Riscoprire Franz Tumler

È stato appena tradotto in italiano “Nachprüfung eines Abschieds”: testo di snodo per entrare nel laboratorio “picassiano” del grande scrittore sudtirolese.

Qualche anno fa l’editore Haymon di Innsbruck acquistò i diritti per ripubblicare in veste unitaria le opere principali dello scrittore, sudirolese di nascita, Franz Tumler. Uscirono in rapida sequenza libri come Der Mantel, Volterra. Wie ensteht Prosa (entrambi nel 2011), Aufschreibungen aus Trient, Nachprüfungen eines Abschieds (2012) e Der Schritt hinüber (2013). Nelle note che presentano la serie leggiamo: «Tumler zählt zu den prägenden Gestalten der literarischen Moderne der 1950er und 1960er Jahre. Seine Romane und Erzählungen wurden vielfach ausgezeichnet und gelten bis heute als Marksteine moderner Erzählliteratur». Ciò nonostante non è possibile dire che egli sia molto noto al pubblico dei lettori locali, specialmente se di lingua italiana. Per questo motivo è da lodare l’intento dell’editore alphabeta di Merano, il quale – ricalcando le orme dell’esempio austriaco – ha deciso di mettere in cantiere la pubblicazione dei suoi testi più significativi. Dopo aver fatto già uscire a cura di Ferruccio Delle Cave una raccolta poetica in lingua tedesca (Italienische Impressionen, 2018), ecco apparire adesso la traduzione di un piccolo romanzo (o un racconto lungo) che può fungere da “porta d’ingresso” all’intera opera di Tumler. Si tratta di Nachprüfungen eines Abschieds (Memoria di un addio”), tradotto da Maria Luisa Roli e accompagnato da una postfazione del germanista bolzanino Alessandro Costazza, il quale esattamente trent’anni fa compose la monografia “Tumler. Una letteratura di confine”, anch’essa uscita per i tipi di alphabeta.

«In realtà alcune opere di Tumler erano già apparse in italiano – ci spiega Costazza –, per esempio grazie all’interessamento della casa editrice Praxis, che molti anni fa pubblicò il romanzo “Un castello in Austria” nella traduzione di Umberto Gandini. Si trattava però di un incontro “casuale”, incapace di rendere perspicuo il senso di un intero percorso letterario, per non parlare della possibilità di illuminarne i contorni più sfuggenti». Occorreva dunque riprendere il filo di un dialogo interrotto, operare una riflessione su come potersi accostare di nuovo a Tumler senza smarrire la ricerca di quel senso complessivo, e magari sollevare anche un po’ il velo su certi fatti, come la sua compromissione con il regime nazional-socialista, che potrebbero portare ad un duplice errore, segno di un atteggiamento sbrigativo e superficiale: schiacciarlo su quel passato, autorizzandoci così a promuoverne il definitivo oblio artistico, oppure considerare soltanto l’ultima parte della sua produzione, ancorché sicuramente più rilevante, quella cioè sviluppatasi dopo la guerra, come se si trattasse di uno strano albero completamente privo di radici. Riscoprire Tumler senza dimenticarsi niente, insomma, magari cominciando dalla definizione di una matrice narrativa più accessibile, utile a farcene cogliere in modo distinto la voce.

Spiega ancora Costazza: «Nei lavori del Tumler maturo è possibile avvertire una progressione teorica, si acquisisce cioè la percezione di trovarci di fronte a un’impresa letteraria che implica una riflessione ancora interessantissima sulle possibilità e sui limiti del raccontare. In questo senso la sua esperienza può essere certamente riferita a quella tradizione che da Nietzsche e Hugo Von Hofmannstahl si irradia fino a comprendere Robert Musil, Thomas Bernhard e Uwe Johnson. Se Der Schritt hinüber (pubblicato originariamente nel 1956) si colloca un po’ all’inizio di questo percorso, Aufschreibungen aus Trient (uscito 10 anni dopo) lo porta a compimento, proponendosi fra l’altro come uno dei vertici della letteratura di ambientazione sudtirolese dello scorso secolo. E proprio tra questi due termini ecco perciò l’importanza di dare alle stampe questa sorta di ballon d’essai, un racconto-laboratorio come “Memoria di un addio”, che è del 1961, a nostro avviso perfetto per sintonizzarci sulla lunghezza d’onda tumleriana e sulle sue più caratteristiche sfumature».

Ma come descrivere brevemente la particolare prosa di Tumler, in che modo intedere le sfumature del suo linguaggio riferendole ad un’esperienza per noi attuale al fine di giustificarne un pieno recupero? Qui Costazza suggerisce un parallelismo con la pittura di Picasso: «Tumler è un autore che sa scrivere in modo convenzionale, accattivante, ma poi a un certo punto decide di operare uno scarto, adottando stilemi consapevolmente spiazzanti. Se prendiamo ad esempio Aufschreibungen aus Trient siamo alle prese con un testo complesso, che gioca su diversi piani storici e, come si accennava, aggiunge una esplicita riflessione meta-linguistica alla sua prosa. Da questo punto di vista è molto istruttivo anche osservare lo slittamento delle persone utilizzate (dalla terza alla prima, coinvolgendo poi anche la seconda, come se entrasse sempre in gioco l’individualità complice del lettore, del “tu” al quale il testo si rivolge). Questo per dire che non può mai darsi una configurazione ingenua delle parti in causa, giacché ogni atto narrativo è sempre anche una ricostruzione soggettiva di ciò che viene raccontato, un equilibrio sempre in bilico tra verità e menzogna, per il quale ciò che viene affermato (o negato) sottende una concezione mobile dell’identità, o comunque un superamento dei suoi schemi più rigidi». Da figure come Claus Gatterer, Norbert Conrad Kaser e Joseph Zoderer decantato come il “padre della letteratura sudtirolese contemporanea”, secondo Costazza egli esprime in realtà una potenzialità ben più ampia, che eccede un riferimento territoriale o cronologico ristretto, e si protende in avanti (ma anche intorno, al di fuori della cerchia culturale nella quale finora è stato quasi esclusivamente apprezzato e poi dimenticato) prefigurando, è sperabile, orizzonti di fruibilità futura.

ff – 5 gennaio 2022

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