Faticare insieme

In una recente intervista al portale online salto.bz, l’ex primo ministro Romano Prodi ha dato una definizione inedita della nostra autonomia parlando di “faticosa esemplarità”. Prodi sarà a Bolzano oggi. Insieme all’ex Presidente austriaco Heinz Fischer presenzierà a quello che ormai da alcuni anni è un tentativo di rendere “festoso” il ricordo del giorno in cui Alcide De Gasperi e Karl Gruber fissarono lo schema di un’intesa internazionale a tutela della minoranza tedesca e ladina residente in provincia di Bolzano (ma anche del più vasto disegno istituzionale che, allargato al Trentino, avrebbe dovuto rendere meno urticanti i malesseri ancora percepibili tra le disiecta membra dell’antico Tirolo). «Credo che la faticosa esemplarità rappresentata dal sistema altoatesino – riportiamo per esteso la citazione di Prodi – sia una certezza anche per il futuro». Per poi aggiungere: «L’identità non è più l’unico modo di affrontare le questioni politiche. Nel quadro europeo questo atteggiamento è diventato sicuramente più facile da tenere. Finora ritengo davvero molto positivo l’esperimento istituzionale altoatesino. Anzi, non ha più nemmeno senso parlare di esperimento. Siete una realtà ormai consolidata».

Forse potrebbe apparire inopportuno sollevare qui elementi di critica all’indirizzo di dichiarazioni così ottimistiche. Tanto più in un giorno che, come visto, vorrebbe riuscire di “festa”. Il richiamo alla fatica, però, è un uno spunto da cogliere per non abbandonarci all’autocelebrazione, cioè per comprendere come la valutazione di una “realtà ormai consolidata” non sia affatto immune dal rischio di degenerare nuovamente, o da quello di sclerotizzarsi in uno stato di cose che poggiando su un presente giudicato soddisfacente (e lo è, ripetiamocelo pure) non riesce però più a immaginarsi ulteriori vie di sviluppo. Due prove in promptu: il recente tentativo di riforma dell’autonomia, condotto mediante i lavori di un “Convento” (sudtirolese) e di una “Consulta” (trentina), dal quale sono usciti documenti ornati di buoni propositi ma abbastanza sterili dal punto di vista politico; oppure le serie difficoltà incontrate nell’ambito della cooperazione transfrontaliera nel contesto pandemico, che non solo ha ridotto drasticamente la percezione di uno spazio comune, ma ne ha sigillato i confini come da tempo non accadeva.

Torniamo così ancora alla fatica, dalla quale molti volentieri si scordano, senza capire che invece si tratta di un ingrediente ineliminabile. Quando Prodi afferma che «l’identità non è più l’unico modo di affrontare le questioni politiche» sarà bene aggiungere che è solo mediante una definizione più precisa del concetto di “alterità”, vale a dire apprezzando davvero ciò che riteniamo “altro da noi”, che l’identità estende o contrae il suo perimetro in relazione all’attrito dal quale muove ogni azione autenticamente politica. Concretamente: solo se la nostra relazione con ciò che di volta in volta consideriamo “altro” si dimostrerà in grado di svilupparsi in un dialogo proficuo e approfondito, sarà anche possibile praticare modelli identitari di più ampio respiro. Per quanto ci riguarda, la sensazione è che oggi, al contrario, il profilo dell’altro sia diventato molto evanescente, quasi al limite dell’indifferenza, giacché sono atteggiamenti di segno esclusivo a prevalere ovunque. Puntiamo tutti alla sicurezza, lodiamo il valore dell’autosufficienza (e dell’autogoverno), ma in questo modo desideriamo anche ridurre al minimo il confronto con ciò che riteniamo diverso da noi e – per l’appunto – gli sforzi che un tale confronto necessariamente comporta.

Corriere dell’Alto Adige, 5 settembre 2021