Avatar di Sconosciuto

Il sogno di Bolzano capitale

“Bolzano capitale” funziona bene come slogan. È breve, evocativo, rassicurante per una città che da anni si percepisce schiacciata dai problemi urbani e dalla mancanza di strumenti concreti per affrontarli. Ma quando si passa dalla suggestione alla realtà istituzionale, l’operazione mostra tutti i suoi limiti. E soprattutto la sua inconsistenza.

Ad oggi, dietro lo slogan lanciato dal sindaco Claudio Corrarati non esiste nulla che assomigli a un progetto concreto: nessuna proposta di legge, nessuna bozza di riforma, nessun percorso condiviso con i livelli di governo competenti. “Normativa speciale” resta una formula vaga, buona per i titoli ma priva di contenuto operativo. E non potrebbe essere altrimenti: una normativa speciale per il Comune di Bolzano non è una questione amministrativa, ma un tema politico di primissimo livello.

Per riconoscere a Bolzano uno status differenziato servirebbe una legge statale, oppure una modifica delle norme di attuazione dello Statuto di autonomia, se non addirittura una revisione dello Statuto stesso, che ha rango costituzionale. Tradotto: servirebbe un accordo politico ampio, solido e condiviso con chi oggi governa l’autonomia locale.

Qui la narrazione di “Bolzano capitale” si schianta contro la realtà. Senza la Südtiroler Volkspartei non si va da nessuna parte. Non è un interlocutore qualsiasi: è l’architrave dell’intero sistema autonomistico, decide l’agenda, detta i confini delle riforme possibili e mantiene il controllo del rapporto con Roma. Pensare di costruire uno status speciale per Bolzano senza il suo consenso non è ambizioso: è onirico.

La posizione del partito di via Brennero, infatti, è chiara. Nessuna apertura, nessun segnale di disponibilità, nessuna ambiguità strategica: una linea di chiusura netta, coerente con una visione che rifiuta l’idea di un Comune “più uguale degli altri”. Rafforzare Bolzano significherebbe rompere l’equilibrio tra città e territorio, creando una gerarchia che non è mai stata voluta e, con ogni probabilità, non lo sarà mai.

L’idea di attribuire un ruolo specifico al capoluogo, peraltro, non è neppure nuova. Già nella Prima Repubblica, da posizioni politiche molto diverse, si tentò di affrontare il tema: c’era chi immaginava forme di tutela esterna per l’area urbana e chi puntava a rafforzare Bolzano all’interno dell’autonomia. Quelle proposte non superarono mai la soglia del dibattito. Nel frattempo, il baricentro del potere decisionale si è progressivamente spostato verso il livello provinciale, consolidando un modello accentrato e riducendo gli spazi di confronto con la città, le forze sociali e la società civile.

In Italia, l’unico vero caso di “capitale” dotata di status speciale resta Roma, con un riconoscimento costituzionale unico e un trattamento giuridico costruito in decenni. Non esistono esempi comparabili di comuni capoluogo con poteri speciali all’interno di una provincia autonoma già fortemente dotata di competenze. E non è un caso che anche l’attuale riforma dello Statuto eviti accuratamente di affrontare il ruolo delle città e del capoluogo.

Alla fine, “Bolzano capitale” non è una proposta, ma un auspicio. Un’idea rilanciata sapendo che mancano le condizioni politiche per renderla praticabile. Senza la disponibilità che la parte dominante non ha mai manifestato – e difficilmente manifesterà – lo slogan è condannato ad evaporare nel perimetro della propaganda, senza neppure sfiorare il livello della governance.

