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Gli Schützen e l’identità contesa (il caso Sinner)

C’è qualcosa di irresistibilmente antico, quasi archeologico, nella polemica su Jannik Sinner “italiano o non italiano”. Un sapore di muffa patriottarda, di frontiera spolverata per l’occasione. Ogni volta che il ragazzo del Sudtirolo vince o perde una partita, sembra che il Paese debba decidere se applaudire in italiano o con il dizionario tedesco alla mano. È una commedia già vista e, come tutte le commedie ripetute troppe volte, non fa manco più ridere.

La questione, in fondo, non riguarda Sinner, ma noi. È la nostra incapacità di accettare la complessità, il sospetto che tutto ciò che non entra nel manuale di educazione civica del 1957 – lo stesso anno in cui Silvius Magnago, dal castello di Sigmundskron, proclamava il suo “Los von Trient!” – debba essere messo sotto processo. Viviamo in un Paese che non riesce a pensare la sfumatura: o sei di qua o sei di là, o sei nostro o sei degli altri. “L’altro”, poi, è una categoria che si produce industrialmente, a cadenza regolare, per tenere in vita un dibattito asfittico.

Ma Sinner, dicevamo, non c’entra. È un ragazzo che ha passato più tempo sui campi da tennis che nelle trincee della storia. È nato in un Sudtirolo che ha imparato, seppur a fatica e in modo imperfetto, a convivere con le proprie cicatrici: attentati, diffidenze, compromessi, convivenze forzate. È una terra che conosce (o almeno dovrebbe) la fragilità dell’identità come nessun’altra, dove tutto ha due nomi e i cartelli stradali devono essere scritti in più lingue per legge. In un luogo così, la domanda “da che parte stai?” ha sempre avuto un suono minaccioso.

Il Sudtirolo – o Alto Adige, a seconda di dove ci si trovi a guardare – è il posto in cui la parola “appartenenza” ha smesso da tempo di essere un fatto ovvio. È diventata un equilibrio, una mediazione continua tra lingue, culture e memorie. E in questo spazio sottile Sinner è semplicemente nato. Non ha scelto di essere simbolo di nulla, eppure eccolo lì, arruolato senza consenso nella guerra tra chi lo vuole “più italiano” e chi lo rivendica “diverso”. Come se nel 2025 fosse ancora possibile definire qualcuno in base alla lingua.

Eppure, non si fa in tempo a correggere il tiro dei primi – i patrioti del tifo che lo volevano “italiano vero”, possibilmente con tricolore incorporato – che già arrivano i secondi: gli Schützen, con tanto di cappello piumato e tono da rimprovero. Sono loro, stavolta, a sentirsi “feriti” dalle parole del tennista, colpevole di aver detto di essere felice “di essere nato in Italia e non in Austria”. In una lettera aperta firmata dal comandante Christoph Schmid, i cappelli piumati tirolesi lo ammoniscono: “Sai bene che affermazioni come questa hanno un effetto che va ben oltre lo sport”. E giù con il richiamo alla “nostra lingua, la nostra storia, la nostra identità”. Un richiamo che però manca il bersaglio. Perché se gli Schützen dovrebbero, almeno per tradizione, saperlo centrare, finiscono per prendersela con chi non ha negato nulla, ma ha semplicemente espresso un sentimento personale. La libertà, dopotutto, vale anche per dire da dove si è felici di provenire.

Così, da nord come da sud, si ripete la stessa trappola: ridurre l’identità a una camicia di forza, a un recinto, a una parola d’ordine. Un nazionalismo riflesso, che si guarda allo specchio e non si riconosce, pur reagendo alla stessa, stupida, maniera.

Se Sinner volesse accettare il nostro umile consiglio, farebbe bene a continuare a giocare, a vincere e a sorridere con quella calma che disarma gli identitari di ogni fede. Perché la vera modernità, oggi, è proprio questa: non avere bisogno di definirsi. A volte basta un rovescio a due mani e la leggerezza di chi non ha tempo per chi, del perdere tempo, continua a fare una professione.

