La lezione che offre San Candido

La storia è già vecchia ma non per questo destinata a non ripetersi. Ricorderanno forse gli annali: Hannes Kühebacher, il cavaliere smascherato di San Candido, cedette: il suo albergo non è stato chiuso, le multe che gli sono state recapitate verranno pagate e — da qui in avanti — chi dovesse recarsi a fare un controllo troverà il personale munito dei necessari dispositivi di protezione (le famigerate mascherine). La felice (o quantomeno non così triste) conclusione del braccio di ferro con le istituzioni è stata ottenuta grazie a un’evoluzione che non era auspicata soltanto in relazione alla vicenda contingente. Ecco perché possiamo parlare di un sintomo, la malattia ancora in corso. Fosse andata altrimenti, se cioè il proprietario del «Cavallino Bianco» avesse accentuato la sua resistenza, nel frattempo spinto anche dall’attenzione mediatica suscitata, si sarebbe sviluppata una tensione eccedente la cronaca e dunque, una volta sconfinata sul piano simbolico, di arduo contenimento. Evitare la simbolizzazione dello scontro, è proprio questo il punto sul quale occorre soffermarsi e l’indicazione di metodo che sarebbe utile trarre da questa vicenda. Da quando la pandemia ha cominciato a occupare e poi a saturare quasi ogni spazio della discussione pubblica, il movimento delle opinioni ha subito costanti rovesci, polarizzazioni e anche assurde aberrazioni che tendono a staccarsi da un’accettabile e del tutto legittima contrapposizione di idee basate sull’esame dei fatti, per divenire, al contrario, mera palestra ideologica.

Nella fase che stiamo attraversando tiene ad esempio banco il tema del Green Pass, o come sarebbe più corretto dire la Certificazione verde Covid-19 dell’Unione Europea. Anche se più o meno tutti sono informati al riguardo, al fine di spegnere sul nascere l’incendio della sua strumentalizzazione ideologica è bene ribadire con chiarezza che cosa non è, giacché è dal suo fraintendimento che si originano le polarizzazioni simboliche delle quali non abbiamo davvero alcun bisogno.

Dunque, la Certificazione verde non è un attestato di immunizzazione garantita, cioè una specie di scudo infallibile in grado di estinguere la circolazione del virus, ma non è neppure una misura che nientifica la libertà individuale di chi deciderà comunque di non avvalersene (e chi l’ha paragonata alla stella gialla ebraica imposta dal nazismo dovrebbe solo vergognarsi). Se tali sono le estremità interpretative da escludere, è grazie al concetto di «limite» che ne cogliamo più oggettivamente le specificità. Che ci sembrano queste: il certificato è uno strumento che può servire a limitare la diffusione del contagio (e quindi delle sue conseguenze) esercitando, ovviamente, una limitazione della libertà individuale, limitazione che però può essere collettivamente accolta perché dovrebbe servire a scongiurare il ricorso a una limitazione ben più drastica, vale a dire il rinnovato blocco di qualsivoglia attività che danneggerebbe tutti.

Se questa è la situazione, se le considerazioni appena fornite sono sensate, resterebbe da chiedersi da cosa si origina la ricorrente tendenza a prescinderne, spostando — come detto — il peso del dibattito dal piano fattuale, che poi implica sempre anche decisioni da prendere, a quello simbolico. Di una tale riflessione, purtroppo, abbiamo avuto in questi quasi due anni esempi assai intermittenti, finendo con l’incenerire la possibilità di un reale confronto tra chi si rifà a una ragione più orientata alla salvaguardia degli interessi della collettività e quella di chi punta alla massima tutela della libertà individuale. Eppure, se l’esperienza serve a qualcosa e, soprattutto, se impareremo ad apprezzare qualche assennata parola, più che l’intransigenza dei simboli, quanto avvenuto a San Candido (e quanto potrebbe ancora avvenire) ci fa capire che l’unica strada da percorrere resta sempre la stessa: un paziente lavoro di mediazione e la ricerca di una responsabilità condivisa pur nell’incertezza sovrana che regna sulle nostre labili e personali convinzioni.

Corriere dell’Alto Adige, 20 agosto 2021

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