Negli ultimi giorni, le strade di Bolzano si sono riempite di bandiere tricolori. Un gesto solo in apparenza innocuo: a promuoverlo è stata la sigla “Remigrazione e riconquista”, che ha fatto della retorica anti-migranti il proprio manifesto. Sotto lo slogan del “ritorno alle origini”, il gruppo si inserisce in un più ampio mosaico europeo di movimenti che ripropongono, in forme nuove, un vecchio sogno impossibile: “purificare” le società dalla diversità.
Il termine remigrazione nasce però in altro contesto. Negli anni Cinquanta indicava il rientro dei lavoratori emigrati nei Paesi d’origine, un fenomeno spontaneo o sostenuto da programmi di rimpatrio volontario. Era un concetto tecnico, amministrativo, usato dall’OIM e nei documenti europei. Dagli anni Ottanta in poi, la parola si è caricata di ideologia: nella Germania post-riunificazione, ambienti della Neue Rechte e pensatori identitari come Alain de Benoist la trasformarono in un progetto politico, il rimpatrio di immigrati e discendenti per “ripristinare” la purezza etnica del continente.
Da allora, remigrazione è entrata nel lessico della destra radicale europea – dall’Identitäre Bewegung tedesca e austriaca al Rassemblement National francese, fino a frange dell’AfD e al Forum voor Democratie olandese. Il messaggio è sempre lo stesso: una società omogenea minacciata dall’immigrazione, chiamata a “riconquistare” la propria identità. Il termine diventa così un paravento semantico: sostituisce la brutalità dell’espulsione con il tono pseudo-umanitario del “ritorno a casa”. E spesso il bersaglio non è generico: la propaganda colpisce soprattutto i migranti musulmani, indicati come corpo estraneo e incompatibile con l’“Europa cristiana”. L’islamofobia, più ancora del razzismo, è oggi il cemento ideologico di questa narrazione.
L’eco di questa retorica è arrivata anche in Italia, e l’episodio di Bolzano ne è un sintomo evidente. Nel contesto sudtirolese, dove le tensioni identitarie hanno radici profonde, il tema si intreccia con un nazionalismo di ritorno. Non è un caso che iniziative simili compaiano nei canali social del partito di Jürgen Wirth Anderlan, che da tempo alimenta la contrapposizione etnica e il mito della “difesa dei nativi”. Le bandiere tricolori diventano così un preciso segnale politico: la scenografia di una campagna contro la convivenza multiculturale, travestita da orgoglio nazionale.
Ma dietro lo slogan della remigrazione si nasconde una contraddizione insanabile. L’Europa di oggi non è più quella dei confini rigidi e delle comunità omogenee. È un continente interconnesso, dove milioni di persone hanno origini miste, doppie cittadinanze, famiglie plurilingue. Parlare di “rimpatrio” significa negare la realtà delle nostre città, in cui i “migranti” di seconda o terza generazione sono cittadini europei a pieno titolo.
Insistere sulla remigrazione implica una narrazione demagogica. Funziona perché offre risposte semplici a paure complesse, perché promette un ritorno a un ordine mai esistito. Non propone soluzioni ma colpevoli; non costruisce, indica chi escludere. E proprio per questo diventa utile alle destre di governo: alimenta un terreno emotivo su cui costruire consenso, spostando il dibattito dalla gestione dei flussi migratori alla guerra simbolica sull’identità.
L’episodio di Bolzano ricorda che le parole non sono neutre. “Remigrazione” sembra un termine tecnico, ma racchiude un intero immaginario di esclusione. Decostruirlo significa smascherare l’illusione di un passato da restaurare. L’unica “riconquista” auspicabile è quella del linguaggio e del pensiero critico: rifiutare la semplificazione, riconoscere la complessità e difendere una cittadinanza che si misura non per origine, ma per partecipazione.
Corriere dell’Alto Adige, 12 novembre 2025
