Angeli acrobati a Notre Dame

Provenendo dal Quartiere Latino, aveva deciso di lasciare alla sua sinistra il marché aux fleurs accanto alla chiesa di Saint-Julien-le-pauvre, e di attraversare la strada per prendere il Pont-au-double. Il sole era già tramontato e faceva rilucere rosa intensi sulla tela della città. Guardando tra l’indaco del cielo e quei rosa si era ricordato di mimi, di ballerini di strada, di giocolieri che appaiono per il tempo di un giorno, o meno, davanti a Notre Dame. Notò allora che in molti guardavano verso il centro del ponte. Camminò in quella direzione. Ma dapprima rivolse lo sguardo a destra, verso la Senna, osservando un punk corpulento seduto a terra, con la schiena appoggiata sulla balaustra e con gli occhi chini a seguire il movimento delle mani: davanti a sé, su un telo, teneva un grosso coniglio scuro e, accanto, su un altro telo, due piccoli cani appisolati. Soffiava dentro palloncini di plastica colorati, che poi, concentrandosi, piegava rapido, facendo uscire per pochi centesimi giraffe, cani e chissà quali altri ricordi d’animali.

Volse di nuovo lo sguardo davanti a sé, e si accorse che al centro del ponte qualcosa incantava il pubblico, inducendolo in una trance silenziosa. Si spostò sul bordo del marciapiede, limite invisibile d’uno spazio sacro improvvisato, e scorse un trampolino eretto con casse di legno e lastre, una in legno chiaro, l’altra in metallo scuro, a comporre uno strano altare, povero e pagano. Vide che poco dietro il trampolino, tra due sostegni in bambù, era stata collocata, a ben più di due metri, un’asticella. Accanto al trampolino, si allungava una fila di coni gialli in plastica, una distanza regolare a separarli. All’improvviso un battito di mani, ritmico come in un rito, mentre davanti ai suoi occhi sfrecciò un giovane dalla pelle nerissima e con la camicia a scacchi, che con un rapido e impercettibile ondeggiare delle gambe disegnò una serpentina passando tra un cono giallo e l’altro, seguito da un ragazzo dalla faccia segnata e con una coppola sulla testa, che lo imitò. Nello stesso momento un altro nero, anche lui magro e con i capelli rasta come il primo, scandì forte il tempo battendo le mani, dall’altra parte dell’altare, e incoraggiando gentilmente gli inconsapevoli devoti. Una giovane americana bionda in abito color carta da zucchero puntò l’occhio meccanico del suo teleobiettivo al centro dello spazio sacro, là dove tutti guardavano e dove anche lui guardava.

Quando la scena infine gli si aprì interamente allo sguardo, vide comparire dal fondo del ponte, tra la gente, un terzo giovane, un bianco ora, in jeans scuri e candida t-shirt, che, sospinto dal battito di mani, prese la rincorsa, e poi rapidamente velocità, con scatti decisi. Sempre più veloce, lo vide puntare diritto al trampolino e, davanti al suo sguardo, superare la plancia in metallo scuro, staccarsi dalla plancia in legno chiaro e capovolgersi, raggomitolandosi nell’aria, in un punto immobile sopra l’asticella. Lo skater disegnò la figura, distese le braccia e planò, con le sue rotelle, sull’asfalto, come un angelo di strada, l’applauso di tutti il suo battito d’ali. I due neri spiccarono in volo a seguire, mentre il battito di mani non cessava, e, uno dopo l’altro, tutti gli angeli acrobati, bianchi e neri, sfilarono sospesi trattenuti da un soffio nell’aria.

Nuovamente il ragazzo dalla faccia segnata scansò veloce con le gambe i coni gialli e, mentre il battito di mani s’acquietava, ruotò dietro l’altare improvvisato, per alzare d’una tacca l’asticella, misura a separare gli angeli da un’invisibile divinità e assente, che ama un salto per offerta e dona in cambio rose fugaci in cielo.

L’americana bionda ripose la macchina fotografica nella custodia, le mani ripresero a scandire il tempo, il viandante il suo cammino. Alcuni passi davanti a lui, la giovane americana e una donna anziana si allontanavano, tenendosi per mano. [rk]

