Riannodare quei fili spezzati

Inutile negarlo: neppure questo anno scolastico appena ripartito – con Bolzano a fare da avanguardia nazionale – si svolgerà sigillando fuori dalle aule le paure e le incertezze degli ultimi lunghissimi mesi. Ci troviamo ancora sotto il segno funesto del Covid e vari segnali esteriori (le mascherine, ovviamente, oppure i contenitori di sapone e disinfettante agli ingressi), ma anche quelli interiori (la preoccupazione che si legge negli occhi degli studenti, dei colleghi), lo testimoniano. Uno degli slogan più usati – “riapriamo in sicurezza” – viene così registrato col sopracciglio alzato, cercando di trasformare in una pallida certezza ciò che resta comunque solo una speranza. Eppure non manca la voglia di riannodare i fili che si sono spezzati, di riattivare quella corrente vitale che passa tra i corridoi, tra i banchi, dove alla fissità di comportamenti imbrigliati delle norme alle quali siamo stati sottoposti si andrà sicuramente sostituendo rapidamente più spontaneità e scioltezza di parole e di gesti. Anche se nessuno è magari in grado di dire quanto durerà, il desiderio di farcela per adesso rifiuta decisamente una data di scadenza.

Ascoltato il suono della prima campanella, restano comunque alcune cose da dire, preoccupazioni che non possono essere taciute. La scuola ha pagato un prezzo altissimo durante la pandemia, anche e soprattutto alla luce di un’incoerenza di fondo dei provvedimenti adottati per contenerne gli effetti. Se infatti altrove, negli spazi più difficilmente gestibili in senso restrittivo, abbiamo avuto una tolleranza assai ampia di eccezioni alle regole, su studenti e insegnanti è stato riversato il peso maggiore dei controlli, tanto da propagare una sensazione decisamente fuorviante, vale a dire quella di vedere proprio nelle scuole uno dei maggiori centri (se non addirittura il maggiore) di produzione del contagio. Per suffragare tale sensazione avremmo avuto bisogno di una verifica puntuale della correlazione tra l’attività scolastica e l’aumento di positivi nella popolazione, eppure, alla luce dei (peraltro non molti) studi effettuati, non si è mai riusciti formulare risposte univoche. Discorso analogo per una valutazione dell’impatto esercitato dalla massiccia introduzione della didattica a distanza sull’apprendimento e la socialità degli studenti. Il mondo della scuola ha insomma pagato non potendo però comprendere a pieno se il sacrificio richiesto sia stato strettamente necessario e, soprattutto, quali siano stati effettivamente i danni subiti.

L’anno appena cominciato servirà anche a rendere visibili le ferite finora nascoste dalla coperta dell’emergenza. Ci troviamo davanti infatti a una spaccatura provocata istituzionalmente dal ricorso alla campagna vaccinale e all’adozione della certificazione corrispondente. La situazione è delicata e crea divisioni, perché un conto è quello di vietare l’ingresso in un bar o in uno stadio a chi, per vari e sindacabili motivi, non vuole sottoporsi ai vaccini, un altro escluderlo anche dal lavoro, rinunciando a priori a soluzioni alternative già praticate in passato (come ad esempio quella di consentire tamponi antigenici o molecolari gratuiti). Questa lacerazione, avvertibile nel corpo sociale, si è quindi palesata proprio nel luogo preposto allo scambio e all’approfondimento delle idee, configurando una cieca lotta tra timori contrapposti, senza che a nessuna razionalità mediatrice venisse concesso di tenere aperto uno spiraglio di dialogo. L’augurio è che questo strappo si possa ricomporre, perché la scuola deve fornire un modello per l’arginamento delle paure, e per farlo ha bisogno di tutti i suoi studenti e di tutti i suoi insegnanti.

Corriere dell’Alto Adige, 7 settembre 2021

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