Cultura infetta

Sgombro il campo da un possibile equivoco: non scrivo per accusare, non mi sto lamentando, cerco solo di mettere a fuoco una sensazione. E spero tanto di sbagliarmi. Siccome parlo di una sensazione, ne circoscrivo l’origine empirica, come direbbero i filosofi. La settimana scorsa ho visitato due istituzioni culturali (una biblioteca, un cinema) nelle quali non mettevo piede da mesi. In biblioteca (non è così importante che riveli quale sia, si tratta comunque di una biblioteca bolzanina) non ho trovato anima viva, a parte chi ci stava lavorando: nessun lettore (o se c’era si era nascosto benissimo), nessuno a prendere libri in prestito, nessuno a restituirli. Segnalo che l’orario non era proibitivo, non stavo lì subito dopo l’apertura o subito prima della chiusura. Al cinema sono andato di sera, spettacolo della otto e mezza. Eravamo in sei. D’accordo, non era un film di quelli che smuovono le masse, ma era pur sempre un film di richiamo, proiettato al Festival del cinema di Venezia. Regista importante, attori importanti. Eppure eravamo in sei. Vengo al punto. Che cosa mi suggerisce questa sensazione? Questa sensazione mi suggerisce che al margine di tutto ciò che noi stiamo raccontando sull’efficacia o meno delle misure di contenimento della pandemia (al margine di tutto questo caotico dibattito), le persone intanto si tengono (o vengono tenute) soprattutto alla larga dagli spazi della cultura, come se la cultura avesse una capacità d’infettare superiore a tutto il resto. Ripeto, magari si tratta solo di una mia sensazione, del tutto privata, del tutto occasionale. Eppure ce l’ho, questa brutta sensazione, e mi piacerebbe tantissimo che qualcuno mi spiegasse, mi dimostrasse, mi convincesse che non è così, che in realtà presto sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, che ogni Cristo scenderà dalla croce e anche gli uccelli (cioè gli appassionati di cultura) faranno ritorno.

La colonnina – ff – 16 settembre 2021

Nel nome di Langer

Dal 3 settembre, a Livorno, una scuola di periferia appena inaugurata porta il nome del politico sudtirolese che rappresenta i valori della pace e della convivenza.

Non è scontato lo si faccia in provincia di Bolzano (dove la sua figura non è neppure presente tra quelle citate nel percorso esplicativo dedicato all’autonomia in Piazza Magnago), figuriamoci altrove. Di certo Alexander Langer non fu profeta in patria. Troppo “straniero”, troppo restio a celebrare radici (pur essendo radicatissimo nella sua terra), troppo curioso di genti diverse e di posti lontani. Così il suo ricordo fiorisce dove non te lo aspetteresti, perché è proprio dove non te lo aspetteresti che c’è invece chi lo conosce, lo legge, se ne innamora e trova il modo di farne viaggiare ancora il messaggio. In Toscana, per la precisione nella zona nord di Livorno, un’associazione (si chiama Nesi/Corea) è riuscita ad esempio a convincere l’amministrazione locale a dare il nome di Langer a una nuova scuola-volano, una struttura prefabbricata che ospiterà alcune classi di diversi istituti, in attesa di venir poi trasferite nelle loro sedi definitive. La struttura è stata inauguarata lo scorso 3 settembre dal sindaco Luca Salvetti e dalla sua vice, con delega all’istruzione, Libera Camici. Abbiamo chiesto a Stefano Romboli, tra i principali animatori dell’iniziativa, di raccontarci come si è arrivati a questa attribuzione.

Può spiegarci che tipo di associazione è quella per la quale lavora?

L’associazione Nesi/Corea è un’associazione di volontariato, aconfessionale, asindacale e apartitica, ispirata ai principi dell’antifascismo, dell’antirazzismo e della non violenza. Promuove e realizza attività socio educative e socio culturali seguendo i principi dell’educazione permanente e sostenendo finalità di crescita personale e collettiva, educazione e formazione, socializzazione e aggregazione.

