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I corpi fuori posto

Anche Bolzano, al pari di altre città assimilabili alla sua tipologia, offre un osservatorio utile per smontare una lettura sempre più ricorrente – e sempre più pigra – del fenomeno dei cosiddetti maranza in chiave etnica. Nei quartieri di edilizia popolare della città, la realizzazione di videoclip trap ambientati nei cortili condominiali ha acceso tensioni reali: famiglie preoccupate, anziani intimoriti, spazi comuni vissuti come improvvisamente ostili. La reazione dei residenti è comprensibile e va presa sul serio, ma il modo in cui questo disagio viene spesso raccontato rischia di spostare il fuoco dell’analisi dal piano sociale a quello identitario, trasformando un conflitto urbano e generazionale in una questione di “appartenenza”.

A Bolzano, come altrove, il nodo non è l’origine dei ragazzi coinvolti, bensì l’uso simbolico dello spazio e dell’immaginario. La trap – genere che costruisce gran parte della propria forza narrativa sulla rappresentazione della strada, del rischio, del branco e della trasgressione – utilizza i quartieri popolari come scenografia riconoscibile e immediatamente leggibile. Il cortile, il garage, la scala diventano segni visivi di autenticità, non perché siano realmente luoghi di criminalità, ma perché funzionano come tali nel linguaggio del genere. Il cortocircuito nasce quando questa finzione performativa entra in contatto con chi quegli spazi li vive quotidianamente come luoghi di cura, educazione e normalità.

È qui che spesso interviene la scorciatoia etnica. In contesti simili al nostro, città attraversate da stratificazioni linguistiche e culturali profonde, l’estetica “da ghetto” viene facilmente letta come importazione estranea, come segnale di un’alterità che minaccia l’equilibrio locale. Ma questa lettura confonde chi mette in scena con ciò che viene messo in scena. Il modello culturale a cui questi giovani attingono è globale, transnazionale, mediatizzato: nasce nelle periferie statunitensi, passa per le banlieue francesi, si riformula sui social e arriva ovunque, anche dove il “ghetto” non esiste se non come immaginario.

Essere maranza, oggi, non significa appartenere a un’etnia, ma aderire a una grammatica simbolica della marginalità: ostentazione, linguaggio duro, identità di gruppo come risposta a fragilità sociali, educative e relazionali. È una dinamica che attraversa origini diverse e che storicamente si ripresenta sotto forme nuove. I teddy boys, i punk, i paninari, i truzzi: ogni generazione ha prodotto i propri “corpi fuori posto”, accusati di degradare lo spazio urbano e di lanciare cattivi messaggi ai più giovani.

Il caso di Bolzano non segnala dunque un’emergenza etnica, ma un conflitto classico tra rappresentazione e vissuto, tra spettacolarizzazione della periferia e diritto di abitarla senza stigma. Affrontarlo evocando scenari repressivi o scorciatoie identitarie rischia di produrre solo un irrigidimento reciproco: da un lato la chiusura difensiva dei residenti, dall’altro l’ulteriore radicalizzazione simbolica dei giovani. Una risposta più efficace passa invece dal riconoscere il carattere culturale – e non “tribale” – del fenomeno: governare l’uso degli spazi comuni con regole chiare e condivise, distinguere tra espressione artistica e occupazione intimidatoria, investire in mediazione territoriale e in luoghi alternativi di produzione simbolica. Non si tratta di legittimare qualunque messaggio, ma di sottrarre l’immaginario della marginalità al monopolio della provocazione. Solo offrendo canali di riconoscimento diversi dalla messa in scena della durezza e del conflitto si può evitare che questi linguaggi continuino a essere, per molti giovani, l’unico modo per esistere nello spazio pubblico.

Corriere dell’Alto Adige, 5 febbraio 2026