Südtirol, il dito e la piaga

La squadra di calcio locale più rappresentativa (per adesso nominiamola solo così) si è resa protagonista di una bellissima cavalcata nel campionato di serie C e adesso è sbarcata, come si suol dire, nel calcio che conta: l’anno prossimo, in uno stadio Druso rinnovato, disputerà la serie B. Il plauso è stato generale, l’ammirazione piovuta persino dall’estero. Il noto quotidiano spagnolo El Pais ha parlato di “milagro” (miracolo), di un “Bayern en miniatura”, non dimenticando ovviamente di notare che la compagine bianco-rossa è espressione di una “zona con una compleja identidad cultural”. Tutto bene, quindi? Non proprio, visto che assieme a quanti sono saliti da poco sul carro dei vincitori si sono intrufolati anche i soliti malmostosi, gli insoddisfatti di professione, che non vedevano l’ora di approfittare di questa nuova occasione per ripetere i lamenti di sempre: ma com’è possibile che i tifosi “italiani”, cioè “altoatesini”, s’identifichino con una squadra che si chiama “Südtirol” e basta, cioè con un nome tedesco neppure affiancato da “Alto Adige”, come dovrebbe essere in una provincia, autonoma sì, ma pur sempre collocata entro i sacri confini della patria?

Paradigmatica, a questo proposito, la posizione dell’italianissimo consigliere provinciale Alessandro Urzì (attualmente alfiere del partito di Giorgia Meloni), il quale sul suo profilo Facebook ha scritto: «I tifosi molto più avanti dei vertici della società che usa il calcio per imporre un marchio monolingue voluto dalla politica. Così si tiene lontana la massa di tifosi di lingua italiana dalla loro “squadra naturale”. Eroica la gradinata nord, ma il Südtirol non scalda i cuori di tutti. Politicamente scorretto dirlo? Diciamo solo quello che pensano tantissimi amanti del calcio che nonostante i successi della squadra sui campi non ci sono a tifare allo stadio. Molti non hanno il coraggio di dire quello che diciamo noi. Ora lo scatto di orgoglio: la società torni con il nome bilingue! Pronti a cogliere la sfida?». L’ultima indicazione data da Urzì non va sottovalutata, giacché il consigliere parla di un “ritorno” del nome ab origine. Ma qual è, in effetti, il nome originario di questa squadra?

Dalla pagina Wikipedia che se ne occupa, leggiamo: fondata a Bressanone nel 1974 come sezione della polisportiva Sport Verein Millan (Milland, direbbe Urzì), si è scissa dalla “società madre” nel 1995, allorché è stata ridenominata Football Club Südtirol-Alto Adige e ha adottato i colori sociali bianco-rossi; la denominazione è quindi divenuta F.C. Südtirol (con futuro scorno di Urzì) nel 2000, anno del trasferimento a Bolzano. La ragione sociale simboleggia l’intenzione del club di rappresentare non solo il capoluogo, ma l’intero territorio della relativa provincia. Ecco dunque il problema filologico e politico (come si sa, qui da noi la filologia è un’arma della politica), servito su un piatto d’argento all’identarismo nazionalista (che all’occorrenza non disdegna di travestirsi da ipercorrettismo provincialista). Ma se l’ambizione, la “ragione sociale” del club è quella di rappresentare tutta la provincia, chioserebbe Urzì e tutti quelli che la vedono come lui, è pacifico che il nome dovrebbe ricalcare quello istituzionale, vale a dire quello che sta stampato sui cartelli assieme a “Willkommen-Benvenuti”, oppure sulle circolari che piovono dagli uffici, anche se in questo caso si usa “Autonome Provinz Bozen”, e su tutto il materiale di una burocrazia toponomastica incardinata sul bilinguismo (più di facciata che di sostanza) dallo statuto del quale quest’anno festeggiamo (e si vede con quale profitto) il cinquantenario della sua seconda versione.

Ora, la questione della rappresentatitività della squadra può essere inquadrata solo e soltanto in una cornice di rappresentatività istituzionale, estendendo cioè la logica che vige ovunque anche nello sport, che poi è da sempre un micidiale veicolo di pratica identitaria? In effetti, fosse un sodalizio soltanto privato, non disponendo cioè di nessun finanziamento pubblico, il problema potrebbe non porsi. Ma il caso (fortunato, visti i risultati, e sfortunato, vista la polemica) vuole che non sia così, e davvero il F.C. Südtirol è frutto di una interazione tra pubblico e privato. Dunque? Dobbiamo dare ragione obtorto collo a Urzì? Come in ogni caso del genere, anche stavolta è la posizione del problema, la sua visibilità mediatica, a generare in un certo senso il problema stesso. Non facciamoci troppe illusioni: tra i vari aspetti spinosi legati a una “compleja identidad cultural”, quelli relativi ai nomi forniscono e forniranno sempre materiale per generare divisioni e dissidi. C’è chi ci campa da una vita, sapendo che è in suo potere mettere non solo il dito nella piaga, ma fare del proprio dito una piaga. E con un dito piagato diventa molto difficile dire che la soluzione è a portata di mano.

Corriere dell’Alto Adige, 18 maggio 2022

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