Corriere dell’Alto Adige, 21 gennaio 2026

Avatar di Sconosciuto

Identità fragile

L’ideologia che accusa le ideologie: quando il monolinguismo diventa sclerotico. A Villandro, piccolo borgo montano appollaiato sopra la Valle Isarco, un gruppo di genitori ha recentemente avanzato la richiesta di inserire alcune ore di italiano nel programma educativo dell’asilo di lingua tedesca. Un intento tutt’altro che inedito: a intervalli regolari, da decenni, proposte analoghe riaffiorano nel dibattito pubblico sudtirolese, per essere poi puntualmente respinte. Anche questa volta l’esito non è cambiato, complice l’indisponibilità di un ceto politico che dal secondo dopoguerra a oggi si è autoattribuito il compito di “proteggere” la popolazione di lingua tedesca dalla minaccia – più evocata che dimostrata – dell’assimilazione culturale. Le ragioni di tale opposizione sono state recentemente ribadite, con una franchezza per certi versi paradigmatica, da Hannes Rabensteiner, esponente del partito Süd-Tiroler Freiheit, in un’intervista al portale UnserTirol.com, improvvisandosi un esperto di questioni linguistiche.

Secondo Rabensteiner, l’idea di introdurre qualche ora di italiano negli asili di lingua tedesca costituirebbe il cavallo di Troia di un’“ideologia” orientata alla distruzione dell’identità. Si tratta, vale la pena ricordarlo, di una proposta pedagogica limitata, circoscritta, sostenuta con prudente ragionevolezza da alcune famiglie locali, eppure dipinta come un attacco di proporzioni quasi tolomeiane alla minoranza tedesca. Il meccanismo retorico è trasparente: mentre denuncia l’ideologia altrui, Rabensteiner mette in campo un discorso che è esso stesso ideologico in senso eminente, strutturato, refrattario a ogni forma di verifica.

La sua argomentazione, infatti, non si fonda su alcuna teoria linguistica riconosciuta, né su dati empirici, né tantomeno su ricerche in ambito pedagogico. Essa si regge piuttosto su un repertorio di convinzioni pre-teoriche presentate come ovvietà: l’idea che i bambini “si confondano”, che una lingua sottragga spazio all’altra, che il contatto produca impoverimento, che la cosiddetta “mescolanza” (sia pure in dosi minime) sia un segnale di degrado. È una visione che feticizza il nesso territorio/linguaggio/identità, trattandolo come un ordine naturale, stabile e non negoziabile, da preservare attraverso divieti, delimitazioni e recinzioni simboliche.

Dal punto di vista della pedagogia linguistica e delle scienze del linguaggio, tutto ciò è ampiamente smentito da migliaia di studi. Il plurilinguismo precoce non solo non compromette lo sviluppo della lingua materna, ma può rafforzarlo, a condizione che quest’ultima sia socialmente valorizzata e sostenuta. La commistione linguistica, lungi dall’essere un indice di decadimento, costituisce una fase fisiologica e transitoria dello sviluppo linguistico infantile. Ignorare sistematicamente questi risultati non equivale a una legittima scelta culturale: è, più semplicemente, un rifiuto della conoscenza.

Ancora più problematica è l’idea di identità che emerge da questo impianto discorsivo. Un’identità concepita come entità fragile, da conservare sotto vetro, al riparo da ogni contatto. Eppure l’identità, individuale e collettiva, non si costruisce nell’isolamento, ma nella relazione; non nell’assenza di interferenze, ma nella capacità di abitare senza paura contesti complessi.

Alla fine, l’ideologia non è certo quella che propone un’esposizione precoce, ludica e guidata a una seconda lingua. La vera ideologia è quella che attribuisce a bambini in età prescolare il compito di presidiare confini simbolici che gli adulti, evidentemente, non riescono più a governare se non in forma regressiva. È l’ideologia che trasforma un’istituzione educativa in un dispositivo ermetico, un asilo in una linea di resistenza culturale, una pratica pedagogica in una prova di lealtà alla “stirpe”.

Nulla di nuovo, peraltro. Claus Gatterer – autore che forse persino Rabensteiner potrebbe aver sentito nominare – aveva descritto con grande lucidità questo meccanismo già molto tempo fa, mostrando come l’“inimicizia ereditaria” si riproduca proprio quando viene naturalizzata e trasmessa alle generazioni successive come destino. Resta il dato di fatto: un monolinguismo elevato a dogma non protegge una lingua, la impoverisce; non rafforza un’identità, la irrigidisce fino a renderla caricatura di se stessa.