L’occasione di dare il nome di Alexander Langer a questa nuova scuola scaturisce da un evento tragico, cioè da un rogo, originatosi in un campo rom alla periferia di Livorno, che il 10 agosto 2007 causò la morte di quattro bambini. Quale fu allora la reazione della città?

Nel 2007 la disgrazia colse la città di sorpresa. Sulle prime si registrò una diffusa indifferenza. Ai funerali, tenutisi nel Duomo di Livorno, a parte le istituzioni, le associazioni di volontariato, i parenti delle vittime e qualche “addetto ai lavori”, mancò proprio il popolo livornese. Qualche curioso, fuori dalla chiesa, si chiedeva se anche gli adulti rom avessero pianto i bambini morti come avrebbero fatto i livornesi. La narrazione era dominata da pregiudizi e stereotipi.

Sentiste l’esigenza di reagire a questa situazione?

Esatto. La nostra associazione – che prende il nome da Alfredo Nesi, un parroco fiorentino attivo nel quartiere Corea tra il 1962 e il 1982 – era appena nata, e noi volevamo intensificare l’impegno rivolto ai migranti, in particolare proprio verso il mondo del popolo rom e sinti. In realtà quella tragedia viene ricordata tutti gli anni, nella ricorrenza della disgrazia, con una piccola cerimonia presso il Cimitero Comunale di Livorno, dove è sepolta una delle 4 vittime (le altre 3 sono seppellite nella ex Jugoslavia). Nel 2009, anche su nostra iniziativa, abbiamo poi promosso la realizzazione di un murale dedicato ai quattro bambini rom, e fra il 2016 e il 2017 abbiamo dato vita a un intero progetto (“I rom protagonisti si raccontano”) per affrontare temi e azioni finalizzate alla conoscenza e all’incontro con i popoli rom e sinti.

Da queste iniziative come si è passati al progetto di dedicare la nuova scuola del quartiere proprio ad Alexander Langer?

Il murale realizzato nel parco in Corea purtroppo è stato demolito nel gennaio 2021 a causa di un errore compiuto dal responsabile che attendeva ai lavori per l’edificazione della nuova scuola, collocata nel parco stesso. Anche in conseguenza di ciò l’amministrazione comunale ci ha chiesto di proporre un nome per la nuova scuola. Ovviamente, l’idea iniziale era quella di intitolarla ai quattro bambini, ma sarebbe stato impossibile citare per esteso tutti i loro nomi. Da qui la proposta del nome di Alexander Langer, che ha trovato subito adesione da parte del Comune.

Che significato particolare ha la figura di Langer per la vostra associazione?

Langer è da sempre uno dei nostri riferimenti, grazie anche alla collaborazione che abbiamo avuto con il “Centro Studi Aldo Capitini/Movimento non violento” di Livorno, ospitato presso la nostra sede. Spesso abbiamo cercato di declinare uno dei suoi testi più rappresentativi, il “Tentativo di Decalogo per la convivenza inter-etnica”, mediante corsi e azioni nel territorio livornese e anche in qualche scuola cittadina. Se a Livorno riuscissimo davvero a praticare anche solo la metà dei punti elencati dal suo decalogo, penso che potremmo far rivivere in chiave moderna e aggiornata lo spirito delle “Leggi Livornine”, che alla fine del Cinquecento guidarono la costituzione della nostra città nel segno di una grande “apertura”.

Da questo punto di vista, avere adesso a Livorno una scuola che porta il suo nome che valenza assume?

L’intitolazione di una scuola ci sollecita e ci spinge a farlo conoscere di più e meglio, per esempio mediante alcuni laboratori didattici. Le amministrazioni comunali, a cominciare da quella che governa adesso la città, avranno un buon motivo in più per lavorare in questa direzione, cogliendo anche le nostre sollecitazioni e proposte.

ff – 16 settembre 2021