Diventare famosi

Qualche giorno fa sono diventato improvvisamente, inaspettatamente famoso. Il mio nome era su tutti i giornali. O almeno su quelli orientati a destra. Poi sono spuntato anche sulla pagina Facebook di Giorgia Meloni, la leader del partito Fratelli d’Italia, quello con la fiamma tricolore nel simbolo. Ma com’è potuta succedere una cosa così? Qualcuno, un amico, mi ha chiesto addirittura consigli. Ho sempre cercato di diventare famoso, mi ha detto, ma non ci sono mai riuscito. Voleva conoscere gli ingredienti, insomma, e anche la ricetta. È molto semplice, gli ho risposto. Basta fare così. Prima di tutto devi riuscire particolarmente antipatico a qualcuno, chiamiamolo Ignazio. Devi fare in modo che Ignazio non ti sopporti, che cerchi insomma di danneggiarti. Poi è indispensabile che questo Ignazio sia un grande amico o un adepto di una persona molto più importante di lui. Una persona, per dire, che abbia migliaia e migliaia, anzi un milione e passa di seguaci. Chiamiamola Lucia. A questo punto devi, ho sempre spiegato al mio amico, postare una frase o comunque qualcosa che irriti a tal punto Ignazio da fargli scattare una molla: questa non la deve passare liscia, penserà Ignazio, ora glielo faccio vedere io. Così Ignazio preleverà quella frase, la condirà in modo che appaia molto più grave e offensiva di quello che è, quindi la manderà alla persona più in vista di lui, a Lucia, e lei, facendo un favore ad Ignazio ma anche a se stessa (più ad Ignazio che a se stessa, comunque), esporrà davanti a tutti i suoi follower, al dileggio dei suoi follower la vittima del bel lavoro fatto da Ignazio. Funziona?, mi ha chiesto il mio amico. Eccome, gli ho risposto, si diventa famosissimi. Anche se per poco. Io, per esempio, ho avuto centinaia di persone che mi hanno augurato di venire licenziato, bastonato, ammazzato. Un successone, te l’assicuro.

ff – La colonnina – 8 aprile 2021

Vissuto tra le parti

Umberto Gandini, fotografia di Othmar Seehauser

La scomparsa di Umberto Gandini lascia un vuoto nella comunità intellettuale dell’Alto Adige. Sua anche una delle più importanti opere di ricostruzione e contestualizzazione del famoso attentato di via Rasella.

Lo scorso 19 marzo ci ha lasciati Umberto Gandini. La breve voce Wikipedia a lui dedicata ne riassume la vita in pochi tratti: nato a Milano il 25 dicembre 1935, si trasferì dapprima a Merano e poi a Bolzano, dove nel 1961 trovò lavoro come giornalista per il quotidiano “Alto Adige”. Negli anni Settanta iniziò l’attività di traduttore letterario, lavorando per molte case editrici e dedicandosi in particolare alla prosa in lingua tedesca. Nel 2000 gli fu conferito il Premio “Ervino Pocar”; l’anno successivo gli venne assegnato il Premio Grinzane Cavour per la traduzione. Pubblicò due romanzi.

Ovviamente la stringatissima biografia lascia fuori altro, molte altre cose essenziali. Non cita, ad esempio, la breve avventura “extra-territoriale” (dal 1967 al 1972) che Gandini intraprese abbandonando temporaneamente il quotidiano locale per dedicarsi a scrivere una pagina settimanale di cronaca altoatesina inserita ne “Il Giorno” di Milano. Lo storico Maurizio Ferrandi, in un saggio di prossima pubblicazione sulla rivista “Archivio Trentino”, ha ricostruito le motivazioni di questa vicenda e, citando lo stesso Gandini, ne richiama l’occasione: “Bisognava convincere gli italiani ad accettare una soluzione della questione altoatesina che per loro significava dover sopportare un’ingiustizia. L’informazione, controllata dal quotidiano Alto Adige, era schierata su posizioni assolutamente nazionaliste. E allora come si fa ad avere una voce che spieghi quantomeno cosa sta succedendo? Fu Alcide Berloffa ad organizzare questa storia. Per un certo periodo pareva che a fare una redazione dovesse venire il Corriere della Sera, poi tentarono in altre maniere. Infine, con Italo Pietra, che era il direttore del Giorno, combinarono questa redazione. Era evidente sin dall’inizio che sarebbe stata un’operazione a tempo”. Sono parole in cui riemerge non solo un pezzo di storia, ma si fanno visibili anche le nervature di un processo di crescita, d’impegno civile che proprio Gandini renderà perspicuo mediante tutta la sua attività: smarcarsi sempre dal nazionalismo, favorire la comprensione reciproca tra i gruppi linguistici, avere cura dei fatti e delle parole per raccontarli.