Corriere dell’Alto Adige, 15 gennaio 2026

Avatar di Sconosciuto

Il vero disagio

Baby, deine Doppelseitigkeit ist unerträglich geworden! [Benno Simma]

Ogni volta che in Alto Adige riaffiora l’espressione “disagio degli italiani”, il dibattito sembra incastrarsi in un copione già scritto. Da un lato chi ne decreta la fine, dall’altro chi lo rilancia come prova di una discriminazione strutturale e persistente. Le recenti dichiarazioni contrapposte di Marco Galateo e Christian Bianchi – prima la minimizzazione, poi la rivendicazione di un problema addirittura crescente – non fanno che riproporre questa dinamica stanca, che traveste in termini sociologici una politica ridotta a sterile opinionismo.

Il limite di questa impostazione non sta tanto nel negare o affermare l’esistenza di un malessere, quanto nel modo in cui lo si incornicia. Etichettare il disagio come “italiano” significa presupporre che esso derivi primariamente da una volontà consapevole di marginalizzazione da parte del gruppo linguistico tedesco, o della sua rappresentanza politica. È una lettura semplice, rassicurante, ma sempre meno convincente: non perché le asimmetrie non esistano, bensì perché ridurre tutto a una contrapposizione etnica impedisce di vedere ciò che davvero pesa.

Il disagio più profondo oggi è forse quello di chi non si riconosce più in questa grammatica binaria. Di chi avverte come soffocante l’obbligo implicito di leggere ogni problema – dal lavoro alla casa, dalla cultura alla partecipazione politica – attraverso la lente dell’appartenenza linguistica. Un disagio che attraversa italiani, tedeschi, ladini e persone provenienti da altri contesti, e che riguarda soprattutto chi non considera l’autonomia un totem identitario, ma uno strumento da valutare criticamente.

Il vero disagio, insomma, è quello di una società che fatica a immaginarsi al di là delle proprie categorie fondative e continua a discutere il presente con le parole del passato. Finché questo non verrà riconosciuto, dichiarare il disagio finito o denunciarlo come eterno produrrà lo stesso, prevedibile risultato: molta retorica identitaria e nessuna reale capacità di leggere il presente.

ff – 8 gennaio 2026

Avatar di Sconosciuto

Le fratture che restano

Dal trauma della Notte dei fuochi alla questione linguistica, il film Zweitland mostra la persistenza delle divisioni identitarie e comunicative nel nostro territorio.

C’è un evento, nel 1961, che continua a proiettare la sua ombra sull’Alto Adige/Südtirol. È la Notte dei fuochi, quando una serie coordinata di attentati contro infrastrutture – più esplicitamente, i tralicci dell’alta tensione – segna l’esacerbazione del conflitto tra lo Stato e una parte della popolazione locale. Zweitland, il pregevole film di Michael Kofler, prende avvio proprio da lì, non per ricostruire una cronaca militante o giudiziaria, ma per interrogare ciò che quella lacerazione ha prodotto sul piano umano, simbolico e identitario.

Al centro della pellicola troviamo una famiglia attraversata da una spaccatura. I due fratelli incarnano atteggiamenti alternativi nei confronti della questione sudtirolese e del conflitto degli anni Sessanta: da un lato l’adesione, esplicita o latente, alla causa secessionista; dall’altro una presa di distanza che sottende una diversa idea di convivenza e di rapporto con lo Stato italiano. La protagonista femminile si colloca tra queste due posizioni, come figura di mediazione fragile e continuamente frustrata. Il suo tentativo di tenere insieme ciò che la storia ha separato si scontra con l’irriducibilità delle memorie e delle ferite: ogni gesto che sfugga a una scelta di allineamento rischia di essere percepito come un tradimento, da una parte o dall’altra. In questo microcosmo familiare, Zweitland mette così in scena un dissidio che eccede il privato e rimanda direttamente alla storia collettiva del territorio, alle ceneri mai del tutto spente riscontrabili sotto la sua superficie.

