Informarsi bene per vincere il pregiudizio

“L’ignoranza è meno lontana dalla verità del pregiudizio”, scriveva Denis Diderot. Eppure senza il filtro dei pregiudizi le nostre facoltà conoscitive sarebbero sovrastate da un flusso di esperienze non immediatamente generalizzabili, condannate cioè a non potersi mai rifugiare nella confortante espressione di valutazioni date senza dover fornire di continuo prove a sostegno. Condizione ben nota ai filosofi, i quali, in modo consapevole, non possono fare a meno di preparare la propria corsa verso l’agognata meta della verità se non ripartendo per l’appunto da qualche luogo di sosta pregiudiziale opportunamente “smontato”.

Detto questo, non è affatto semplice ridurre il numero di chi, all’interno di simili luoghi di sosta, ormai bivacca da anni senza sentire il bisogno di intraprendere alcun passo oltre il perimetro delle proprie certezze ottenute a prezzi stracciati. E la situazione minaccia di assumere proporzioni drammatiche allorché chi potrebbe fornire almeno un antidoto all’indurirsi dei pregiudizi preferisce invece garantire loro una cassa di risonanza, sfruttando in modo diseducativo il gradimento che da sempre viene accordato a chiunque appoggi posizioni più rozze e semplicistiche.

La settimana scorsa, tanto per citare un esempio concreto, il quotidiano Dolomiten ha pubblicato una lettera sdegnata di una signora di Bressanone, la quale lamentava di aver ricevuto un parziale rifiuto da parte di una scuola materna. Suo figlia, così scriveva, non sarebbe stata accolta senza problemi in quella struttura perché se un eventuale bambino “straniero” avesse avanzato la medesima richiesta, questo avrebbe avuto la precedenza. In realtà il rifiuto ad accogliere la bambina “autoctona” della signora non si basava sull’inesistente privilegio accordato agli “stranieri” (non è del resto chiaro se questa parola sia stata usata da chi aveva comunicato le condizioni per l’iscrizione in quell’asilo), bensì sulla semplice assegnazione dei posti calcolata in base alla circoscrizione di residenza (residenza che dunque renderebbe ininfluente la differenza di provenienza linguistica o etnica o d’altra natura dei bambini: com’è peraltro giusto che sia). Una spiegazione, quest’ultima, a quanto pare incapace di suscitare un moto di sdegno comparabile a quello attivato dall’ipotesi che potesse essere stata la predilezione per qualcuno venuto da “fuori” a determinare l’ordine della graduatoria. Così, sfruttando l’automatismo di un pregiudizio privo di qualsiasi riscontro (“se continua così noi Einheimische diventeremo Ausländer in casa nostra”, ecco l’ultima, sconfortante frase della lettera), si è subito creato il clamore per un caso che mette a nudo un lato assai imbarazzante dell’immaginario dominante e contro il quale possiamo agire soltanto aumentando la qualità della nostra informazione. 

Corriere dell’Alto Adige, 1 febbraio 2012       

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