Difficile eredità

Di un morto celebre è in uso non soltanto dirne bene, talvolta si forza un po’ la mano e – tra le righe di commemorazione raccolte dai redattori delle pagine culturali – facciamo filtrare un’esclamazione che congiunge il senso di una dipartita individuale a quello della chiusura di un’epoca. Nel caso di Joseph Zoderer, deceduto martedì scorso a Brunico all’età di 87 anni, il tono prevalente ha invece un’inclinazione diversa: di lui si dice che è stato un “iniziatore”, lo si qualifica come “padre della moderna letteratura sudtirolese” (pur sapendo che non apprezzava tale delimitazione territoriale) e – dimenticandoci di altre figure patriarcali che l’hanno in qualche modo preceduto, come Franz Tumler o Claus Gatterer – si tende a propagare l’idea che senza i suoi libri il Sudtirolo sarebbe rimasto più a lungo una terra incognita, soprattutto nelle sue contraddizioni. Affermiamo ciò, ovviamente, non per togliergli qualcosa, ma per delineare in modo più compiuto il contesto di cui parliamo.

Provando a sintetizzare la cifra peculiare con la quale l’opera di Zoderer (non unica, ripetiamolo, ancorché in modo paradigmatico) ha inciso nei suoi lettori l’immagine della sua terra, il docente e critico letterario Alessandro Costazza ha scritto: «Con Zoderer se ne è andata una delle voci più significative del dibattito interetnico in Alto Adige/Südtirol degli ultimi cinquant’anni. A partire dalla sua esperienza biografica, in quanto “specialista dell’estraneità”, Zoderer è riuscito a smascherare i diversi pregiudizi etnici, sia italiani che tedeschi. Prima ancora che si cominciasse a parlare del “disagio degli italiani”, ha riconosciuto in Die Walsche (“L’italiana”) il senso di estraneità dei sudtirolesi, mettendo in guardia soprattutto dalle perversioni ideologiche del concetto di Heimat e attirandosi in tal modo le critiche non solo dei “difensori della Heimat”, ma persino della sinistra interetnica». I temi principali sono già tutti qui: un luogo di confine genera quasi spontaneamente punti di vista contrastanti, asimmetrie urticanti, e la letteratura che vuole raccontarlo finisce per essere un sismografo per le oscillazioni identitarie che cercano, invano, di stabilizzarlo. Ma diventare “specialisti dell’estraneità” può avere anche un prezzo salato. Che cosa accade, infatti, se il sentirsi estranei si materializza in un cliché dello spaesamento non più subito, ma addirittura cercato? E soprattutto: come comportarsi davanti a un riconoscimento (come quello di cui ha senza dubbio goduto Zoderer passati gli anni eroici della “dissidenza”, fatali ad altre figure meno fortunate, basti citare l’esempio di Norbert Kaser) che toglie all’arte la sua aura di romantica scomodità?

Chi ha conosciuto Zoderer, soprattutto negli ultimi tempi, non ha potuto fare a meno di notare un nucleo d’insoddisfazione e forse di amarezza all’interno dell’appagamento, una sorta di muto lamento causato proprio dal successo. Essere diventato un’icona ufficiale di questa Heimat da lui ritratta nel suo sfuggire ai connotati ufficiali (fino a lambire pose regressive, come se solo nel passato remoto dell’infanzia si potessero trovare le tracce autentiche di un “sentirsi a casa” ovunque negato) ha contribuito a fissarne il profilo pubblico, certo, ma lo ha anche pericolosamente avviato in quella regione dei “classici non letti”, perché in fondo il bisogno di leggere riguarda sempre meno persone. Ne è una prova, per quanto concerne le traduzioni in italiano, la difficoltà di reperire i suoi testi in libreria, essendo molti titoli (a cominciare proprio da “L’italiana”) usciti dai cataloghi. Possa la morte risvegliare la curiosità, suo unico lato lodevole.

È chiaro che la valutazione di ciò che una simile esperienza lascia, vale a dire la questione della sua eredità, va anche commisurata alla perdita di peso specifico che la letteratura, in generale, assume nel cosiddetto dibattito pubblico, molto più incline a consumare polemiche di corto respiro (anche se vecchie) nello spazio social, piuttosto che dedicarsi ai necessari approfondimenti scaturibili dalle pagine fatte di carta. Ma è anche il nodo centrale attorno al quale questo scrittore ha cominciato a intrecciare le sue storie, alle quali deve in fondo la sua fama di “coscienza critica del luogo natio”, ad aver perso consistenza, potenzialmente liberandoci – e sarebbe una buona notizia – dal dovere di celebrare continuamente quegli apritori di vie che non hanno poi mai raggiunto mete troppo distanti. Allora, se Zoderer fosse riuscito davvero ad emergere come un autore “non soltanto sudtirolese”, bensì di lingua tedesca in un mondo senza barriere, chi ne decanta le qualità non si faccia più tentare relegandolo a testimone di “una” zolla. Altrimenti la sua eredità avrebbe il fiato corto o addirittura non potrebbe essere raccolta.

Corriere dell’Alto Adige, 3 giugno 2022

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