Negli ultimi anni, il termine remigrazione si è progressivamente imposto nel dibattito pubblico fino a diventare quasi di uso comune: ormai quasi tutti ne hanno sentito parlare, sia in relazione alle campagne anti-immigrazione, sia nei discorsi di partiti e commentatori su media tradizionali e social network. Il primo impatto diffuso del concetto risale ai primi anni Venti del secolo, non quelli del Ventennio storico, quando alcune frange della destra radicale cominciarono a utilizzarlo come slogan per indicare il rimpatrio degli stranieri considerati non desiderati. In quel periodo, gruppi identitari ed esponenti politici più intransigenti promossero l’idea che la soluzione ai problemi sociali fosse la “remigrazione”: ricondurre al paese d’origine chiunque non fosse percepito come assimilabile alla società nazionale.
La parola ha così mutato significato: da termine tecnico per il rimpatrio volontario di emigrati nei loro paesi d’origine, è diventata un concetto carico di ideologia, adottato con un tono pseudo-umanitario per giustificare o legittimare pratiche discriminatorie. In Europa, dalle formazioni identitarie tedesche agli estremisti dell’AfD e all’estrema destra francese, la remigrazione è stata spesso impiegata per mascherare progetti espliciti di espulsione di massa.
In Italia, la dinamica assume oggi forme nuove con protagonismi politici emergenti. La decisione dell’europarlamentare Roberto Vannacci di lasciare la Lega e fondare il partito Futuro Nazionale rappresenta una svolta significativa. Vannacci ha definito il suo contenitore “la vera destra”, contrapponendosi alle forze “moderate” che, a suo avviso, avrebbero tradito i valori identitari e sovranisti. Nelle sue prime dichiarazioni pubbliche ha affermato che vengono “prima la difesa della Patria, poi lo Stato e infine il diritto”, ponendo identità nazionale e sicurezza persino al di sopra dei principi costituzionali. In questo contesto, il richiamo alla remigrazione oscilla pericolosamente tra due posizioni: l’applicazione più rigorosa della legislazione vigente o l’espulsione arbitraria di persone considerate non conformi a un presunto principio di purezza etnica, evocando un passato funesto.
Questa doppia interpretazione — da un lato la critica radicale e razzista di chi nega il diritto di cittadinanza ai migranti, dall’altro l’espulsione “più efficace” di chi viola le leggi — mette in luce l’ambiguità e il pericolo di un linguaggio che giustifica politiche violente sotto una parvenza di legalità. La retorica della remigrazione intercetta paure reali o percepite, trasformandole in strumenti di esclusione e conflitto identitario.
Nel contesto sudtirolese, dove le questioni linguistiche e identitarie sono storicamente sensibili, tali messaggi dovrebbero suscitare particolare allarme. Iniziative simili non sono semplici manifestazioni culturali o folkloristiche, ma parte di una strategia comunicativa e politica che sposta l’agenda dalla gestione concreta dei fenomeni migratori a una guerra simbolica sull’identità nazionale e, su scala ridottissima, persino provinciale (a questo proposito, come sempre, è significativo che le destre locali si dividano lungo i bordi della faglia etnica, italiani vs tedeschi, costantemente attiva anche al di sotto di una comparabile affinità ideologica).
Di fronte alla manifestazione dei fautori della remigrazione (e riconquista) prevista a Bolzano per il 28 febbraio, è necessario un giudizio politico e strategico netto. Limitarsi a respingerla “idealmente” — per esempio in nome di un anti-fascismo di maniera o, con le parole del sindaco Corrarati, perché “Bolzano non lo merita” — rischia di risultare inefficace. Una risposta credibile richiede invece un doppio impegno: impedire la normalizzazione mediatica e istituzionale dell’iniziativa e promuovere una contro-narrazione capace di smascherarne la natura illiberale agli occhi di un’opinione pubblica spesso disorientata.
In definitiva, opporsi a iniziative come questa non è censura, ma responsabilità democratica: impedire che linguaggi e progetti politici fondati sull’esclusione trovino legittimazione, rifiutando semplificazioni e difendendo un dibattito ancorato ai valori costituzionali e all’inclusione.
Corriere dell’Alto Adige, 25 febbraio 2026



