Due libri per capire chi siamo

C’è stato un tempo, che sembra definitivamente passato, in cui ai libri, soprattutto ai romanzi, non si chiedeva soltanto di fornire l’occasione per qualche ora d’intrattenimento. Potevamo così avere a che fare con dei testi ai quali veniva attribuito un compito di sollecitazione e di stimolo che investiva chiaramente la società prevista ad accoglierli. Invitandola a interrogarsi su sé stessa.

Mi viene in mente qui il romanzo di Francesca Melandri, “Eva dorme”, che tra pochi giorni, a undici anni dalla sua prima fortunatissima pubblicazione per Mondadori, tornerà in libreria nella nuova veste datale dall’editore Bompiani. Un esercizio interessante potrebbe essere allora quello di stabilire un rapporto con un altro romanzo, uscito da pochissimo, dopo aver vinto il prestigioso premio Calvino, per i tipi di Italo Svevo: “Lingua Madre”, della bolzanina Maddalena Fingerle. In sostanza: si tratterebbe di misurare il potenziale impatto di quest’ultimo sulla capacità d’incidere nell’ambito di un’autoriflessione che, nel caso del primo, ha già dato i suoi frutti diventando un classico del Sudtirolo contemporaneo. Mi limito ovviamente a schizzare alcuni brevi appunti, consegnandoli a dei lettori che, come detto, vogliano approfittare della lettura per mettere a punto uno strumento in grado di rivelarci chi siamo.

Di “Eva dorme” non occorre richiamare qui alla memoria troppe cose, né spendere ulteriori elogi. Come sanno benissimo le molte persone che l’hanno amata (sia nella versione originale in italiano, ma anche nella ugualmente vendutissima traduzione tedesca), si tratta di una storia che espone la trama di una riconciliazione, o persino di un felice risveglio, potendo giocare con il titolo che quindi intenderebbe registrare il congedo dalle spire notturne del conflitto etnico. La vicenda d’amore tra Gerda e Vito, in un primo tempo interrotta e poi postumamente trasfigurata da Eva nel segno di una pacificazione (sia a livello della memoria personale che di quella storica) segna anche il passaggio ad una nuova fase dell’autonomia, è una sorta di manifesto per il Sudtirolo uscito con difficoltà dalla sua storia tormentata, che ha imparato dagli sbagli del passato, e quindi, anche quando guarda indietro lo sa fare soprattutto per potersi spingere con più fiducia in avanti.

“Lingua madre” non esprime apparentemente la medesima fiducia, e in questo senso fotografa, più che il congedo da un’epoca buia, quindi anche aperta alla speranza, il sentimento che prevale quando l’immaginazione necessaria a plasmare il futuro si spalanca su un paesaggio contrassegnato dall’incertezza. Il libro è attraversato da un sentimento di angoscia esistenziale nei confronti delle parole “sporche”, delle espressioni che vengono avvertite in uno stato di scollamento dalla realtà, configurandola come inospitale. Paolo Prescher, il protagonista, si trova perciò ad operare ponendo tra parentesi gli abituali codici di appartenenza, e oscilla tra un tentativo di fuga e la ricaduta all’interno di automatismi che minacciano di stritolarlo (di stritolarci) definitivamente. Esiste una spia, in forma di anagramma, che rivela questa sofferta sospensione del senso. A un certo punto, infatti, il nome della madre (Luisa Prescher) viene risolto nell’espressione “capire Husserl”. Proprio Husserl, lo ricordiamo, è stato il filosofo che, grazie al suo programma fenomenologico, ha più di altri insistito sulla necessità di sottoporre a un azzeramento propedeutico, a una distruzione radicale la trama dei significati nei quali siamo immersi, al fine di poterne riacquistare una praticabilità non incrostata da esperienze ormai pregiudicate. Fingerle però non dà suggerimenti su come questa nuova praticabilità possa schiudersi, non propone una ricetta per individuare quale sia la lingua materna in grado di spezzare l’ammutolire che ha spento tutte le nostre vecchie e consumate parole.

Rileggere “Eva dorme”, leggere “Lingua Madre” – due voci non a caso femminili, e per questo forse maggiormente prensili rispetto a quanto accade dentro e fuori di noi – , magari cercando di far dialogare i testi fra loro, non serve soltanto a tessere una relazione tra due esempi di scrittura diversi e anche generazionalmente sfasati. I due libri propongono anche due versioni (opposte o complementari?) per chiarire quale aspetto sta prendendo la terra nella quale viviamo, e di questa terra ci invitano a farne parte con una consapevolezza alla quale solo la letteratura può fornire il sostegno per potersi rivelare.

Corriere dell’Alto Adige, 27 marzo 2021

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