L’ideologia che accusa le ideologie: quando il monolinguismo diventa sclerotico. A Villandro, piccolo borgo montano appollaiato sopra la Valle Isarco, un gruppo di genitori ha recentemente avanzato la richiesta di inserire alcune ore di italiano nel programma educativo dell’asilo di lingua tedesca. Un intento tutt’altro che inedito: a intervalli regolari, da decenni, proposte analoghe riaffiorano nel dibattito pubblico sudtirolese, per essere poi puntualmente respinte. Anche questa volta l’esito non è cambiato, complice l’indisponibilità di un ceto politico che dal secondo dopoguerra a oggi si è autoattribuito il compito di “proteggere” la popolazione di lingua tedesca dalla minaccia – più evocata che dimostrata – dell’assimilazione culturale. Le ragioni di tale opposizione sono state recentemente ribadite, con una franchezza per certi versi paradigmatica, da Hannes Rabensteiner, esponente del partito Süd-Tiroler Freiheit, in un’intervista al portale UnserTirol.com, improvvisandosi un esperto di questioni linguistiche.
Secondo Rabensteiner, l’idea di introdurre qualche ora di italiano negli asili di lingua tedesca costituirebbe il cavallo di Troia di un’“ideologia” orientata alla distruzione dell’identità. Si tratta, vale la pena ricordarlo, di una proposta pedagogica limitata, circoscritta, sostenuta con prudente ragionevolezza da alcune famiglie locali, eppure dipinta come un attacco di proporzioni quasi tolomeiane alla minoranza tedesca. Il meccanismo retorico è trasparente: mentre denuncia l’ideologia altrui, Rabensteiner mette in campo un discorso che è esso stesso ideologico in senso eminente, strutturato, refrattario a ogni forma di verifica.
La sua argomentazione, infatti, non si fonda su alcuna teoria linguistica riconosciuta, né su dati empirici, né tantomeno su ricerche in ambito pedagogico. Essa si regge piuttosto su un repertorio di convinzioni pre-teoriche presentate come ovvietà: l’idea che i bambini “si confondano”, che una lingua sottragga spazio all’altra, che il contatto produca impoverimento, che la cosiddetta “mescolanza” (sia pure in dosi minime) sia un segnale di degrado. È una visione che feticizza il nesso territorio/linguaggio/identità, trattandolo come un ordine naturale, stabile e non negoziabile, da preservare attraverso divieti, delimitazioni e recinzioni simboliche.
Dal punto di vista della pedagogia linguistica e delle scienze del linguaggio, tutto ciò è ampiamente smentito da migliaia di studi. Il plurilinguismo precoce non solo non compromette lo sviluppo della lingua materna, ma può rafforzarlo, a condizione che quest’ultima sia socialmente valorizzata e sostenuta. La commistione linguistica, lungi dall’essere un indice di decadimento, costituisce una fase fisiologica e transitoria dello sviluppo linguistico infantile. Ignorare sistematicamente questi risultati non equivale a una legittima scelta culturale: è, più semplicemente, un rifiuto della conoscenza.
Ancora più problematica è l’idea di identità che emerge da questo impianto discorsivo. Un’identità concepita come entità fragile, da conservare sotto vetro, al riparo da ogni contatto. Eppure l’identità, individuale e collettiva, non si costruisce nell’isolamento, ma nella relazione; non nell’assenza di interferenze, ma nella capacità di abitare senza paura contesti complessi.
Alla fine, l’ideologia non è certo quella che propone un’esposizione precoce, ludica e guidata a una seconda lingua. La vera ideologia è quella che attribuisce a bambini in età prescolare il compito di presidiare confini simbolici che gli adulti, evidentemente, non riescono più a governare se non in forma regressiva. È l’ideologia che trasforma un’istituzione educativa in un dispositivo ermetico, un asilo in una linea di resistenza culturale, una pratica pedagogica in una prova di lealtà alla “stirpe”.
Nulla di nuovo, peraltro. Claus Gatterer – autore che forse persino Rabensteiner potrebbe aver sentito nominare – aveva descritto con grande lucidità questo meccanismo già molto tempo fa, mostrando come l’“inimicizia ereditaria” si riproduca proprio quando viene naturalizzata e trasmessa alle generazioni successive come destino. Resta il dato di fatto: un monolinguismo elevato a dogma non protegge una lingua, la impoverisce; non rafforza un’identità, la irrigidisce fino a renderla caricatura di se stessa.
Corriere dell’Alto Adige, 15 gennaio 2026