Breve dialogo tra l’italiano e il sorvegliante di rue Descartes

Dopo la registrazione del suo nominativo al bureau d’accueil l’italiano avrebbe varcato l’ingresso che lo avrebbe condotto nel giardino dell’edificio, in rue Descartes. Il giovane impiegato dal maglioncino di cachemire e dal taglio di capelli alla moda gli restituì la carta d’identità e gli consegnò un adesivo da esibire all’ingresso. “È solo per la prima volta, al momento della registrazione”, gli fu detto. Appiccicò l’adesivo all’esterno del portafoglio e si indirizzò verso la porta a vetri che dava sul giardino. La porta era custodita da due uomini in elegante divisa grigia bordata da sottili righe arancio. Pure la cravatta era arancio, e spiccava sulla camicia bianca. I due avevano il compito di verificare l’identità delle persone, controllare il lasciapassare e, in caso, ispezionare borse e zaini. Gentili, entrambi. L’italiano non aveva riposto il portafoglio nella tasca interna del soprabito, in previsione del controllo. Anzi, per facilitarlo e renderlo più veloce, così aveva pensato, tenne la carta d’identità in mano, per poterla mostrare rapidamente ai due sorveglianti. Si avvicinò a loro, mostrò il lato del portafoglio su cui aveva appiccicato l’adesivo e, assieme, la carta d’identità. “Bonjour, monsieur”, lui e uno dei due sorveglianti si scambiarono lo stesso saluto, con una frazione di secondo tra l’uno e l’altro. “Prego, si accomodi”, gli fu detto. Fece tre passi, varcando il breve corridoio che dall’uscita andava verso una grande porta a vetri, la quale dava accesso al giardino interno dell’edificio. Pochi scalini ancora e poi avrebbe cercato il luogo dell’appuntamento. Tuttavia, non appena giunse sul piccolo pianerottolo in pietra, all’esterno, dopo aver varcato la porta a vetri, sentì una voce che, credé, si stava indirizzando a lui. “Monsieur, mi scusi”. L’italiano trasalì, e si voltò. Uno dei due sorveglianti lo aveva in effetti chiamato, e dietro a lui lo seguiva, a un passo, il collega. “Scusi, monsieur, lei è italiano, vero?”. “Sì, certo”. “E da dove viene?”, gli fu chiesto in un ottimo italiano. “Da T…”. “Può aprire il portafoglio, per favore?”. “A che scopo, mi perdoni?”, domandò a sua volta l’italiano. “Non si preoccupi – sorrise il sorvegliante – non è per il controllo, volevo solo che lei mostrasse al mio collega la tessera del codice fiscale”, e sorrise. “Uh, va bene”, rispose di rimando, stupito, l’italiano, che così apri il portafoglio, al cui interno, sulla sinistra, erano ordinate, in tante piccole tasche, le tessere e le carte plastificate. Tra queste compariva la tessera bianca e verde con stampigliato in rilievo il suo codice fiscale. La dicitura “Ministero delle Finanze” e il simbolo della Repubblica Italiana facevano indiscutibilmente di quella tessera un documento ufficiale. “Ecco, vedi, è il codice fiscale”, disse il primo sorvegliante al collega. “È un codice che ti viene attribuito quando lavori in Italia, e ce l’avevo anch’io. È sufficiente inserirlo in un terminale di un computer ed esce tutta la tua situazione fiscale”, gli spiegò con soddisfazione, ma la sua voce lasciava pure intendere quella che l’italiano percepì come una nota di nostalgia. Il collega, un po’ stupito e un po’ divertito, annuì e rientrò. Il primo sorvegliante, invece, ne approfittò per scambiare due chiacchiere con l’italiano, dopo che questi gli domandò se aveva vissuto in Italia, visto che conosceva il codice fiscale e sosteneva di averne avuto uno, oltre a parlare perfettamente la lingua. “Oh, sì. Sono stato dieci anni a Pavia, dove ho lavorato e ho acquistato casa. Ho pure fatto un mutuo, perché l’Italia mi è sempre piaciuta, e un giorno voglio ritornare a casa mia. A Pavia, voglio dire”, specificò, sorridendo. “Come mai è a Parigi?”, chiese allora l’italiano. “Eh, che vuole, è la crisi, io mi occupavo di spedizioni e la ditta per la quale lavoravo è fallita. Si faceva fatica a trovare un altro lavoro buono come quello, sa, ne ho fatti diversi, anche due contemporaneamente, perché lavorare mi dà soddisfazioni, ma con la crisi ho deciso di andarmene, di trasferirmi in Francia. Qui a Parigi trovare lavoro è facile”, face una piccola pausa e sorrise di nuovo: “Sa, i francesi non hanno tanta voglia di lavorare, non sono abituati a lavorare come in Italia”. L’italiano non sapeva se, di fronte a una tale confessione gli venisse restituita con grande naturalezza un’evidenza indiscutibile o, semplicemente, un punto di vista del tutto soggettivo che, in quanto testimonianza vissuta, possedeva il valore di verità che si può attribuire alle esperienze individuali. O se, ancora, era un modo per corrispondere a un pregiudizio che, forse, il sorvegliante sapeva essere comune tra gli italiani del settentrione, una specie di immagine stereotipata nella quale amano rispecchiarsi. Quale che fosse il senso di quella frase, l’italiano trovò però l’ambiguità felice e, con essa, tutto il senso di una specie di appartenenza comune tra sé e il sorvegliante che mai avrebbe potuto immaginare quando, pochi istanti prima, aveva varcato la soglia dell’ingresso. Se non avesse dovuto cercare il luogo dell’appuntamento all’interno dell’edificio, varcare il giardino, e individuare la sala in cui si sarebbe dovuto trovare di lì a pochi minuti, forse sarebbe rimasto volentieri a parlare con il sorvegliante, tanto più che costui dava l’impressione di gradire molto la sua presenza. “Ah, e si trova bene a Parigi?”, rilanciò allora l’italiano, sapendo che di lì a poco avrebbe dovuto interrompere quella strana conversazione. “Ah sì, qui la vita è meno complicata”, confessò il sorvegliante. “Poi ho molti amici, i quali mi hanno invitato qui quando hanno saputo che avevo delle difficoltà con il lavoro in Italia”. “Ed è qui da molto?”, chiese l’italiano. “Quasi un anno, ed è poco rispetto ai dieci anni a Pavia. Però là ho il mutuo, la mia casa, e un giorno ci ritornerò. Anche se qui ho gli amici, faccio questo lavoro a tempo indeterminato e – lo sa? – ne ho trovato pure un altro a part-time per il weekend. No, non è difficile inserirsi a Parigi, a parte un po’ la burocrazia, e i prezzi degli affitti”, disse. “E poi”, aggiunse, “per noi ivoriani in Francia non c’è neppure il problema della lingua”, così disse il sorvegliante all’italiano. “Ma lei è venuto per la conferenza, vero? Non la voglio trattenere. E poi io devo tornare al mio posto di lavoro. È stato un piacere parlare con lei”. “Piacere mio”, disse l’italiano al sorvegliante. “Arrivederci”, lo salutò, e sorrise di nuovo. [rk]

