Autodeterminazione e vaccini

Qualche giorno fa il quotidiano Dolomiten ha pubblicato una lunga intervista all’immunologo Bernd Gänsbacher dal titolo «Die Südtiroler haben’s selbst in der Hand» (si potrebbe tradurre così: sono i sudtirolesi che hanno la possibilità di decidere da soli). Vale la pena scorrere le sue conclusioni, perché illustrano con chiarezza il buon senso scientifico che quasi tutti gli specialisti del settore non si stancano di diffondere da quando si è capito che all’attacco del virus si poteva rispondere solo massimizzando il ricorso ai vaccini. «Ogni popolazione – afferma Gänsbacher – ha la possibilità di decidere autonomamente. E l’obiettivo primario della società dovrebbe essere quello di avere il maggior numero possibile di persone vaccinate, in modo che il virus non abbia l’opportunità di infettare i non vaccinati e gli immunocompromessi, testando così come può aggirare in modo migliore il sistema di difesa immunitario e formare mutanti resistenti al vaccino».

Ma se questo è, per l’appunto, il buon senso scientifico, resta da capire perché, a quanto ci dicono i numeri, i sudtirolesi finora si sono dimostrati particolarmente restii a non prendere la decisione che gli esperti si sarebbero aspettati da loro, collocando così la nostra provincia in fondo alla classifica dei vaccinati.

In genere le motivazioni offerte per giustificare la robusta opposizione alla campagna vaccinale attingono ad argomentazioni non riscontrabili solo qui. Si va dal sospetto nei confronti di medicinali ritenuti non sufficientemente testati, dalla presupposizione che essi possano insomma dare origine ad effetti collaterali addirittura più letali della stessa malattia che avrebbero il compito di prevenire, fino alla messa in questione della stessa strategia complessiva adottata per contrastare gli effetti della pandemia, basandosi cioè sull’opinione che il virus possa essere ben più efficacemente combattuto ricorrendo all’uso precoce di farmaci alternativi.

Le informazioni sulle «cure domiciliari precoci» – spiega un contributo molto chiaro pubblicato dal portale d’informazione online Il Post «hanno un certo seguito perché vengono promosse anche da medici (raramente specializzati in immunologia o virologia), che contribuiscono a dare loro un’aura di legittimità e coerenza scientifica, nonostante non siano basate su chiare evidenze» e inoltre alimentano surrettiziamente la classica teoria del complotto, secondo la quale – prosegue l’articolo – «le istituzioni e le autorità sanitarie non dicono tutta la verità per coprire altri interessi. In questa narrazione, chi propone di trattare la COVID-19 fuori dai protocolli si presenta come l’esperto controcorrente osteggiato dal potere costituito o dalle grandi aziende farmaceutiche; società che comunque producono anche i farmaci consigliati per le cure precoci».

A queste argomentazioni volendo, si potrebbe aggiungere poi una nota di colore «etnico», desunta dalla famosissima storia della rivolta hoferiana del 1809 contro i bavaresi. Tra i vari motivi scatenanti, desta infatti curiosità l’opposizione all’obbligo della vaccinazione contro il vaiolo voluta dal governo di Monaco. «Questo morbo – leggiamo in una cronaca – mieteva ogni anno molte centinaia di vittime nel già spopolato Tirolo, ma i suoi abitanti erano convinti che la vaccinazione fosse una creazione diabolica, tramite la quale venisse iniettato il protestantesimo. L’obbligo della vaccinazione anti-vaiolosa provocò violenti tumulti nel Tirolo propriamente detto». Possibile che l’onda lunga e sotterranea di fatti accaduti tanto tempo fa abbia contribuito a modellare una mentalità collettiva che, seppur non in modo consapevole, riproponga atteggiamenti comparabili? Sarebbe come sovrapporre le fotografie di Heike Müller (ex aiuto primario ed ex compagna di Luis Durnwalder) o di Renate Holzeisen (l’avvocatessa in prima linea soprattutto contro l’introduzione della certificazione verde) e ritrovare il ritratto di Joachim Haspinger.

Accantonando la suggestione appena evocata, alla quale ci rifiutiamo ovviamente di dare particolare peso, resta il fatto che il governo provinciale (da tempo ormai in linea con quello nazionale) deve affrontare la svolta del 15 ottobre cercando di convincere chi ancora non si è vaccinato a farlo al più presto. Chissà se declinando in senso medico il richiamo alla Selbsbestimmung, della quale in sostanza parlava Gänsbacher nell’intervista citata, non possa ottenere il successo finora mancato.

Corriere dell’Alto Adige, 17 ottobre 2021 – Pubblicato col titolo “I vaccini e i dubbi da superare”