L’ambiente che siamo

È possibile mettere fine all’esasperata conflittualità che contraddistingue l’aneddotica sulle strategie di contenimento della pandemia? Un libro ci aiuta a considerare le cose dall’alto.

In Italia i mezzi d’informazione hanno dato molta rilevanza alla morte di Johann Biacsics, uno dei più ostinati e convinti No-Vax austriaci, deceduto alla fine di novembre dopo aver contratto il Covid-19. A quanto pare, avrebbe per giorni tentato di curarsi con clisteri a base di candeggina.

Biacsics era noto per i suoi libri, articoli e video di YouTube sul tema dell’autoguarigione. Il 65enne era convinto che la medicina alternativa potesse curare anche patologie come il cancro. Due settimane prima della sua morte, prese parte a diverse manifestazioni contro le chiusure organizzate a Vienna, diffondendo fake news. “Ci sono principalmente persone vaccinate nelle unità di terapia intensiva. Il 67 per cento è vaccinato”, disse ai giornalisti televisivi presenti. Quando i cronisti lo corressero, aggiunse di avere “informazioni privilegiate”. Attenzione però: un fatto come questo non parla mai da solo, non esprime tutto ciò che può significare senza contemporaneamente alludere a una fitta trama di rapporti di senso che, se travisati, ci farebbero precipitare in una aneddotica deteriore.

Sbaglierebbe, insomma, chi credesse di trovarsi qui davanti a un pazzo o all’esponente di una minoranza esigua. Lasciando l’Austria, potremmo citare l’esempio di un portuale di Trieste, anche lui in origine protagonista delle proteste organizzate nella sua città, e poi finito ricoverato in ospedale dopo essere stato colpito dall’infenzione: “Ho aghi dappertutto e i polmoni distrutti. Sono pentito di non essermi vaccinato”. Neppure la testimoniaza di un pentito può contribuire comunque a mitigare scetticismo e malumore (se non vero e proprio astio) nei confronti delle misure di contenimento della pandemia, in particolare della campagna vaccinale, e persino della “scienza” o della “politica” considerate come universali di antico e sorpassato conio. Basta infatti prendere spunto dai pochissimi casi di segno opposto – ricordiamo la giovane ligure Camilla Canepa, oppure il 24enne Traian Calancea, morto per emorragia cerebrale lo scorso 20 ottobre, dieci giorni dopo aver ricevuto la prima dose del vaccino Pfizer – per alimentare e diffondere immediatamente aggressive teorie del complotto. Teorie tanto più difficili da sconfiggere proprio perché chiunque ci provi viene considerato anch’esso complice del malefico disegno complessivo.

Al fine di non restare invischiati in contrapposizioni sterili, alimentate dalla dimensione orizzontale e labirintica dei social, occorre allora tornare a riattivare uno sguardo dall’alto, svincolato dall’ossessiva ricerca di spiegazioni univoche riguardo a tutto ciò che avviene (dall’esplosione di una pandemia su scala planetaria alla sofferenza del conoscente in un reparto d’ospedale). In un libro appena uscito per le edizioni Feltrinelli (La salute del mondo. Ambiente, società, pandemie), scritto da Paolo Vineis (professore di Epidemiologia ambientale all’Imperial College di Londra) e Luca Savarino (professore di Bioetica all’Università del Piemonte Orientale), è proprio l’approccio monocausale ad essere messo radicalmente in questione: “Il nostro intento – scrivono nell’introduzione gli autori – è in primis quello di sfuggire a tutte le forme di semplificazione che pretenderebbero di individuare la causa unica di un evento che in pochi giorni ha determinato la sospensione improvvisa e totale di un sistema economico e di un ordine sociale che sembravano immodificabili”. E già una domanda, sulla quale tendiamo a sorvolare, vale a dire se il Covid-19 sia “un fenomeno naturale o sociale”, tradisce un pensiero semplicistico, strutturalmente inadeguato ad afferrare la posta in gioco. Eppure, è solo liberandoci dal ricorso a sempre nuove dicotomie che diventa possibile riformulare i rapporti (e ritrovare un accordo) tra la dimensione morale e politica (così come essa si è configurata negli ultimi due anni) e quei settori della ricerca scientifica indispensabili (ma non autosufficienti!) per produrre le decisioni delle quali abbiamo bisogno: “È necessario diventare consapevoli – si legge all’inizio della terza parte, intitolata “Una nuova agenda per l’etica e la politica del ventunesimo secolo?” – che la scienza non può mai giustificare una decisione politica, ma può falsificarla: una decisione conforme ai risultati della scienza non è necessariamente giusta; una decisione in contraddizione con i dati della scienza è necessariamente sbagliata”.

Il volume di Vineis e Savarino ha una tesi forte: per diventare pienamente consapevoli di quello che sta accadendo occorre pensare al nostro pianeta come un’entità globale in cui tutti i viventi (al di là quindi dell’antropocentrismo in cui siamo concettualmente cresciuti) sono strettamente interconnessi. Esiste uno scambio continuo e sottile, una vera e propria rete che ci trattiene ormai in fragilissimo equilibrio all’interno dell’ambiente che abitiamo (o per meglio dire: dell’ambiente che siamo). Se vogliamo guardare al futuro con maggiore ottimismo è indispensabile così sostituire all’idea di una lotta contro qualcosa – si pensi all’uso delle metafore belliche a proposito dell’opposizione al virus, ma anche alla vera e propria violentissima guerra delle opinioni alla quale siamo continuamente esposti – l’idea di una mobilitazione per un bene da salvaguardare mediante scelte responsabili e lungimiranti: l’intera salute del mondo. In questo senso fenomeni macroscopici come quello della pandemia possono essere affrontati solo nel quadro di soluzioni a problematiche ancora più vaste (come la crisi climatica, per limitarci alla più eclatante), obbligandoci a ridefinire in profondità strategie anche comunicative finora assenti o comunque incapaci di arginare l’immensa confusione che vediamo allargarsi attorno a noi.

ff – 16 dicembre 2021

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