Il grande errore di Heidegger

“Forse solo i miei errori hanno ancora la forza d’urto in un’epoca sovraccarica di correttezze cui però la verità manca da tempo” (Quaderni neri 1931-1938 – Riflessioni V – 150)

Ho cominciato a leggere Heidegger alla fine degli anni Ottanta. A quel tempo era un filosofo di moda, soprattutto in Italia (in Germania, per esempio, lo leggevano meno e questo fatto – ingenuamente – mi colpì molto quando io andai in Germania anche sulla scia delle mie letture heideggeriane). Ma in cosa consisteva questa moda? Uno dei massimi artefici del predominio di Heidegger negli anni Ottanta poggiava sulla particolare lettura che ne davano alcuni filosofi italiani di successo in quel tempo. Primo fra tutti Gianni Vattimo, il quale proponeva anche una sua caratteristica interpretazione “di sinistra” dell’Heidegger ermeneutico e post-nietzscheano (non esistono fatti, ma solo interpretazioni… insomma quella roba là). Un’altra componente di questa moda era data dal fatto che, allora, quasi tutta la filosofia che andava per la maggiore era comunque filosofia del linguaggio, quindi anche Heidegger (il cosiddetto “secondo Heidegger”) rientrava un po’ in questa koiné, con tutto il suo caratteristico etimologizzare e l’affidarsi ai poeti che gli servivano per costruire la sua tipica “Casa dell’Essere”. Sottrarsi a questo fascino non era semplice. Lo si poteva fare sostanzialmente in due modi: occuparsi di filosofi estranei al (o non così influenzati dal) pensiero tedesco degli ultimi 100 anni (quindi buttarsi magari sugli anglosassoni); occuparsi di filosofia antica o moderna fino al confine dell’idealismo speculativo (diventare insomma degli specialisti di epoche remote). Comunque, dopo aver letto per anni (una decina) Heidegger io me ne sono stufato. Mi ricordo che già scrivendo la tesi di laurea (che ruotava intorno alle interpretazioni heideggeriane di Hölderlin) il “gergo” del pensatore di Meßkirch mi tediava sempre di più e – tanto per dire – fu il pensiero di Hölderlin a farmi capire che l’interpretato era davvero più interessante del suo interprete (per dirlo meglio: dopo aver subito il fascino di Hölderlin alla luce dell’interpretazione heideggeriana capii che c’era tutto un mondo che quell’interpretazione, seducente fin quanto si vuole, in realtà soffocava). In quel tempo leggevo anche molto Wittgenstein e (in modo molto sbrigativo, me ne rendo conto) a un certo punto mi misi a decostruire Heidegger attraverso Wittgenstein, in questo influenzato molto dagli studi di Karl Otto Apel. Insomma, a un certo punto mi parve che Heidegger fosse un trombone insopportabile e lo abbandonai. Poi smisi anche di occuparmi di filosofia.

Questa lunga premessa potrebbe anche finire qui, però non posso farla finire qui perché volevo dire un’altra cosa e quindi la dico adesso, anche se male. Uno dei motti di Heidegger, uno dei più citati, è: Wer groß denkt muß groß irren (chi pensa in grande deve sbagliare in grande). È una frase in cui viene bene fuori il limite di Heidegger (e si potrebbe notare, di passata, che errore qui non richiama soltanto l’errare sui sentieri interrotti del pensare “a venire”, ma l’orrore del nazionalsocialismo mai ricusato). Prima di tutto non ha il buon gusto di essere formulata almeno come domanda (chi pensa in grande deve proprio sbagliare in grande, cioè accompagnare questo suo grande pensiero da grandi errori?). Oggi direi che forse sarebbe meglio pensare un po’ meno in grande e fare meno errori. Ma c’è di più. Nella frase quello che viene prima pesa di più, è come se al “grande pensiero” (e al grande pensatore) si dovesse perdonare il “grande errore”. Beh, non sono d’accordo. Ci sono errori che non solo non sono perdonabili, ma che contribuiscono a ridurre di molto la portata del grande pensiero che li ha prodotti, e quindi non possono essere visti solo come una scoria, bensì come un peso che fa affondare anche il pensiero stesso. Con l’adesione di Heidegger al nazismo (e l’abbiamo capito: adesione non episodica o strumentale ma addirittura convinta, prolungata e persino chiarificatrice di alcuni gesti fondamentali del pensiero filosofico più apparentemente “depurato” dal tempo in cui è maturato) le parole del filosofo si svuotano, anzi diventano quasi oscene, e tutta questa storia dei popoli che attraversano la storia della Metafisica (questo passaggio dall’egemonia di un popolo all’egemonia di un altro popolo che “è” la Metafisica) assomiglia a un pessimo racconto infarcito di semplificazioni insopportabili e puerili herderismi (un barlume di consapevolezza, ancora dai Quaderni Neri: “Il pensatore? Un grande bambino- che pone grandi domande”). Alla fine quello che Thomas Bernhard scriveva di Heidegger in “Antichi maestri” (“… diesen lächerlichen nationalsozialistischen Pumphosenspießer”), bisogna dirlo, è la percezione più lucida che sia mai stata data della filosofia di questo “Meister aus Deutschland”.

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