In Tirolo si vuole imparare l’italiano

Una vecchia veduta di Innsbruck, con il castello di Amras

L‘Alto Adige l’ha presentata come una svolta. E se quello che viene raccontato nell’articolo linkato più in basso corrispondesse al vero non c’è dubbio che lo sarebbe. Del resto, non bisogna stupirsi. In Tirolo l’apprendimento della lingua italiana non è gravato dal peso di una storia impostata sul conflitto identitario. Là non agiscono quelle “insidie della vicinanza” (S. Baur) che invece rendono qui ogni cosa più complessa e contraddittoria.

http://altoadige.gelocal.it/dettaglio/il-tirolo-insegnera-litaliano-nelle-scuole/1847353

Sull’apprendimento delle lingue (IV)

Pubblico l’editoriale di Francesco Palermo, apparso sull’Alto Adige di oggi, per gentile concessione dell’autore.

Scuola plurilingue: l’ultimo tabù

“Ma come? La comunità internazionale insiste perché le minoranze possano avere scuole separate. Ma quando le hanno, ci vengono a dire che dobbiamo favorire il multilinguismo e i modelli scolastici integrati. Insomma, un po’ di coerenza!” Sono molti i politici in Europa che si meravigliano quando gente come il commissario Orban invita ad adottare modelli scolastici multilingui. Lo avranno pensato in molti anche da noi: “Ci dicono che siamo un modello di convivenza e poi ci chiedono di rivoluzionarlo con la scuola plurilingue”.

Ma non c’è alcuna contraddizione. Per proteggere una minoranza è indispensabile garantirle l’istruzione in madrelingua e spesso anche un percorso scolastico separato. Quando questa garanzia c’è, è indispensabile guardare al passo successivo. Troppo spesso i politici, specie se sono espressione delle minoranze, capiscono il primo passaggio (le scuole separate) ma non il secondo (le forme di integrazione tra alunni e l’istruzione plurilingue). Ma in un sistema funzionante non c’è l’uno senza l’altro.

Non ci può essere integrazione se un gruppo teme l’assimilazione. Ma nel contempo la separazione scolastica deve avere dei contrappesi, altrimenti conduce alla creazione di società parallele. E la segregazione non è meno dannosa dell’assimilazione.

Le recenti aperture da parte di autorevoli esponenti della SVP all’istruzione multilingue in Alto Adige sono un segnale importantissimo, perché mostrano disponibilità a ragionare del futuro. Certo, cosa nel concreto possa significare istruzione plurilingue è tutto da verificare. Ma questa verifica può farsi solo se si iniziano a superare le chiusure pregiudiziali.

Finora l’assenza di volontà politica nell’intraprendere questo percorso è stata ipocritamente mascherata dietro due foglie di fico: l’articolo 19 dello statuto di autonomia e i pareri degli esperti.

L’articolo 19 garantisce l’inviolabile diritto della minoranza tedesca allo studio nella propria lingua. In altre parole, la premessa indispensabile per la fiducia. Nulla dice invece rispetto alla possibilità di affiancare a quel modello altre forme di istruzione. Che non sono vietate e sono quindi permesse, come ricordato dalla Corte costituzionale quando diede torto alla Klotz che riteneva violato lo statuto per l’introduzione dell’italiano nelle prime classi elementari delle scuole tedesche, perché l’art. 19 lo prevede della seconda.

L’art. 19 è il primo passo (scuole separate) che non solo non impedisce il secondo (scuole plurilingui) ma ne costituisce la premessa. Ritenere quell’articolo un ostacolo alla scuola plurilingue perché scritto in un’epoca e in un contesto in cui a quelle scuole non si pensava neppure lontanamente è come l’atteggiamento di quelle comunità Amish che rifiutano televisore, telefono, automobile e corrente elettrica perché la Bibbia non ne parla.