Una fazza una razza

 

È grottesco vedere come il mondo politico italiano si stia affannando ad alzare una cortina fumogena sulla corruzione, promettendo progetti di legge che, come una panacea, finalmente libererebbe lo Stivale dai parassiti (e non si capisce bene se questi appartengano alla categoria sfrangiata degli “imprenditori” o a quella più facilmente identificabile dei funzionari di stato). Davanti ai discorsi che gli automi di regime ripetono come cyborg eteroprogrammati (“Non è Tangentopoli, quando chi rubava, rubava per il partito: ora chi ruba, ruba per se stesso, e sono solo casi isolati”), è più che lecito pensare che si tratti dell’ennesimo caso di freudiana Verneinung elevata a ritornello del discorso ufficiale del potere.

Cambio canale, e questa sera, 23 febbraio, il Tg di France 1 ha dedicato un lungo reportage sulla situazione drammatica delle finanze greche, con tanto di interviste a ministri, professionisti e funzionari pubblici. Qual è il nocciolo della questione? Il giornalista di France 1 mette (facilmente) in relazione l’enorme deficit pubblico greco (arrivato al 123% del PIL, quest’anno, tanto da far scattare un cosiddetto allarme rosso a Bruxelles, com’è noto) con una corruzione che è sistemica. Scorrono intanto immagini di studi di professionisti, di medici ecc. Un medico non ha timore a confessare che lui riceve sempre delle bustarelle con dentro una piotta d’una cinquantina di euri per visita, dal momento che – così dice – “il paziente è convinto che, con questo incentivo, il medico sarà indotto a fare meglio il suo mestiere”. Ecco che un medico greco enuncia chiaramente il retropensiero che guida silenzioso gli automatismi “pro domo sua” dell’homo italicus! In un’altra intervista parla un imprenditore, il quale racconta che, prima dell’ingresso nella UE, le bustarelle venivano consegnate nascoste in forme di formaggio (oh! dolce Arcadia!), mentre ora viene impiegato il sistema della triangolazione con bonifico estero su estero in paradisi fiscali. Corruzione-evasione, binomio che dalle nostre parti conosciamo bene.

Si sa: i francesi quando vanno a fare le pulci a casa di altri sono antipatici, e dunque il reportage illustra chiaramente il carattere endemico e, appunto, sistemico della corruzione in Grecia (qui evito di farmi prendere da un sussulto républicain e di raccontare qualche ricordo sul nepotismo dei politici greci a Bruxelles, storie riferitemi anni fa da amici che lavoravano negli uffici dell’allora Comunità Europea: dico solo che grazie all’arrivo della Grecia, gli italiani non apparvero più come “i nepotisti per eccellenza”, dunque non il grado più basso di corruzione e di immoralità. E questo basti).

Antipatia su antipatia: in chiusura di servizio, intervista al ministro delle finanze (del nuovo governo socialista), che afferma che verranno prese misure necessarie per limitare gli episodi di corruzione nella pubblica amministrazione. Il giornalista, a commento, aggiunge: “I pubblici funzionari hanno affermato che accetteranno delle norme anti-corruzione solo quando i politici avranno dimostrato per primi di non essere corrotti”. Fine reportage. Per riprendermi decido di sintonizzarmi sul Tg2. E stappo una birra a forte gradazione. [rk]

Sguardi

L’articolo di Robert Maggiori, corrispondente in Italia per “Libération” (http://www.liberation.fr/monde/0101618349-l-italie-de-berlusconi-un-pays-en-voie-de-barbarisation), è duro quanto basta. Al di là della lista di fatti – noti agli italiani che si affidano un poco alla memoria – mi pare che esso ponga la questione dello smottamento dello Stivale e della sua progressiva, apparentemente inarrestabile marginalizzazione. Ma ciò che mi interessa di più è anzi tutto la questione – culturale – della percezione di noi stessi che otteniamo passando per lo sguardo di altri. Per divertirmi, mi sono esercitato a mettere a fuoco alcuni possibili contro-argomenti, puramente retorici, all’articolo. Tra questi, la cecità o la malafede degli “stranieri” è da lungo tempo il filo con cui si intessono i discorsi di una parte importante dell’opinione pubblica interna. Ma la torsione dialettica che viene generata dal meccanismo di difesa è straordinaria: di fatto, pensare che ciò che gli “stranieri” dicono non conta, o è irrilevante, o è una menzogna nata dall’invidia ecc., sarebbe la prova più elementare a conferma del nostro sguardo “provinciale”. Ma da quale punto cieco nasce tale sguardo? [rk]