Corriere dell’Alto Adige, 22 novembre 2025

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Lampi su Pasolini

A cinquant’anni dalla morte del poeta bolognese, un saggio di Daniele Piccione torna sulla scena di un delitto che non cessa di parlarci.

Nella notte tra il primo e il 2 novembre del 1975, all’Idroscalo di Ostia, si spegneva la voce più inquieta e lucida dell’Italia repubblicana. Cinquant’anni dopo, l’ombra di Pier Paolo Pasolini continua a proiettarsi sul nostro presente: le sue parole, più che sopravvivere, sembrano tornare a pulsare. Non sorprende che l’anniversario della sua morte abbia generato una scia di nuove pubblicazioni, ristampe e riletture, come se la memoria del poeta reclamasse ancora un senso compiuto. A questo proposito spicca la riproposta della prima versione, non emendata, dei Ragazzi di vita: un gesto editoriale che restituisce alla pagina pasoliniana la sua forza originaria, aspra e scandalosa, prima delle correzioni imposte dalla censura e dall’autocensura. Tra i molti volumi che tentano di restituire la complessità dell’autore delle Ceneri di Gramsci, uno merita particolare attenzione: La lunga notte dell’Idroscalo di Daniele Piccione (Mimesis Edizioni, 2025, 325 pagine, Euro 20,00). Non un’inchiesta giudiziaria né un esercizio di culto, ma un’indagine storica e civile che insiste su quella vicenda per svelarne i risvolti ancora taciuti, là dove si intrecciano politica, potere e verità negate. Piccione ricostruisce il delitto di Ostia come esito di un lungo processo di delegittimazione, ma anche come simbolo di un Paese che preferì ridurre la voce di Pasolini a scandalo privato, pur di non affrontare le sue diagnosi più radicali. Abbiamo intervistato l’autore.

Questo libro sembra il culmine di un interesse duraturo. Quando è nato il bisogno di tornare sulla notte dell’Idroscalo?
Direi attraverso il progressivo studio del peso che Pasolini ha avuto nel decennio dei Settanta e poi in quello successivo. Inoltre, la percezione della complessità dietro i grandi snodi neri della nostra Storia mi ha fatto comprendere che, anche dietro quel delitto, si nascondeva un meccanismo destinato a occultarne la natura e il movente.

Come mai si impose subito la versione del delitto privato, legato all’ambiente omosessuale o al “vitalismo” del poeta?
L’ambiente, o almeno una sua parte, era pronto ad accogliere quel racconto. Una narrazione deformante che cominciò la stessa notte dell’omicidio, a partire dai comportamenti di Pino Pelosi. Quella storia riduttiva non è mai finita del tutto. Ancora oggi, magari con piccole varianti, c’è chi la sostiene.

Chi era Giuseppe Pelosi e perché non poteva essere l’unico coinvolto nel delitto?
Pelosi era un ragazzo della periferia romana, come ce n’erano molti nel cuore degli anni Settanta. Conosceva Pasolini da qualche mese, all’incirca da metà dell’estate del 1975. Raccontò invece tutt’altra storia, sostenendo che Pasolini lo avesse abbordato quella notte e che lui non conoscesse l’intellettuale. È questa menzogna – ritrattata solo negli ultimi anni di vita – che dovrebbe far riflettere a fondo. Del resto, già la prima sentenza del 1976 riconobbe che Pelosi non poté agire da solo: la violenza subita da Pasolini, per modalità e intensità, lasciava intendere la presenza di più persone. Le perizie mediche e i rilievi sull’auto e sul luogo del delitto mostravano segni di un pestaggio collettivo e di una dinamica caotica, incompatibile con l’azione di un solo aggressore. Tutto questo rafforza l’idea di un’operazione più complessa, forse coordinata, che andava ben oltre un incontro occasionale.

La prevalenza del privato sul pubblico fu automatismo culturale, pregiudizio o strategia consapevole?
Era il compimento di una lunga stagione di delegittimazione. Nel libro se ne parla in prospettiva storica. Pasolini era schernito e insultato perché omosessuale, ma lo si voleva delegittimare perché la sua voce era detonante e anticipatoria. Era odiato da più parti e non aveva una bandiera collettiva in cui identificarsi a fondo. Il Paese, dunque, volle spiegarsi quel brutale omicidio come un regolamento di conti tra omosessuali. Abbandonare quella lettura imponeva di porsi domande impegnative e scomode.