Il parere degli esperti, poi, è quanto di più ballerino esista. Negli anni ’70 la corrente dominante riteneva indispensabile “proteggere” e rafforzare la madrelingua prima di esporre al contatto con altre lingue. Oggi il multilinguismo precoce è invece ritenuto un’opportunità non solo per l’apprendimento delle lingue, ma anche nelle altre discipline. Steger lo sa benissimo, e con sottile perfidia invoca il parere degli esperti per decidere il da farsi. Lo stesso argomento su cui Zelger basava negli anni ’70 la politica del “più ci separiamo e meglio ci capiamo” serve oggi a mettere una pietra tombale su quella politica.

Non giriamoci intorno: la scelta è politica, non tecnica. Ed è la politica, non gli esperti, a dover dare alla società ciò di cui la società ha bisogno. Alla nostra società serve ancora l’art. 19 nella sua attuale formulazione, proprio per garantire risposte al secondo bisogno: quello di aprire a sistemi diversi. E’ proprio perché siamo un modello che ci chiedono la scuola plurilingue. Che non contraddice la tutela delle minoranze ma la esalta e la porta a compimento.

 

Sull’apprendimento delle lingue (III)

Pubblico di seguito il mio editoriale (apparso oggi, sabato 20 giugno, sul Corriere dell’Alto Adige), intitolato Plurilingui a prescindere dalla scuola.

Strana coincidenza: l’anno scolastico è quasi finito e si torna a parlare di plurilinguismo e di metodi per favorirne lo sviluppo. Potrebbe trattarsi di un involontario frutto del caso, di una discrepanza temporale apparentemente ininfluente, oppure in questa circostanza si esprime una contraddizione non priva di significativi risvolti: da un lato abbiamo le pratiche alle quali siamo abituati (non ovunque: valga la virtuosa eccezione della scuola ladina, lodata da Mussner), dall’altro ci sono le teorie e le proposte di chi vorrebbe aggiornare o persino rivoluzionare l’intero impianto della glottodidattica, ritenendo che ciò contribuirebbe a renderci come per magia tutti più aperti, tolleranti ed europei. Il dibattito è vecchio e purtroppo non è difficile pronosticarne l’ennesimo arenamento.

Prima che l’interesse generale ripieghi su altri temi, proviamo però a svolgere alcune considerazioni basilari. Innanzitutto, è vero o no che il sistema educativo vigente – basato sulla separazione delle scuole per gruppo linguistico e orientato ad un plurilinguismo soltanto “funzionale” e non “valoriale” – impedisce l’apprendimento delle lingue rispettivamente “seconde”? La risposta è no. Pur nei limiti tracciati da un’offerta che non prevede un diffuso insegnamento “veicolare”, gli ostacoli frapposti all’evoluzione di una società compiutamente plurilingue risiedono altrove e la responsabilità non può essere accollata in primo luogo alla scuola. Questo ovviamente non significa che un intervento sui programmi (anche grazie alla somministrazione di una potente “cura veicolare”) non cambierebbe alcune cose. Ma in profondità non è escluso che molte delle cause responsabili della scarsa attitudine plurilinguistica della popolazione locale agirebbero anche in un contesto mutato (magari con altri effetti, persino peggiori o illusori di quelli che già conosciamo).

Ora, esiste sufficiente chiarezza riguardo alla natura di queste cause? Chi punta tutto sulla scuola dovrebbe chiedersi con molta onestà quali e quante occasioni vengono concretamente sfruttate per mettere alla prova le proprie competenze linguistiche. Quante volte cioè si ricorre ad informazioni redatte nell’altra lingua, quante volte accettiamo che una conversazione si svolga adottando la lingua dell’“altro”, quante volte, insomma, siamo disposti a investire sul “nostro” plurilinguismo, anziché attenderci meraviglie sempre e solo da quello dei nostri figli? Se ammettessimo che il consuntivo di una simile quantificazione è piuttosto magro, anche l’eterna discussione sulle alternative da praticare per acquisire e potenziare le lingue potrebbe essere svolta in modo diverso. E forse si aprirebbero maggiori prospettive di reale cambiamento.

https://sentierinterrotti.wordpress.com/2009/06/18/sullapprendimento-delle-lingue-ii/

https://sentierinterrotti.wordpress.com/2009/06/17/sullapprendimento-delle-lingue-i/

Sull’apprendimento delle lingue (II)