Colpo d’air

L’invito è arrivato per mail. La presentazione dell’agenzia è per venerdì sera, ore 19. Dall’invito non si capisce molto, poche righe per illustrare le finalità dell’agenzia, i tipi di servizi offerti. Il luogo è il 104, vecchia morgue art-noveau ristrutturata e adibita a spazio sociale, nel XIX arrondissement. Arrivo in ritardo, nella grande hall dai plinti in ferro e dalla volta in vetro una ragazza dell’organizzazione, con walkie-talkie e giubbotto, mi accoglie. Ci sono altri ritardatari. Ci dice che la presentazione è già iniziata, e quindi ci fa entrare assieme per arrecare minor disturbo. Entriamo nella sala, non ci sono che posti liberi in prima fila. Mi siedo, con quell’imbarazzo che coglie colui che si sente osservato da un’intera sala. I due membri dell’agenzia AIR – sigla che significa Agence Internazionale de Remplacement, come vengo a sapere – hanno già iniziato i loro discorsi. Lui, alto e magro, brizzolato, occhialini, occhi chiarissimi, giacca grigia. Lei, anche lei è alta, camicia bianca e jeans, giacca nera, occhi chiarissimi, capelli fulvi e folti. Rimangono in piedi tutto il tempo, appunti su un leggìo, schermo alle loro spalle, lavagna accanto. Due collaboratori al Mac per la proiezione dei video. Parlano velocemente, con un linguaggio conciso e professionale, riconosci facilmente le espressioni del marketing. Lui è più ritmico, più tecnico. A lei è affidata la parte più narrativa. Sono efficaci, senza dubbio. Sembrano quasi degli attori. A un certo punto – dopo aver squadernato un discorso sull’assenza – lui fa l’appello degli invitati, chiedendo di rispondere con un “presente”. La trovata è inquietante. Molti sono assenti, e ciò viene sottolineato. Letti i primi venti nomi, il professionista si ferma. “Era solo un esempio per dimostrarvi quanto l’assenza incida le nostre vite. C’è dell’assenza ovunque”. Mi pare di essere capitato in una situazione sartriana, osservatore di un mondo fatto di vuoti e di buchi. Da lì il velo di mistero comincia a sollevarsi, un po’ per volta. AIR propone un prodotto innovativo, dice lei, su misura del cliente e dei suoi desideri. In un mondo abitato da assenze, i professionisti di AIR – così entrambi – sostituiscono il cliente in situazioni e circostanze determinate, in modo tale che là dove poteva esserci un’assenza ci sia al contrario una presenza. In sostituzione, certo, ma sempre in nome e per conto di, sottolineano entrambi. Dopo una prima fase durata circa due anni, racconta allora lei, la rossa, una fase nella quale abbiamo sperimentato la sostituzione come se fossimo degli attori – dunque cercando di imitare al meglio il nostro cliente – ora siamo in grado di togliere la cornice di finzione e di presentarci come suoi reali sostituti, così dice, prendendone il posto in ogni circostanza che possa essere inquadrata nel nostro protocollo professionale. I due fanno proiettare i video che illustrano il cambio di strategia nell’offerta del servizio, poi vengono elencati i punti del protocollo professionale: la sostituzione non è incarnazione (il professionista non incarna il cliente), la sostituzione non può avvenire per finalità illegali né per scopi di natura sessuale, così lui. È il quadro deontologico che viene sottoscritto al momento del contratto con il cliente. Lui evidenzia il plusvalore offerto dal servizio: sostituire qualcuno significa agire in una situazione per produrre degli effetti per conto del cliente sulla sua vita, mirando così a realizzarne i desideri, così dice. La presentazione dei servizi prosegue per un’altra mezz’ora, con grafici sulla lavagna e illustrazioni ulteriori dei vantaggi per il cliente. Ultimo video, poi spazio alle domande degli invitati. Che sono parecchie. Lui e lei rispondono sottolineando la novità del servizio, l’affidabilità, certi di avere colto un’esigenza sempre più pressante nel mondo attuale, una richiesta di presenza che si farà sentire in misura sempre maggiore in futuro, così entrambi. Sorridono, come per tutta la durata della presentazione. Drink finale per gli ospiti, distribuzione dei biglietti da visita. Lui, il brizzolato dagli occhi chiarissimi e lei, la rossa in giacca nera, girano tra il pubblico per rispondere alle ultime domande, più personali. Vedo volti un po’ smarriti, così dev’essere il mio.

Mi chiedo se sarebbe stato meglio farmi sostituire, questa sera. PS: per informazioni sulle attività e i servizi di AIR, il contatto indicato nei biglietti da visita di AIR è il seguente: Alain Gintzburger, Secretaire Général;  ag@agenceair.com; www.agenceair.com  [rk]

Gli ecologisti delle ferrovie

Il telegiornale di France 3 ha dedicato questa sera un servizio sulle manifestazioni No Tav, intitolato “Gli ecologisti delle ferrovie”. Il servizio è stato collocato come primo nella scaletta del tg e lanciato tra i titoli di testa. Nel servizio si racconta che tra i quindici e i ventimila manifestanti si sono riuniti oggi sui Pirenei francesi per protestare contro la costruzione della linea ad alta velocità (in Francia viene chiamata come si deve) che dovrebbe unire Bordeaux al confine spagnolo. Quindi il servizio rende conto della manifestazione in Val di Susa, in opposizione alla costruzione della Lione-Torino. Viene detto che, malgrado il freddo, più di ventimila persone hanno preso parte, con donne e bambini in testa: “la resistenza è diventata cultura familiare”. Viene poi intervistato Alberto Perino, definito “il José Bovè della Valle” che ricorda come le trivellazioni siano state impedite dalle proteste popolari. “Si tratta di una dimostrazione di forza”, commentano i giornalisti francesi. Domani – ricorda il servizio – a Torino ci sarà una riunione di politici locali a sostegno dell’alta velocità. [rk]

Il partito dell’amore (messicano)

Sfogliando i quotidiani on-line questa mattina, sono rimasto colpito dalla totale assenza, in quelli italiani, di una notizia che invece accomuna quelli francesi, perlomeno Le Monde e Libération: nel Distretto Federale di Città del Messico dal 21 dicembre i matrimoni omosessuali sono divenuti legali grazie alla soppressione di un articolo che prevedeva l’unione tra i soli individui di sesso diverso. Ma già nel 2006, si sottolinea, l’unione civile era stata introdotta dal governo locale nell’Assemblea federale, espressione di una sinistra minoritaria nel paese. Ciò non toglie che un quinto circa dell’intera popolazione messicana godrà del riconoscimento di un diritto che in Italia, giova ricordarlo, è stato espunto dall’agenda politica dopo impacciati tentativi di dibattito al tempo del secondo governo Prodi.

