Saper cogliere il disagio

Come sa chiunque si sia occupato anche superficialmente di disagio o di disturbo mentale, circoscrivere l’area di questo malessere non è affatto semplice. Nell’utilissima «Guida alla salute mentale» scritta da Renato Piccione e Gianluigi Di Cesare (pubblicata nell’encomiabile collana «180» della casa editrice alphabeta) leggiamo: «Quali fattori producono il passaggio dal benessere a uno stato di disagio? Quali acuiscono il disagio mentale fino al punto da trasformarlo in un disturbo mentale? E cosa, viceversa, può riportare a uno stato di equilibrio e di benessere? A tali domande non è possibile fornire risposte semplici e univoche che sarebbero scientificamente scorrette. Infatti, i disturbi mentali non originano da cause uniche e certe, ma sono spesso indotti dal concorso di più fattori che si rafforzano vicendevolmente in un particolare momento dell’esistenza». Una volta avvistato un comportamento che può indurci a supporre l’esistenza di una situazione di disagio, insomma, la prima cosa da fare sarebbe cercare di sospendere ogni giudizio affrettato e, al contrario, mettersi pazientemente in cerca di un filo conduttore per ricostruire tale «concorso di fattori». Solo così diventa poi possibile disinnescare gli effetti potenzialmente autodistruttivi e distruttivi che minano la stabilità del soggetto sofferente. Queste considerazioni generali, apparentemente scontate, stanno purtroppo incontrando sempre più difficoltà a essere condivise dall’opinione pubblica.

Anche a livello istituzionale, da parte cioè di chi dovrebbe interpretare una sensibilità più avveduta, non è purtroppo raro rintracciare posizioni non all’altezza della necessaria comprensione del fenomeno. L’ennesimo esempio ce lo ha fornito di recente la cronaca locale, con il caso di un cittadino germanico di origine magrebina resosi protagonista di comportamenti «asociali» e «disturbanti» nella piazza centrale di Bolzano, il cosiddetto «salotto buono» della città. Non è necessario indugiare morbosamente nei particolari. È infatti fin troppo chiaro che chi comincia a muoversi oltre il perimetro della «normalità» — e per di più in pubblico, in piena luce — risulterà sgradito, già pronto per essere impacchettato in un desiderio collettivo che non ha voglia di andare per il sottile: bisogna rimuovere il problema identificandolo tout court con chi lo espone, e la sofferenza del soggetto cesserà solo quando la persona stessa sarà ricacciata nel buio dal quale è emersa.

Anche chi dovrebbe essere più cauto, dicevo, chi insomma avrebbe la responsabilità di considerare (almeno considerare) la complessità innegabile che ci si para davanti, qui tende a volgere la testa. Una delle argomentazioni adottate a tal fine suona: beh, noi avremmo voluto essere d’aiuto, ma se questo tizio non si fa aiutare, se respinge ogni tentativo di essere avvicinato e persino irride le forze dell’ordine che lo affrontano, non possiamo più farci nulla. Tornano in mente le parole di un libro di Michel Foucault, dedicato alla figura di Pierre Rivière: non un balordo che si faceva il bagno nelle fontane e intingeva il dito nel cappuccino dei turisti, bensì sterminatore della propria famiglia. «Ho visto spesso Rivière ridere senza ragione — Foucault cita una testimonianza —, l’ho visto rotolarsi per terra e quando gli si chiedeva perché lo facesse, per tutta risposta rideva».

Anche il nostro cittadino germanico di origini magrebine, a quanto pare, avrebbe questa tendenza a ridere. Segno evidente di un disagio profondo? Macché. Secondo l’assessore alle politiche sociali del Comune di Bolzano, Jury Andriollo, «sono le sue reazioni a non essere più compatibili con uno stato di disagio». Se ne potrebbe quindi dedurre che uno «stato di disagio» è riscontrabile solo se la persona si dimostra docile e disposta a farsi soccorrere, altrimenti ecco che il disagio non solo risulta «intollerabile», ma addirittura scompare, dissolvendosi in un mero affronto da trattare utilizzando ogni possibile mezzo di coercizione. È insomma come se Andriollo, assessore competente, ci dicesse: qui la mia competenza è terminata, decida un tribunale, decidano le autorità germaniche, l’individuo in ogni caso deve sparire.

Attenzione, non si fraintenda. Se affermiamo, contraddicendo l’opinione di Andriollo, che in questo caso è proprio il rifiuto a farsi aiutare a contraddistinguere uno dei tratti salienti della situazione di disagio in esame, non stiamo dicendo che il compito sia semplice. Intendiamo, al contrario, che è solo accedendo con strumenti ancora più attenti e adeguati a questo tipo di complessità, dunque in primo luogo senza dissolverla — rispondendo insomma sul serio alla domanda: cosa può riportare a uno stato di equilibrio e di benessere la persona sofferente? —, che sarebbe possibile intervenire. È troppo attenderselo da un assessore che milita in un partito d’ispirazione progressista?

Corriere dell’Alto Adige, 3 agosto 2021

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