È a partire da questo sguardo che il film invita a una prima riflessione necessaria: quella sul rapporto con il passato conflittuale che ha condotto alla promulgazione del secondo Statuto di autonomia nel 1972. Troppo spesso quel traguardo viene presentato come una cesura netta, come se l’autonomia avesse chiuso definitivamente una stagione di contrapposizione. In realtà, Zweitland suggerisce che il processo di elaborazione è stato – e rimane – incompleto. Le ferite istituzionali possono cicatrizzarsi più in fretta di quelle simboliche: la redistribuzione dei poteri non coincide automaticamente con una condivisione della memoria; al contrario, in un contesto in cui domina il paradigma della vittimizzazione, l’insistere sui torti “subiti” sbarra la strada al futuro.

Certo, il secondo Statuto ha garantito diritti, tutele e spazi di autogoverno fondamentali per la convivenza. Ma ha anche contribuito a cristallizzare una società strutturalmente separata, nella quale i gruppi linguistici, al di là della retorica ufficiale, continuano a vivere in mondi paralleli, segnati da atteggiamenti di reciproca diffidenza o, peggio, di vera e propria indifferenza. La pace giuridica, in altre parole, non ha eliminato la distanza culturale. Ed è proprio questa distanza, sedimentata e normalizzata, che Zweitland rende percepibile a livello di atmosfera persistente.

Qui si innesta la seconda linea di riflessione, forse la più sottile e al tempo stesso la più rivelatrice: la questione linguistica, non solo come mezzo di comunicazione ma come luogo di appartenenza. La scelta distributiva del film in Sudtirolo è, in questo senso, altamente significativa. La prima diffusione è avvenuta infatti in dialetto sudtirolese, con una resa mimetica rispetto al parlato quotidiano, e solo in un secondo momento – per motivi che hanno a che fare con dinamiche in larga parte estranee alla volontà degli autori – è stata approntata, ed è oggi fruibile, una versione con traduzione dei dialoghi per l’edizione italiana. La domanda diventa allora: perché non utilizzare fin dall’inizio e in ogni cinema della provincia una versione sottotitolata in lingua tedesca standard (Schriftdeutsch), come avviene normalmente per il pubblico germanofono non sudtirolese? Perché privilegiare un codice che, allo stato dei fatti, risulta meno accessibile ai parlanti italiani?

La risposta, come accennato, non è solo tecnica, ma profondamente identitaria. Per molti sudtirolesi di lingua tedesca (e ladina) il dialetto non è una variante, bensì la vera lingua madre: il luogo primario dell’espressione emotiva, della socializzazione, della trasmissione del vissuto. Lo Schriftdeutsch, al contrario, è una lingua appresa, istituzionale, ma non intima. Usare il dialetto significa allora rivendicare un’autenticità, un radicamento che riduce o esclude ulteriori mediazioni.

Ma questa scelta – del tutto comprensibile e legittima dal punto di vista artistico – rivela anche una delle radici tuttora caratterizzante il rapporto tra i gruppi linguistici. Il dialetto sudtirolese è un codice largamente impenetrabile per i parlanti di lingua italiana, soprattutto per chi non è nato in Alto Adige e si muove nei contesti urbani. Non di rado, almeno come gesto di accoglienza, questi ultimi gradirebbero che a esso si accompagnasse un uso più diffuso del tedesco standard, capace di articolare uno spazio di possibile incontro. La lingua che per alcuni è casa, per altri diventa infatti un ostacolo.