La novità messicana è giudicata molto interessante dai fogli francesi perché avviene per la prima volta in un paese dell’America Latina, anche se in Argentina, Uruguay e Colombia le unioni di diritto civile già sono in vigore. Le prime dichiarazioni delle autorità festeggiano l’evento come un “progresso sociale e culturale”. La destra e la chiesa locale, secondo quanto riporta Le Monde, stanno esercitando pressioni sul sindaco della capitale affinché applichi il veto su quanto deliberato dall’Assemblea. Durante il dibattito in aula, scrive Libération, coppie gay hanno manifestato pacificamente, scambiandosi baci. [rk]

Statuette volanti e rose

Andrea Mantegna, Compianto su Cristo morto, Pinacoteca di Brera, Milano

I lettori del moderatissimo Le Monde reagiscono on-line alla notizia riguardante il ferimento del sedicente unto. Uno vorrebbe mandare rose, aggiungendo per chiarezza: “al giovane uomo”. Altri parlano di “maligna felicità”, un post inviato da “Forza Italia” urla vergogna alla sinistra (chi? Le Monde?) ecc. Bonaiuti da questo pomeriggio parla di “preveggenza” e di “profezia” del sovrano. Quello che si può prevedere sono tempi ancora più bui in Italia : la macchina mediatica della consacrazione del corpo offeso del sovrano si è già messa in moto, e sta entrando a pieno regime. Il passaggio metaforico è chiarissimo: le accuse (di mafia, di corruzione, di malaffare) feriscono. Gli effetti di identificazione tra corpo sacro del sovrano e corpo della nazione sono imprevedibili. Preoccupanti, in ogni caso. [rk]

No-B Day (Paris)

Parigi, Trocadero, ore 14

Già sulla linea 1 – direzione Défense – qualche ragazzo distribuisce volantini autoprodotti. Ne vedo uno consegnato a due portoghesi che lo scorrono con sguardo interrogativo, se lo infilano in tasca e riprendono la loro conversazione. A me, invece, non viene consegnato nulla. Si vede che il mio cappellino color viola (non acquistato per l’occasione, certo) non fa scattare nessuna associazione di idee. O forse sono i miei tratti poco mediterranei, vai a sapere. Cambio linea, prendo la 9, aspetto la mia amica Claudia alla stazione, arriva e ci dirigiamo verso il luogo del No-B Day. Superiamo una manifestazione per la democrazia in Madagascar prima e un numero crescente di venditori ambulanti poi. Ecco, ci siamo: gente in viola, alcune macchie sparse su un panorama invernale, la Dame de Fer davanti a noi, una fredda luce bianco-giallastra bagna la città. Bella è bella, anche con questa luce. Poi ci si guarda attorno, con un po’ di delusione, in verità. Non molti presenti, allora andiamo in cerca di un viso noto. Nulla. Chiacchiere per far passare il tempo. Vento freddo, intanto. Pian piano le macchie viola aumentano. Comincio a osservare, incuriosito. Volti giovani, quasi tutti. Studenti universitari, sicuramente, in buona parte. Qualcun altro più anziano, e capisci che ha scelto Parigi per studio o lavoro, delle coppie si sono portate dei bimbi, ormai qui sono di casa. Sono tutti italiani, o quasi tutti. Passa una mezz’ora, ed ecco che le macchie viola, prima come disperse, cominciano a formare una zona compatta di colore. Arriva una bandiera, riproduzione di Segantini, Il quarto stato, ovviamente. Ma qui non vedo alcun quarto stato: sono tutti figli di borghesi, a diverso titolo in fuga. Scampoli di conversazione tra venticinquenni: “io sono qui solo sei mesi, con l’Erasmus”, “io invece qui ci rimango per il dottorato”. La mia amica vive qui da molti anni: dottorato, insegnamento, preparazione per l’agrégation. Regolazione altoparlanti, intanto la piccola folla aumenta. L’organizzatrice presenta in un modo un po’ troppo televisivo la manifestazione (tra parentesi: perché porta gli occhiali? C’è la luce del nord, qui, oggi!), poi dà la parola a Flores d’Arcais. Discorso breve, a voce bassa. Qualcuno urla “voce!”, ma la voce non arriva. La folla aumenta ancora. Poi parla una ragazza – la prima ad aderire, a quanto pare – dice molte cose, la retorica è così così, ma ci mette cuore. Tra le persone vediamo arrivare la sorella di Altan, il disegnatore, con delle fotocopie della vignetta del fratello. Alcuni scattano foto della vignetta, retta da Claudia. Poi intervengono altri: un attore, un attivista francese, poi anche un giornalista del Tg3. Parla pure la responsabile del circolo PD di Parigi: discorso cauto, ma almeno la sintassi regge. Telecamere in giro, alcune interviste sul campo. Una bella ragazza con i capelli fulvi, nel frattempo, non si accorge che il suo volpino ha freddo e trema. Compare una bandiera rossa, striscioni. I discorsi continuano. Provo a contare: occhi e croce cinquecento. Molti, in ogni caso. Il freddo si fa più intenso, sono quasi le quattro. Lasciamo i comizi improvvisati e andiamo da Kléber per un caffè. Nel breve tragitto mi viene da pensare che ho visto molti individui radunati in una piccola folla e non ho sentito un solo discorso politico. Se questa è stata la forza di un pomeriggio come quello di oggi, ne è anche tutto il suo limite. [rk]