Non c’è migliore esempio per illustrare – e ricordare, con gratitudine – la sua personalità che riferirsi così ai suoi quattro articoli scritti nel 1977 sui celebri fatti dell’attentato di via Rasella del 23 marzo 1944 e dell’immediatamente successivo eccidio delle Fosse Ardeatine (in realtà di questi episodi il giornalista si era già occupato proprio quando lavorava, alla fine degli anni Sessanta, per il quotidiano milanese, compiendo le prime interviste ai sopravvissuti del dell’XIesima Compagnia del Polizeiregiment Bozen, in quel periodo di stanza a Roma). La rilevanza di quegli articoli la spiega il giovane storico Bolzanino Lorenzo Vianini, fresco di laurea all’Università di Vienna con una tesi dedicata proprio all’elaborazione e ai riflessi sulla stampa locale della vicenda. “Quegli articoli – illustra Vianini – furono pubblicati in un momento importante. Eravamo nel 1977, c’era stata la fuga di Herbert Kappler in agosto, e quindi anche un risveglio d’interesse per quei lontani accadimenti. Ovviamente si parla anche molto di Alto Adige, luogo di provenienza dei militari implicati nella strage”. Gandini era tornato a lavorare al giornale locale nel periodo in cui questo, allora sotto la nuova direzione di Gianni Faustini, si stava sciogliendo dall’impostazione nazionalistica passata, e decise così di recuperare alcune vecchie interviste per redigere degli articoli al fine di spiegare, usando ciò che oggi chiameremo una tecnica di oral history, la dinamica più esatta dei fatti e smontare anche le letture parziali, quando non proprio false, che si erano sedimentate e incrostate nel tempo. Era un approccio nuovo, rivolto ad approfondire piuttosto che ribadire dei cliché interpretativi utili soltanto alla contrapposizione. E infatti il suo lavoro – raccolto poi due anni dopo in una silloge intitolata Quelli di via Rasella: la storia dei sudtirolesi che subirono l’attentato del 23 marzo 1944 a Roma – è stato successivamente valorizzato da tutti gli studi più autorevoli sull’argomento, a cominciare da Alessandro Portelli con il suo L’ordine è già stato eseguito, del 1999, che offre la ricostruzione più esaustiva.

Non è necessario entrare nei dettagli o immergerci nelle pieghe del testo (del quale raccomandiamo comunque la lettura). Fino a quel punto, almeno nella pubblicistica di lingua italiana, l’identità dei combattenti sudtirolesi uccisi dai gappisti era infatti rimasta sepolta al di sotto di un discorso pubblico concentrato su altro, intrappolata nel gioco di ruolo tra “partigiani” e “nazisti” (le famose “ss”, non meglio specificate), soprattutto alla luce della relazione tra la logica degli attentati e quella della rappresaglia (per questi aspetti specifici si veda il recente libro di Chiara Colombini, Anche i partigiani però…, uscito per i tipi di Laterza). Restava quindi insondato il riconoscimento della peculiarità umana degli uccisi, e questo non al fine di rigettarli poi subito nel contenitore dei dannati, dei perfidi “tedeschi”, o per salvarne in qualche modo il profilo d’inconsapevoli oppositori “sudtirolesi” al regime di oppressione nazista. Peculiarità qui significa complessità, intrico, impossibilità di leggere la storia mediante schemi troppo netti e ideologici. In fin dei conti è proprio questo il compito che un buon giornalista di confine, che per di più sia anche un eccellente traduttore, riesce sempre a svolgere muovendosi da parte a parte, ossia insistendo tra le parti, e cercando, pur nel rispetto di prospettive diverse, quelle mediazioni in grado di farci giungere a una soluzione più arricchente per tutti.

ff – 8 aprile 2021