Zweitland non risolve questa tensione, né pretende di farlo. Ma, forse involontariamente, la espone. Mostra come la comunicazione in Alto Adige/Südtirol non sia mai neutra, ma sempre situata: ogni scelta linguistica porta con sé una storia, un posizionamento, talvolta una difesa. In questo senso il film parla meno del passato che del presente: di una società che ha imparato a convivere senza comprendersi fino in fondo. In un contesto che spesso celebra l’autonomia come modello esportabile, Zweitland ricorda insomma che le identità non si amministrano solo con le leggi, e che la lingua – se non si apre a una riflessione davvero comune – può continuare ad alimentare pratiche di esclusione. Comprendere l’Alto Adige/Südtirol significa accettare questa ambivalenza, senza semplificarla, e continuare a interrogarsi su ciò che ancora resta da fare.

ff – 8 gennaio 2026

Avatar di Sconosciuto

La notte, risorsa da gestire

C’è chi sogna una notte in cui la città, come in un famosissimo programma di Renzo Arbore andato in onda a metà degli anni Ottanta, diventa un palcoscenico di caos creativo: conversazioni improbabili, personaggi indimenticabili e un po’ di follia che ti fa sentire vivo. E poi c’è la versione municipale: l’“Economia della Notte”, il progetto bolzanino che prova a insegnare all’amministrazione a gestire la notte prima che la notte gestisca la città. Comune e Università hanno annunciato l’avvio di un percorso di analisi partecipata (aggettivo magico) – con dati, questionari e incontri con associazioni, esercenti, cittadini e operatori culturali – per arrivare a linee guida condivise entro il 2026, capaci di conciliare le esigenze di residenti, operatori e frequentatori notturni, senza trasformare ogni vicolo in un “campo di battaglia” burocratico.

Non si tratta di un’idea nuova. Molte altre città, specialmente di dimensioni maggiori, hanno già sperimentato forme di governance simili: Amsterdam, con il suo Night Mayor, media tra istituzioni e nightlife, promuovendo permessi per locali aperti fino a tardi e iniziative per gestire i flussi serali nelle piazze. New York ha istituito il suo Office of Nightlife, con l’obiettivo di regolare attività, licenze e spazi culturali notturni, cercando di far convivere musica, spettacolo e residenti insonni. Londra ha introdotto il Night Czar, incaricato di rivitalizzare le strade dopo il tramonto e sostenere lo sviluppo economico della vita notturna. Anche in Italia, progetti come Cities After Dark coinvolgono città come Genova nella definizione di strategie partecipate per valorizzare la notte in chiave sostenibile, sicura e culturalmente vivace.

Cosa emerge da queste esperienze? La notte non è solo un problema da reprimere o un terreno di lamentele: è una risorsa urbana da governare, un’opportunità di dialogo tra interessi diversi – cultura, economia, sicurezza e qualità della vita. Regolamenti flessibili, spazi attrezzati, trasporto notturno efficiente e consultazioni partecipative provano a trasformare il rumore e il caos in mediazione e convivenza, in modo che anche le notti più complicate possano avere un senso.

Ma resta un dubbio: quanto di tutto questo è davvero applicabile a una città come Bolzano?
Qui, dove la nostalgia di un passato idealizzato (e quindi farlocco) è sempre dietro l’angolo – “una volta sì che Bolzano era una città tranquilla, una volta sì che la notte si dormiva e basta…” – dove ogni conflitto viene subito incanalato verso un maggiore controllo, e dove il tessuto urbano si è sempre più piegato alle esigenze di un turismo di massa insistente su pochi spazi circoscritti, è lecito chiedersi se un progetto di questo tipo possa davvero rovesciare un paradigma così radicato, che di fatto ha spianato la strada al governo di centrodestra.

Del resto, molti cittadini di queste parti, ai gilet colorati e alle camicie floreali della band di Arbore, preferiscono i presidi delle forze dell’ordine, le telecamere accese ventiquattr’ore su ventiquattro e financo la presenza dei militari, invocati come ultimo argine a favore di una sicurezza che non è mai giudicata sufficiente. Altro che jazz, avanguardie e notti debordanti: qui si diffida del disordine e si invoca l’ordine permanente, si confonde il silenzio con la pace e il controllo con la convivenza. Qui si sogna una città sorvegliata più che vissuta, regolata più che attraversata, una città che non vibra, non sbaglia, non sorprende. Una città che, alle dieci di sera, chiude la porta di casa e non vuole essere disturbata.

Corriere dell’Alto Adige, 7 gennaio 2026