Colpo di mano

La Francia, paese repubblicano, venera i suoi santi. Tra le contemporanee icone figurerà tra non molto Saint Thierry (Henry). Come Saint Zinedine (Zidane), già oggetto di culto e venerazione per i suoi colpi di tacco (e pure di testa), Saint Thierry assurgerà definitivamente alla gloria della chiesa gallicana del foot per un colpo di mano. Non ci mancava, per la verità. Altre immagini, e altre storie ne scolorano subito l’importanza. Quelli della mia generazione porteranno sempre, incancellabile, la memoria della “mano de dìos” che infligge un colpo mortale all’Inghilterra nel 1986, mondiali del Messico. L’Onnipotente, incarnato nella sgraziata figura di Diego Armando, genio assoluto della pelota e simbolo dell’impossibile salvezza di chi esce dal barrìo. Riscatto nazionale, dissero i profani, all’epoca: c’era da vendicare il disastro militare delle Falkland (Malvinas, per gli argentini), ma solo gli stolti poterono confondere il miracolo del guitto con la nostalgia di un tremendo regime militare in agonia (che d’altronde si comprò anni prima il suo mundial, nel 1978: a ogni gol di Kempes i colonnelli guadagnavano in consenso e gli oppositori sparivano nell’oceano). Il calcio non è mai neutro, ma metafora dai contorni sfumati del nostro tempo. Anche la grandeur francese, così, si abbassa al livello della nostra epoca grigia. Sarkozy presidente rilascia una tronfia intervista dopo un match di spareggio vinto grazie a una scorrettezza. Ah! Se fossero stati les italiens a passare così non si sarebbe che rafforzato un cliché vetusto. Forse non è cambiato nulla, sotto questo profilo. I francesi non si sono scoperti più latini, intendiamoci, con tutta una storia – e un’antropologia – del sotterfugio e dell’inganno: a leggere oggi i giornali, ufficialmente si evidenzia la faute de jeu. Ma non c’è dubbio che ieri sera molti hanno goduto, magari di nascosto, e ringraziato in cuor loro quel santo profano dalla pelle scura. Magari dopo aver festeggiato a Barbès, assieme a molti altri, la qualificazione dell’Algeria. [rk]

Il lodo Chirac

 Chirac

Dalla stampa francese di oggi si apprende che la Francia sta per avere la sua “prima volta”. Prima volta che un Presidente della Repubblica verrà giudicato da un tribunale di Stato per malversazioni nell’esercizio delle funzioni politiche. Il caso di Chirac risale a quando l’ex-capo di Stato (il mandato terminò, come si ricorda, nel 2007) era sindaco di Parigi e, secondo l’accusa, fece assumere ventuno persone per impieghi presunti fasulli nelle strutture amministrative del comune. Oltre a questo – che in Italia sarebbe definito come clientelismo e voto di scambio – Chirac verrà giudicato per distrazione di fondi pubblici e abuso di potere. Guardando la vicenda con gli occhi delle polemiche in Italia sui vari lodi a protezione delle alte cariche istituzionali, il punto significativo è che Chirac dovrà affrontare il giudizio dopo due mandati presidenziali – il che vuol dire dieci anni – poiché l’ordinamento giudiziario francese prevede l’immunità per la sola Presidenza della Repubblica. In dieci anni, nonostante gli abusi di potere che gli vengono contestati, Chirac non ha mai pensato di far escogitare riforme della giustizia, lodi o leggi di prescrizione per evitare di essere incriminato al termine del mandato presidenziale. Le sue dichiarazioni, risalenti al 29 di ottobre, sono le seguenti: “Sono sereno e deciso a chiarire davanti al tribunale che nessuno di quegli impieghi fosse fasullo”. [rk]

Sans abri

clochard avec chiens

È l’espressione con cui i francesi chiamano i “barboni”: senza riparo. Non ho dubbi a sceglierla rispetto alla burocratica “SDF”, “sans demeure fixe”, anche per una questione semantica. Mentre quest’ultima lascia intendere che una dimora c’è, ma è mobile, non fissa, come può essere il cartone all’ingresso di un supermercato, o una panchina o le scale del métro, l’espressione “sans abri” nomina la condizione di uomini che sono esposti, talvolta per scelta più spesso perché il destino non è generoso, non lo è quasi mai con i più deboli. Senza riparo: in realtà lo siamo tutti, siamo tutti esposti – agli sguardi degli altri, al tempo meteorologico, agli eventi, all’avvenire con ciò che esso può arrecarci. Il “sans abri”, con i suoi cagnetti dagli occhi tristi, le sue poche cose impacchettate con meticolosità in un carrello della spesa – un piccolo armadio a rotelle – i suoi cenci, ci mette sotto gli occhi ciò che siamo, la loro condizione è lo specchio della nostra e, al tempo stesso, di una storia che non conosce giustizia.

