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Steger, simbolo conteso

Con la morte di Siegfried Steger, ultimo componente rimasto dei Puschtra Buibm, si chiude una pagina umana dell’indipendentismo armato sudtirolese degli anni Sessanta. Ma non si chiude, ancora una volta, la pagina politica e soprattutto simbolica che da quella stagione continua a discendere.

Steger era stato condannato all’ergastolo in contumacia per attentati e omicidio, al termine di una stagione giudiziaria che segnò profondamente il rapporto tra lo Stato italiano e una parte della minoranza di lingua tedesca. La contumacia – istituto giuridico che certifica l’assenza dell’imputato – fu in quel caso anche una scelta di vita. Qui già si biforca il linguaggio: latitanza o esilio? Per la giustizia italiana fu latitanza, ossia sottrazione volontaria all’esecuzione della pena. Per chi ne ha condiviso la causa fu esilio, parola che richiama la dimensione politica, quasi una diaspora forzata. È in questa alternativa semantica che trapela il primo nodo irrisolto della vicenda: quando le parole smettono di descrivere e cominciano a giudicare.

Steger non chiese mai la grazia. Rivendicò fino alla fine la definizione di «soldato della libertà», inscrivendo la propria biografia dentro una narrazione resistenziale. Tuttavia, nonostante la sua figura sia stata coltivata nel tempo in guisa di eroe patriottico, Steger ha fornito anche spunti critici che i suoi presunti ammiratori hanno per lungo tempo cercato di oscurare, confinandolo di fatto in una situazione emarginata. Altri, invece, hanno visto in lui e nei suoi compagni dei terroristi responsabili di una stagione di sangue che nulla avrebbe a che fare con la legittima tutela di una minoranza. È una frattura che non si è mai davvero ricomposta.

Del resto, la storia dei “bravi ragazzi della Val Pusteria” – formula che di per sé tradisce uno sguardo partecipe – non si è esaurita in un destino uniforme. Un altro protagonista di quel gruppo, Heinrich Oberleiter, ha ottenuto anni fa la grazia presidenziale, tornando formalmente nella legalità dello Stato che lo aveva condannato. Un atto che alcuni hanno letto come gesto di riconciliazione, altri come cedimento politico. Anche qui le parole pesano: pacificazione o resa? La grazia non cancella la condanna, ma la sospende; non riscrive la storia, ma ne modifica gli effetti giuridici. È un segnale che, comunque lo si voglia intendere, testimonia il mutamento del contesto e delle relazioni tra Roma e Bolzano rispetto agli anni della tensione.

La scomparsa di Steger mostra con evidenza che gli uomini muoiono, ma vengono sostituiti dai fantasmi. Non solo quelli dell’indipendentismo, che continuano a vivere nelle memorie familiari, nelle interpretazioni degli Schützen, nei richiami periodici dei movimenti separatisti; ma anche i fantasmi di chi stigmatizza senza attenuanti, come se il tempo non avesse modificato equilibri, assetti istituzionali e prospettive. Le reazioni alla sua morte – dai cordogli provenienti dagli ambienti tradizionalisti sudtirolesi alle prese di posizione indignate di forze politiche nazionali – confermano che Steger continua a essere, anche da morto, un simbolo conteso: eroe per alcuni, criminale per altri.

In fondo, la sua vicenda costringe a misurarsi con una domanda più ampia: cosa resta di un conflitto quando i suoi protagonisti non ci sono più? Resta la memoria, certo. Ma resta anche l’incapacità – o la riluttanza – di elaborare fino in fondo il passato. La materia è ancora incendiabile. Le polemiche che hanno seguito la notizia della sua morte dimostrano che non si tratta soltanto di una questione storiografica, bensì di un nervo scoperto dell’identità locale e nazionale.

Forse perché quella stagione non è stata metabolizzata da nessuna delle parti in causa. Non del tutto, almeno. Da un lato, la tentazione dell’idealizzazione; dall’altro, quella della rimozione o della condanna senza contesto. In mezzo, una storia complessa fatta di paure, errori, radicalizzazioni e trasformazioni profonde, che ha portato l’Alto Adige/Südtirol a cambiare ma anche, paradossalmente, a restare incastrato in una configurazione mentale statica.

La morte separa la vita dagli spettri, ma non li dissolve. E finché il lessico resterà una trincea – finché si continuerà a dire latitante o esule, terrorista o combattente – sarà difficile pensare a una vera rielaborazione condivisa. Chissà quando lo sarà mai. Nel frattempo, il passato continua a sopravvivere ai suoi protagonisti, trascinandosi nel presente come una nebbia che ci impedisce di guardare davvero avanti.

Corriere dell’Alto Adige, 4 marzo 2026