Oltre i limiti del romanticismo

Folio Verlag è un’impresa sudtirolese che esplica al meglio la funzione di ponte culturale tra diverse aree linguistiche. Uno dei due fondatori ci spiega il segreto del suo successo (anche) commerciale.

Ho appuntamento alle 11.00 con Ludwig Paulmichl in via Maso della Pieve, dove le edizioni Folio hanno la loro sede bolzanina, proprio davanti al cimitero. Non è un giorno di festa, ma per strada circolano poche macchine per essere un normale giorno lavorativo. Siamo intrappolati da un anno in un calendario falcidiato dagli stop and go dei provvedimenti di contenimento della pandemia. Mentre parcheggio ascolto Nick Cave cantare “Well, I kept thinking about what the weatherman said and if the voices of the living can be heard by the dead…”. Mi pare un buon viatico per parlare di libri in un luogo come questo, e mi chiedo se non sia vero anche il contrario, se cioè le voci dei morti possano essere ascoltate dai vivi.

Una casa editrice, dopo tutto, è come se stesse sempre un po’ tra l’al di qua e l’al di là, alla maniera del cacciatore Gracco di Franz Kafka. Non solo perché molti dei libri stampati e venduti sono stati scritti da autori ormai scomparsi, ma perché sopravvivere alle leggi del mercato editoriale non è facile per nessuno. In questo senso Folio – nata a Vienna come agenzia letteraria nel lontano 1992 per iniziativa dello stesso Paulmichl e Hermann Gummerer – ha compiuto un piccolo miracolo, superando qualche anno fa una crisi piuttosto seria e ridando slancio alla propria mission imprenditoriale. Proprio di questa missione e di questo miracolo (ovviamente in senso laico) sono venuto a parlare con Paulmichl e prima di salire ripasso sullo smartphone le note di presentazione che si possono leggere sul sito della casa editrice: “Als Südtirolern ist den beiden Verlegern bewusst, wie fragil das friedliche Zusammenleben zwischen verschiedenen Sprachgemeinschaften sein kann”.

Prendiamo posto intorno a un grande tavolo al centro dell’open-space e la prima cosa che Paulmichl mi dice segna già la traccia sulla quale si muoverà il nostro dialogo: “Non vorrei apparire prosaico, ma per parlare del nostro lavoro dobbiamo innanzi tutto sgombrare il campo da un equivoco: produrre libri non è una faccenda molto romantica, non si tratta di puntare soltanto agli aspetti culturali di un’impresa che, infatti, si muove all’interno di una complessa catena sociale. Qui è importante anche fare i soldi”. Certo, l’incipit suona prosaico, eppure senza un approccio di questo tipo, mi si vuol far capire, neanche le istanze culturali più nobili o significative avrebbero l’opportunità di affermarsi: “Una volta che hai dimostrato di poter vendere, di saper insomma occupare una fetta, per quanto piccola, di mercato, allora potrai contare sull’appoggio dei librai, convincendoli che anche quegli articoli del catalogo magari a prima vista più sofisticati meritino la stessa attenzione”.

Può darsi che queste considerazioni poco “romantiche” siano dovute, oltre che alla particolare contingenza della quale discutiamo, anche alla formazione filosofica di Paulmichl, il quale mi racconta come in gioventù si sia laureato in filosofia politica sul pensiero di Antonio Gramsci. Banalmente: solo comprendendo a fondo il funzionamento di una determinata struttura produttiva è possibile agire, incidere poi anche a livello sovrastrutturale. Ma sono solo suggestioni che restano sospese, “anche perché io, ti dirò, quelle cose mica le capisco più”, celia sornione il mio interlocutore. Torniamo dunque alla particolare missione di un editore di confine e chiedo su quali autori si è puntato per incrementare le vendite e posizionarsi saldamente a cavallo di diversi universi linguistici. “La scelta – mi spiega – si è indirizzata su quelle scrittrici e quegli scrittori che avevano già conquistato l’attenzione dei lettori in patria, per promuoverne la conoscenza anche ad un pubblico di lingua tedesca, soprattutto in Germania. Per gli italiani potrei farti i nomi di Dacia Maraini, di Paolo Rumiz o di Giancarlo De Cataldo. In scuderia abbiamo anche autentici big internazionali, come ad esempio l’inglese Jonathan Coe, ma non per questo abbiamo certo perso il radicamento con il nostro territorio, del quale anzi offriamo una promozione su più livelli. Cito al proposito solo i nomi di Roberta Dapunt, di Josef Oberhollenzer o di Maria Brunner, oggi tutti riconosciuti e affermati ben oltre il Sudtirolo. Vorrei infine sottolineare che non è comunque facile sfruttare la notorietà interna di un autore contando su una sua automatica ricezione all’estero. Non basta il nome, insomma, bisogna avere anche la fortuna d’incontrare il gusto dei lettori nel momento giusto, promuovendo un titolo con tutta l’energia possibile. In questo ambito niente è scontato, ogni volta è una piccola scommessa”.

Una scommessa che si vince solo se alla bontà del prodotto viene associato un vero e proprio lavoro volto a dargli la maggiore visibilità possibile, contattando in anticipo i recensori e anche acquistando nelle maggiori librerie gli spazi immediatamente raggiungibili dagli occhi dei clienti: “Altrimenti anche il libro più bello e interessante del mondo rischia di scomparire subito dal circuito che gli permetterebbe di essere notato”. Alla fine sfogliamo insieme il catalogo delle prossime uscite. “I primi quattro titoli del nostro programma di primavera propongono un autore siciliano, Roberto Andò, con il suo Ciros Versteck (Il bambino nascosto), poi Trio di Dacia Maraini, Der Berg del croato Ivica Prtenjaĉa e il thriller Alba Nera di De Cataldo. Come vedi, l’obiettivo della vendibilità s’intreccia sempre con la ricerca della qualità, cerchiamo di praticare questa difficile arte della conciliazione: se si vogliono continuare a vendere i libri non c’è davvero altra strada”.

ff – 11 marzo 2021

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