Qui, a Parigi, i “sans abri” sono le sentinelle della civiltà. Lo storico dell’arte Didi-Huberman mi ha recentemente detto che il quartiere in cui abita, nel X arrondissement, è magnifico perché vivo, popolare e, per dare forza alla sua descrizione, ha aggiunto: «conosciamo per nome tutti i nostri “sans abri”». Allora capisci che, quando non c’è più un tetto, il riparo sono gli altri. Perché il “sans abri” è infinitamente fragile nel suo essere esposto e la sua fragilità è un costante e silenzioso appello rivolto all’altro.

Qui a Parigi i “sans abri” sono discreti, salutano gentilmente, si limitano a chiedere “une petite pièce, s’il vous plaît”, ma spesso neanche quello: c’è solo una tazza sbeccata o un piattino sporco, con qualche monetina, gli oggetti parlano per loro.

Quando percorro rue du Poteau, che mi porta a place Jules Joffrin, so dove si trovano, ormai ho imparato a riconoscerli, soprattutto i due uomini, ancora giovani che hanno sistemato cartoni e sacchi a pelo davanti al Monoprix. Li trovo in piedi a fare chiacchiere con il personale del supermercato o con i clienti, più spesso donne un po’ anziane, mentre i loro due cani sonnecchiano tranquilli sulle coperte.

Quando percorro, come oggi pomeriggio, boulevard Saint Michel, so che li troverò davanti alle vetrine dei negozi di moda, accanto alle edicole, accompagnati dai loro piccoli cani. Ce n’è uno che, con grandissimo pudore, ha aggiunto un cartoncino accanto alla sua ciotola, dove ha scritto con un tratto di pennarello: “pour le chien”, per il cane. Come se l’animaletto che tiene in braccio con delicatezza avesse bisogno della sua voce per appellarsi all’altro, della voce del suo compagno “sans abri”, che rimane muta.

Questo pomeriggio ero quasi arrivato all’incrocio delle terme di Cluny, una ventina di metri prima c’è un “sans abri” anziano, è sempre seduto per terra, il cagnetto accanto. Tra la folla dei passanti mi accorgo che c’è un ragazzotto bruno, meno di trent’anni, jeans e maglietta verde, si agita mentre parla a voce molto alta, rivolgendosi a una ragazza poco appariscente, decisamente bruttina, è la sua ragazza. Nessuno per strada usa quel tono, che è sorprendentemente violento e arrogante. Trovo qualcosa di disturbante nella scena. La ragazza ha una piantina in mano e non dice una parola. Il ragazzotto cammina davanti a lei, poi si fermano entrambi quasi all’ingresso del métro, lui continua a inveire piantandosi sul marciapiede come se dominasse l’intero Quartiere Latino. Ora sento quello che dice, e capisco. È italiano, lo tradisce un forte accento romano. La sua ragazza continua a rimanere in silenzio. “Barbone de mmerda, nun me deve guardà così, che nun je do un cazzo io, che devono sparì dalla strada sti barboni. E devono annà a lavorà”. Lei continua a non dire nulla. Quell’individuo è italiano, come me. Poi attraverso l’incrocio e passo accanto al “sans abri” del marciapiede davanti alle terme. A due passi da lui c’è una giovane dalla pelle chiarissima e dai capelli lunghi e corvini, suona il flauto traverso, anche lei ha un piattino. Ho voglia di piangere.

A casa

Rientro a casa, rue Championnet, Montmartre, la mia casa ancora per pochi giorni, prima di ritornare in Italia per l’estate. Accendo il mio computer portatile, desidero leggere qualche giornale on-line. Apro la homepage di “Repubblica”, la prima notizia è un tuffo al cuore: “Lega Nord l’ultima tentazione. Immigrati fuori dai giardinetti”. Leggo l’articolo (http://milano.repubblica.it/) che contiene le dichiarazioni allucinate di un tal Davide Boni, capogruppo della Lega alla regione Lombardia. Come in un incubo diabolico ritrovo lo stesso male che si diffonde, si impadronisce degli individui, trasformandoli in insetti feroci. Leggo e non riesco a togliermi dalle orecchie la parole dell’arrogante ragazzotto: lo stesso ottuso risentimento, la stessa normale violenza, la stessa mancanza di dignità e di sensibilità divenuta abitudine, la stessa assenza di cultura di linguaggio di idee di gesti, la stessa inumana sordità di fronte alla fragilità della vita. Insomma, ritrovo la stessa decomposta Italia fascista che trascina il suo cadavere vivente a spasso per l’Europa. [rk]

Teatro notturno

Avenue d’Italie

 Sabato notte, perdo l’ultimo métro dopo una cena con amici: chitarra, le melodie della bossa nova, evocazione dello spirito di Toninho Horta e di altri virtuosi delle sei corde, il gusto brasiliano per la battuta che rovescia una vicenda drammatica in uno scherzo della storia, due liriche di Paulo Leminski (http://www.scribd.com/doc/6871931/Paulo-Leminski-Distraidos-Venceremos-pdfrev)

In fondo a rue de Tolbiac la pensilina del bus notturno, ma è pure la casa di un uomo di colore, non posso immaginare se per qualche ora o più. Si accorge che sto cercando un mezzo per tornare alla mia, di casa. Mi dice che il servizio del 62 è terminato, mi chiede dove devo andare, se la linea 14 del métro è ancora in funzione, ma no, non lo è più, gli rispondo. Arriva una donna, anche lei di colore, dallo sguardo reso liquido dall’alcool, forse più di quello dell’uomo, e del mio. In quel singolare tinello aperto sulla strada, tra i due una gara di gentilezza per farmi tornare a casa. All’incrocio, poi sul boulevard, a sinistra, c’è la fermata del Noctilien. Li ringrazio, ci sorridiamo, esco da quel tinello senza porte né finestre, mi volto e con la mano mando un bacio a entrambi. La donna continua a sorridere, il viso dell’uomo si illumina.