In che modo il suo lavoro riapre quel passaggio e mostra il carattere pubblico, politico e simbolico di quella morte?
Credo che Pasolini abbia imboccato la parabola che lo avrebbe condotto all’Idroscalo il 12 dicembre 1969, il pomeriggio della madre di tutte le stragi italiane: l’eccidio di Piazza Fontana. Pasolini investì i successivi cinque anni di vita, gli ultimi, tenendo conto di quel fatto di sangue. Ne scrisse molto e riuscì a leggerne la componente di innesco: il ricorso a un metodo che serviva ad arrestare l’evoluzione sociale del Paese e a schiacciarlo in una cappa plumbea di paura e insicurezza.

La diagnosi pasoliniana del “mutamento antropologico” e dell’“omologazione culturale” resta plausibile? Era davvero un progetto di trasformazione dei poteri?
A mio modo di vedere non è solo plausibile, è persino comprovata. L’appiattimento che va oltre le matrici consumistiche del nostro vivere quotidiano è anche una forza di distoglimento dai meccanismi di trasformazione della società. Sono sempre più impersonali, meccanici, lontani – almeno all’apparenza. Questo però de-responsabilizza. Suona persino consolatorio per ciascuno di noi: “non dipende da niente che conosco, quindi questo stato di cose è immutabile”.

Il riferimento a Eugenio Cefis e alle pagine di Petrolio (anche quelle mancanti, a cominciare dal famoso capitolo “Lampi sull’ENI”) mostra un Pasolini lucido, non visionario. Quanto siamo pronti oggi a leggerlo senza ridurlo a paranoia o profezia?
È vero, il Pasolini di Petrolio e del suo ultimo, terribile, film (Salò o le 120 giornate di Sodoma, ndr) è stato molte cose: anche uno spietato analista della lotta al potere dentro e intorno all’ENI. Un acuto medico necroforo della crisi della DC, di cui vide prima di tutti lo sfaldarsi del ruolo e della credibilità. Riconoscerlo oggi significa misurarsi con un’intelligenza che non fu mai visionaria ma, semmai, troppo in anticipo. La nostra difficoltà a leggerlo senza ridurlo a paranoia è forse il segno di una società che non ha ancora fatto i conti con le sue stesse ombre, quelle che il poeta cercava di mettere in luce.

Nel suo libro accosta la figura di Pasolini a quella di Aldo Moro. Al di là della loro morte cruenta, questa congiunzione in cosa si manifesta?
A ben vedere si tratta di due figure accomunabili da un certo grado di solitudine. Moro rimane solo, disperatamente solo, non solo nei cinquantacinque giorni della sua detenzione nella cosiddetta “prigione del popolo”, ma è come se, in certa misura, avesse rappresentato un tratto di discontinuità in tutta la sua vita politica. Pasolini, parimenti, è sempre stato questo: l’uomo fuori dal coro, fuori dai gruppi, mai identificabile con un ambiente, a cominciare dall’incidente di Ramuscello. Altro punto di comunanza: entrambi vengono, in morte, disconosciuti. Si compie cioè un’operazione che cerca di mistificarne la lucidità e di alterarne l’identità. Di Moro si disse che, durante la prigionia, non fosse più lui, ma un uomo manovrato dai suoi rapitori; di Pasolini si cercò addirittura di sostenere che fosse stato lui ad aggredire il suo aggressore, confermando così la tesi – e poi il luogo comune – che, in fondo, “se l’era cercata”.

