Oasi di pace

Non ho scritto finora nulla di pubblico sulla guerra in corso, quella sulla quale ognuno si sarà di certo fatto ormai un’idea e tenderà a non cambiarla fino alla fine del conflitto (sperando che tale fine avvenga presto, ça va sans dire). Certo, qualcosa mi è capitato di dire anche a me. Magari con un post su Facebook o rispondendo d’istinto a qualcuno, sempre su quel social diventato così indigesto soprattutto a chi lo frequenta. Il perché una simile piattaforma di discussione si riveli così indigesta è facile da capire: là ogni cosa tende alla polarizzazione, invita a schierarsi di qua o di là, dalla parte di questi o di quelli, e lo spazio per il ragionevole (o ragionato) dubbio, la pazienza necessaria a cogliere (e coltivare) le sfumature, non diciamo a verificare ciò che si afferma, diventano tutte cose che la vox imperante decreta come impossibile a priori. Certo, non si tratta di una novità introdotta dal tempo di guerra. Era così anche prima, quando ci si scannava a proposito del numero di morti a causa del Covid, per i vaccini, per la tessera verde, e in definitiva per ogni altra questione. Solo pochissimi temi sfuggono a questa logica, ma non perché capaci di suscitare una discussione più fondata o raffinata, semplicemente perché non attraggono un numero bastevole di litiganti: tanto per non andare a parare troppo lontano, si guardi quanto poco ci si è impegnati a esaminare la posta in gioco del “referendum sul referendum” tenutosi domenica scorsa. La situazione è questa. Infelicemente incastrati tra un livello decisionale che non ha più credito, imbottiti di parole proferite da esperti ai quali non riconosciamo più alcuna autorità, dilaniati da polemiche accese da chi vede intorno a sé solo occasioni di scontro, le uniche oasi di pace restano i temi, pur importanti, dei quali quasi nessuno (e verrebbe quasi da dire per fortuna) sa nulla.

ff – La colonnina – 1 giugno 2022

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