Facciamo come i ladini! Fino a poco tempo fa, confesso, lo dicevo anch’io. Metodo paritetico (50% tedesco, 50% italiano, più un paio di ore la settimana di lingua ladina), CLIL a manetta e via!… (personalmente ero favorevole anche al mantinemento di una piccola quota di ore in ladino da estendere a tutta la provincia). Ho sempre trovato risibile, inoltre, l’argomentazione di chi vi si opponeva (“ma i ladini poi non sanno bene né l’italiano né il tedesco…”), in primo luogo perché comunque i ladini sanno sempre meglio il tedesco di come lo sanno gli italiani e l’italiano di come lo sanno i tedeschi. Inoltre, chi muove quella debolissima accusa dimentica che i ladini sono per l’appunto LADINI, e dunque è quella la lingua che in teoria sanno bene (dico in teoria, giacché qualche ladino lamenta l’esiguo sostegno dato dalla loro scuola alla lingua madre ladina).

Facciamo come i ladini, dunque pensavo. Sia chiaro: lo pensavo e in parte ancora lo penso. Lo penso meno, però, se mi faccio una domanda (e da qualche tempo è una domanda che mi faccio). Questa: ma i ladini sanno così bene le altre lingue SOLO perché le imparano in quel modo a scuola? Secondo me la risposta è SÌ, ma non esclusivamente. I ladini (correggimi Mateo se sbaglio) sanno le altre due lingue parlate in provincia perché, se non le sapessero, sarebbero confinati in un’isola d’incomprensione: tra le loro due valli. È dunque una radicata consapevolezza dell’impossibilità di capire, di farsi capire DA TUTTI quello che “sblocca” la capacità di comprendere e parlare le lingue, che ne rende possibile l’apprendimento. Infatti (per converso) perché tantissimi italiani e non pochi tedeschi non apprendono la lingua dell'”altro”? Non certo perché non ne avrebbero teoricamente (e anche scolasticamente) la possibilità. Il motivo è un altro. Essi non apprendono la lingua dell'”altro” perché in fondo (anche se non lo ammettono esplicitamente) non attribuiscono all’incapacità di comprendere o di farsi comprendere dagli “altri” una particolare importanza. Suona male, lo so, ma è in gran parte così. Un italiano può sempre dire: che m’importa se i tedeschi non mi capiscono e io non capisco loro? Idem un tedesco. Un ladino invece non può letteralmente permetterselo. In sintesi: è impossibile fare come i ladini se non si è ladini (ed è anche per questo che Durnwalder – quando afferma: non possiamo semplicemente adottare il metodo dei ladini in tutto il Sudtirolo – ha pienamente ragione).

Sull’apprendimento delle lingue (I)

Non avrei molta voglia di intervenire sul tema dell’apprendimento delle lingue, tema che è stato un po’ risollevato dai giornali, nei giorni scorsi. Mussner che tesse le lodi del sistema ladino, il commissario europeo per il multilinguismo, Orban, che ci rivela (che scoperta!) come la conoscenza di più lingue favorisca l’apertura e la tolleranza, Dieter Steger che si mostra interessato (“insegnamento veicolare: perché no?”), Durnwalder che non si mostra interessato (“perché no!”), i politici italiani che offrono i soliti commenti di sempre. Lunedì, a Bolzano, sono andato a sentire Francesco Palermo, Günther Pallaver, Giorgio Mezzalira, Walter Pichler e Siegfried Baur. In sala i soliti noti, sempre i soliti, ad annuire stancamente. Poca voglia insomma di dire qualcosa, forse per l’incapacità di dire qualcosa di sensato, se non proprio di nuovo.

Ma ecco che leggo sul blog di Concetta Failla un commento di Mariateresa Tomada (qui con accenti un po’ leghisti): “Magari fra 20 anni parleremo tutti arabo ed il problema sarà risolto”. Ottimo spunto. Se dopo ottant’anni c’è qui gente che non ha imparato il tedesco, se c’è gente che balbetta l’italiano, in appena vent’anni riusciremo ad imparare tutti l’arabo per poterlo adottare come “lingua franca”? Magari….