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Benno e la sfida costituzionale

Il trasferimento di Benno Neumair dal carcere di Verona alla Casa Circondariale Due Palazzi, che si trova a Padova, non è soltanto un fatto amministrativo. È un passaggio che riapre una questione più ampia: quale idea di pena vogliamo sostenere in uno Stato costituzionale?

Neumair sta scontando l’ergastolo per l’omicidio dei genitori. La condanna è definitiva, la detenzione resta piena. Tuttavia, l’approdo a una struttura come Due Palazzi — grande, articolata, dotata di laboratori e percorsi formativi — introduce la possibilità, almeno teorica, di lavorare e studiare durante la reclusione. Per alcuni, questo rappresenta un’inaccettabile attenuazione della pena. Per altri, è l’attuazione minima di un principio giuridico inderogabile.

Non esiste, infatti, livello più aberrante di chi auspica una pena ridotta a mera restrizione della libertà, mescolata a una sofferenza psico-fisica che, nelle sue espressioni più comuni, coincide con la realtà concreta del carcere. Sovraffollamento, isolamento, impoverimento relazionale: in molte situazioni la detenzione assume tratti che sfiorano una forma strutturale di violenza. Se la pena diventa esclusivamente afflizione, tradisce il dettato costituzionale che la vuole orientata alla rieducazione — senza distinguere tra reati “meritevoli” o “immeritevoli” di tale prospettiva.

In questo senso, la possibilità che un detenuto lavori in officina, frequenti corsi o partecipi a percorsi di recupero non è un premio, ma uno strumento ordinamentale. Non sostituisce la pena, non cancella la responsabilità, non restituisce ciò che è stato tolto. Offre però uno spazio — limitato e interno alla detenzione — in cui la persona resta soggetto e non semplice corpo da custodire.

Il dibattito si fa ancora più radicale se lo si colloca nel solco tracciato da Valeria Verdolini, nel suo libro Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà (Add Editore, 2025). Verdolini invita a riconoscere che il carcere non è solo uno strumento neutro di esecuzione della pena, ma un dispositivo che produce e riproduce forme di violenza, spesso normalizzate. “Abolire l’impossibile” significa allora interrogarsi sulla centralità stessa dell’istituzione carceraria e sulle alternative praticabili: prevenzione sociale, giustizia riparativa, riduzione drastica del ricorso alla detenzione.

Nel caso Neumair, le fonti riferiscono l’assenza di segnali evidenti di pentimento e la mancanza di rapporti con la sorella. Ma la rieducazione, in un ordinamento costituzionale, non è subordinata a una dichiarazione pubblica di ravvedimento. È un dovere dello Stato offrire strumenti; è una scelta del detenuto farne uso. I cittadini, se credono nei principi costituzionali, dovrebbero sostenere ogni concreta attuazione di tali strumenti, anche quando il nome coinvolto suscita comprensibile riprovazione.

Resta, infine, la questione più esigente: umanizzare il carcere basta? O occorre immaginare un orizzonte in cui il carcere non sia più la risposta centrale al conflitto sociale? Il trasferimento da Verona a Padova non modifica la gravità del crimine né alleggerisce l’ergastolo. Ma costringe a confrontarsi con una scelta di fondo: una pena concepita come vendetta prolungata o una pena pensata come percorso, per quanto controverso e imperfetto, dentro e forse oltre l’istituzione carceraria.

Corriere dell’Alto Adige, 18 febbraio 2026 – Pubblicato con il titolo “Una scelta non solo formale”