano, nel prenderci cura delle cose e delle persone che abbiamo intorno, allo stesso modo con il quale un traduttore si prende cura di un testo (anch’esso un “bambino apparentemente leggero”) da trasportare da una riva all’altra nell’immenso fluire dei nostri linguaggi.

Alexander Langer, come San Cristoforo, era soprattutto un traduttore. Lo dice lui stesso parlando dei suoi “mestieri”: “Ho avuto la fortuna di svolgere, nel corso del tempo, attività e mestieri abbastanza diversi, e di non identificarmi con alcuni di essi al punto da assumere il ruolo e di dover pensare di continuarlo per sempre. E sono contento di possedere una carta di riserva che già varie volte mi è tornata utile anche per campare: traduco (volentieri), il che non è altro che un aspetto di quell’attività di ponte tra mondo tedesco e italiano cui non potrò più sfuggire”[5]. Una “carta di riserva” utile per campare, dunque, un “lavoro minuto” da svolgere tra un impegno e l’altro, ma soprattutto il lavoro che alla fine esprime più di ogni altro e meglio di ogni altro quell’attività di ponte tra culture diverse che sintetizza sia l’opera che la vita di questo nostro straordinario conterraneo.

Mi resta da fare un ultimo accenno ai rischi (anch’essi inappariscenti e sottovalutati) connessi all’attività della traduzione, posto che questa attività venga concepita come habitus e come ethos, ossia in senso profondamente esistenziale e non meramente strumentale. Dell’acqua che noi vediamo raffigurata nelle immagini del San Cristoforo non misuriamo né l’impeto della corrente, né il rumore che ne accompagnano la presenza. Questi fenomeni, però, non sono semplici fattori casuali, non possono essere cioè mai eliminati completamente in una concreta situazione reale. Tradurre significa allora non solo saper scegliere la parola giusta o il significato più appropriato in un contesto privo di ulteriori insidie. L’approdo cercato è reso difficile da forze contrarie, da un vero e proprio frastuono che dobbiamo sforzarci di limitare e di attraversare quasi trattenendo il fiato. Mi viene in mente la scena finale del film “La dolce vita” di Federico Fellini. Sulla riva del mare troviamo Marcello Mastroianni che scorge una ragazza poco distante. I due sono però separati da uno spazio colmo d’acqua. Il rumore del mare in sottofondo cresce, è fortissimo, ogni comunicazione verbale risulta impossibile. La ragazza prova a farsi comprendere a gesti, con le mani e col corpo mima quasi una strana forma di danza. Ma Mastroianni non riesce a capire, non riesce a tradurre quei segni in un linguaggio per lui rilevante. Sconsolato sorride, poi desiste, perdendo forse l’annuncio di qualcosa d’importante e l’occasione di cambiare, forse addirittura di salvare la propria vita.


[1]              http://rivistatradurre.it/?p=215

[2]              Per la nozione di “lavoro minuto” si veda Václav Havel, Il potere dei senza potere, Garzanti, Milano 1991, pp. 56-60.

[3]              Alexander Langer, Caro San Cristoforo, in: Il viaggiatore leggero, Sellerio, Palermo 1996, pp. 328-332.

[4]              Alexander Langer, Lentius, profondius, soavius, in: Aufsätze zu Südtirol – Scritti sul Sudtirolo, Alpha-Beta, Merano 1996, pp. 268-275.

[5]              http://www.alexanderlanger.org/it/75/55

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4 thoughts on “San Cristoforo come traduttore

  1. Beh, detto da un traduttore come te mi fa molto piacere. Fra parentesi, è il secondo apprezzamento che ricevo, dopo una vigorosa pacca sulla spalla di Drumbl, al quale ha fatto piacere rimembrare Valeria Ciangottini…

  2. Pingback: Fare ancora / Weiter machen (Nota del traduttore) « Sentieri Interrotti / Holzwege

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