Arrivo al boulevard, che per caso si chiama Avenue d’Italie. Nemmeno un minuto, ecco il bus. Abbraccio i miei amici brasiliani. Salgo. Il bus attraversa la città, non conto le fermate fino a place de Clichy. A ogni fermata nuovi protagonisti di un piccolo teatro, ciascuno recita la sua parte a contatto dell’altro: una pallida signora con gli occhi bistrati di nero, ragazzine dalla carnagione lattea e con le spalle nude, giovani beurs in jeans e maglietta, un francese bianco dall’aria malinconica che fa sorridere due sue amiche, una bianca e una nordafricana, un nero in giubbotto con lo sguardo triste, accanto a lui un altro nero dall’aria molto socievole, che tra una fermata e l’altra fa amicizia con una giovane dal naso camuso, capelli scuri e occhi chiari, poi a Chatêlet sale pure un gruppetto di italiani che, prima che iniziassero a parlare, avevo scambiato per nordafricani, forse solo la giacca blu di un ragazzo poteva fare la differenza. In fondo al bus, mi accorgo, c’è il vero spettacolo. Tre americani seduti, ed è scena nota: giovani yankee a Parigi. Ma, accanto a loro, in piedi, un giovanissimo francese africano, nerissimo e alto, occhiali a specchio, gli sta facendo la commedia, come spalla un beur coetaneo che rilancia senza sosta la battuta. Gli americani ridono più rumorosamente degli altri, una delle due ragazze lancia degli urletti di approvazione, i due commedianti se la spassano perché è solo l’inizio e pure altri africani, negli ultimi posti del bus, approfittano di quel palcoscenico tra due file di sedili. Quando gli americani smontano non smettono di ridere, il nero li saluta da protagonista, come se ringraziasse il suo pubblico.

Clichy alle tre di notte è un viavai. Scendo dal bus a malincuore, cammino per venti minuti lungo rue Damrémont. La notte è calda e dalle finestre aperte di appartamenti ai piani alti musica, voci di giovani borghesi che, camicie bianche sbottonate, fumano conversando. [rk]

Il continente vecchio

vecchiaia[1]

Ieri notte ho trascorso diverse ore a sfogliare i risultati elettorali, consultando la rete. Questa mattina ho letto e ascoltato i primi commenti. A parte qualche caso, le analisi del giorno dopo si riferiscono principalmente ai risultati nazionali, ma tratteggiano pure alcune linee generali. Pare tutto chiaro. Si leggono espressioni come “svolta a destra” (Repubblica), “la destra avanza in Europa” (El Paìs) o una più precisa come “la tentazione del populismo di destra” (Neue Zürcher Zeitung) , tutte giustificate da un vento freddo che soffia un po’ ovunque: montano partiti xenofobi, populisti, a volte dichiaratamente fascisti o neonazisti, come nel caso del primo eletto del British National Party all’Europarlamento. A ciò fanno da contrappunto espressioni come “una lunga e triste notte di umiliazione” (Libération), “una triste serata” (Le Monde) per il socialismo europeo, perfino “una devastante notte” per il Labour britannico (The Guardian). Eppure. Eppure tutti questi tasselli non compongono un quadro. Mi rimane al momento una strana sensazione: nel bel mezzo di una crisi mondiale e del fallimento di un modello economico e finanziario, gli europei si astengono dal voto e una parte di quelli che votano preferisce senza pudore il peggio del repertorio, quasi una reazione di disillusi e inaspriti che protestano contro il corso del mondo. Come diceva il buon Hegel, lo spirito soffia dove vuole e già da un pezzo noi europei temiamo le correnti d’aria. Così è meglio chiudere porte e finestre, e provare a conservare una salute cagionevole. Oggi l’Atlantico, ancora una volta, è più ampio che mai e il nostro continente vecchio. [rk]

Il voto europeo, visto da Parigi

Visto da Parigi, il voto per le prossime elezioni europee è sorprendente. Non solo sono pochi i manifesti di propaganda politica in città che ho potuto vedere, con ampi spazi vuoti sui tabelloni, e rade le iniziative “sul territorio”, più da parte dei partiti di sinistra. Ma, oltre a queste percezioni del tutto soggettive, ciò che colpisce maggiormente, sono i recenti ultimi sondaggi sulle intenzioni di voto. L’UMP, il partito di centro-destra di Sarkozy è dato in testa – con circa un quarto delle intenzioni – poi segue il Partito Socialista, staccato di circa 4 punti, al 21-22% circa, quindi il partito di centro di Bayrou, a circa il 13%, gli ecologisti di Daniel Cohn-Bendit al 9%, il Fronte Nazionale all’8%, i due partiti di sinistra sono al 7% (Parti de Gauche) e al 6% (Nouveau Parti Anticapitaliste), quindi seguono altre liste minori. Salta agli occhi che queste cifre si riferiscono però solo a coloro che hanno scelto di votare, e che rappresentano meno del 45% dell’elettorato. Come dire che il partito più forte, in questo momento in Francia, è quello che esprime chiaramente la disillusione nel “sogno europeo”. Sospetto che questa non sia solo una reazione di fronte a una crisi che da parte delle istituzioni europee ha avuto risposte retoriche e contraddittorie, ma sia l’esplicito segnale di una domanda di politica che, paradossalmente, prende la forma più eclatante: il rifiuto del rito delle elezioni. [rk]