Il cinquantenario della morte può aiutarci a superare la memoria celebrativa e affrontare quelle che non erano mere “provocazioni”?
Occorre partire dall’esigenza di conoscere la verità su quella notte. Vedere le ragioni profonde – e soprattutto le forze oscure – che condussero Pasolini a morte ci aiuta a comprendere le invarianti, le tendenze che hanno segnato i punti di svolta della fragile Repubblica. Momenti che cambiarono la coscienza del Paese, ma anche fatti di sangue capaci di divorare tutto: in quel caso, la sete vitalistica di un uomo che descriveva senza scudi protettivi e che cercava la verità tra le pieghe di una società attraversata da fatali contraddizioni.

ff – 13 novembre 2025

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Le parole non sono neutre

Negli ultimi giorni, le strade di Bolzano si sono riempite di bandiere tricolori. Un gesto solo in apparenza innocuo: a promuoverlo è stata la sigla “Remigrazione e riconquista”, che ha fatto della retorica anti-migranti il proprio manifesto. Sotto lo slogan del “ritorno alle origini”, il gruppo si inserisce in un più ampio mosaico europeo di movimenti che ripropongono, in forme nuove, un vecchio sogno impossibile: “purificare” le società dalla diversità.

Il termine remigrazione nasce però in altro contesto. Negli anni Cinquanta indicava il rientro dei lavoratori emigrati nei Paesi d’origine, un fenomeno spontaneo o sostenuto da programmi di rimpatrio volontario. Era un concetto tecnico, amministrativo, usato dall’OIM e nei documenti europei. Dagli anni Ottanta in poi, la parola si è caricata di ideologia: nella Germania post-riunificazione, ambienti della Neue Rechte e pensatori identitari come Alain de Benoist la trasformarono in un progetto politico, il rimpatrio di immigrati e discendenti per “ripristinare” la purezza etnica del continente.

Da allora, remigrazione è entrata nel lessico della destra radicale europea – dall’Identitäre Bewegung tedesca e austriaca al Rassemblement National francese, fino a frange dell’AfD e al Forum voor Democratie olandese. Il messaggio è sempre lo stesso: una società omogenea minacciata dall’immigrazione, chiamata a “riconquistare” la propria identità. Il termine diventa così un paravento semantico: sostituisce la brutalità dell’espulsione con il tono pseudo-umanitario del “ritorno a casa”. E spesso il bersaglio non è generico: la propaganda colpisce soprattutto i migranti musulmani, indicati come corpo estraneo e incompatibile con l’“Europa cristiana”. L’islamofobia, più ancora del razzismo, è oggi il cemento ideologico di questa narrazione.

L’eco di questa retorica è arrivata anche in Italia, e l’episodio di Bolzano ne è un sintomo evidente. Nel contesto sudtirolese, dove le tensioni identitarie hanno radici profonde, il tema si intreccia con un nazionalismo di ritorno. Non è un caso che iniziative simili compaiano nei canali social del partito di Jürgen Wirth Anderlan, che da tempo alimenta la contrapposizione etnica e il mito della “difesa dei nativi”. Le bandiere tricolori diventano così un preciso segnale politico: la scenografia di una campagna contro la convivenza multiculturale, travestita da orgoglio nazionale.

Ma dietro lo slogan della remigrazione si nasconde una contraddizione insanabile. L’Europa di oggi non è più quella dei confini rigidi e delle comunità omogenee. È un continente interconnesso, dove milioni di persone hanno origini miste, doppie cittadinanze, famiglie plurilingue. Parlare di “rimpatrio” significa negare la realtà delle nostre città, in cui i “migranti” di seconda o terza generazione sono cittadini europei a pieno titolo.

Insistere sulla remigrazione implica una narrazione demagogica. Funziona perché offre risposte semplici a paure complesse, perché promette un ritorno a un ordine mai esistito. Non propone soluzioni ma colpevoli; non costruisce, indica chi escludere. E proprio per questo diventa utile alle destre di governo: alimenta un terreno emotivo su cui costruire consenso, spostando il dibattito dalla gestione dei flussi migratori alla guerra simbolica sull’identità.

L’episodio di Bolzano ricorda che le parole non sono neutre. “Remigrazione” sembra un termine tecnico, ma racchiude un intero immaginario di esclusione. Decostruirlo significa smascherare l’illusione di un passato da restaurare. L’unica “riconquista” auspicabile è quella del linguaggio e del pensiero critico: rifiutare la semplificazione, riconoscere la complessità e difendere una cittadinanza che si misura non per origine, ma per partecipazione.

Corriere dell’Alto Adige, 12 novembre 2025