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La notte, risorsa da gestire

C’è chi sogna una notte in cui la città, come in un famosissimo programma di Renzo Arbore andato in onda a metà degli anni Ottanta, diventa un palcoscenico di caos creativo: conversazioni improbabili, personaggi indimenticabili e un po’ di follia che ti fa sentire vivo. E poi c’è la versione municipale: l’“Economia della Notte”, il progetto bolzanino che prova a insegnare all’amministrazione a gestire la notte prima che la notte gestisca la città. Comune e Università hanno annunciato l’avvio di un percorso di analisi partecipata (aggettivo magico) – con dati, questionari e incontri con associazioni, esercenti, cittadini e operatori culturali – per arrivare a linee guida condivise entro il 2026, capaci di conciliare le esigenze di residenti, operatori e frequentatori notturni, senza trasformare ogni vicolo in un “campo di battaglia” burocratico.

Non si tratta di un’idea nuova. Molte altre città, specialmente di dimensioni maggiori, hanno già sperimentato forme di governance simili: Amsterdam, con il suo Night Mayor, media tra istituzioni e nightlife, promuovendo permessi per locali aperti fino a tardi e iniziative per gestire i flussi serali nelle piazze. New York ha istituito il suo Office of Nightlife, con l’obiettivo di regolare attività, licenze e spazi culturali notturni, cercando di far convivere musica, spettacolo e residenti insonni. Londra ha introdotto il Night Czar, incaricato di rivitalizzare le strade dopo il tramonto e sostenere lo sviluppo economico della vita notturna. Anche in Italia, progetti come Cities After Dark coinvolgono città come Genova nella definizione di strategie partecipate per valorizzare la notte in chiave sostenibile, sicura e culturalmente vivace.

Cosa emerge da queste esperienze? La notte non è solo un problema da reprimere o un terreno di lamentele: è una risorsa urbana da governare, un’opportunità di dialogo tra interessi diversi – cultura, economia, sicurezza e qualità della vita. Regolamenti flessibili, spazi attrezzati, trasporto notturno efficiente e consultazioni partecipative provano a trasformare il rumore e il caos in mediazione e convivenza, in modo che anche le notti più complicate possano avere un senso.

Ma resta un dubbio: quanto di tutto questo è davvero applicabile a una città come Bolzano?
Qui, dove la nostalgia di un passato idealizzato (e quindi farlocco) è sempre dietro l’angolo – “una volta sì che Bolzano era una città tranquilla, una volta sì che la notte si dormiva e basta…” – dove ogni conflitto viene subito incanalato verso un maggiore controllo, e dove il tessuto urbano si è sempre più piegato alle esigenze di un turismo di massa insistente su pochi spazi circoscritti, è lecito chiedersi se un progetto di questo tipo possa davvero rovesciare un paradigma così radicato, che di fatto ha spianato la strada al governo di centrodestra.

Del resto, molti cittadini di queste parti, ai gilet colorati e alle camicie floreali della band di Arbore, preferiscono i presidi delle forze dell’ordine, le telecamere accese ventiquattr’ore su ventiquattro e financo la presenza dei militari, invocati come ultimo argine a favore di una sicurezza che non è mai giudicata sufficiente. Altro che jazz, avanguardie e notti debordanti: qui si diffida del disordine e si invoca l’ordine permanente, si confonde il silenzio con la pace e il controllo con la convivenza. Qui si sogna una città sorvegliata più che vissuta, regolata più che attraversata, una città che non vibra, non sbaglia, non sorprende. Una città che, alle dieci di sera, chiude la porta di casa e non vuole essere disturbata.

Corriere dell’Alto Adige, 7 gennaio 2026