La delicatezza dell’arabo

Claudia Raudha Tröbinger si dichiara “artista visiva iconoparca”, il cui materiale preferito sono le parole. Nel suo ultimo libro, edito da Raetia, ha illustrato la sua inclinazione per la lingua e la cultura araba sviluppatasi anche in seguito ad un prolungato soggiorno all’estero.

Dalle sue note biografiche si ricava che ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano. L’interesse per il mondo arabo, invece, come è nato?

Il mio primo incontro con lo “spazio linguistico arabo” – preferisco usare questa espressione rispetto a “mondo arabo” – l’ho avuto da bambina grazie a un libro di Karl May. Lì ho conosciuto questi uomini con le loro tende e i loro cavalli pregiati ai quali leggevano (o forse recitavano) delle sure del Corano. Io amavo sia i cavalli che i libri e la combinazione fra i due toccò delle corde molto profonde dentro di me. In seguito ho anche conosciuto persone di questi posti, sul lavoro e nella vita privata, e a un certo punto ho anche visto per la prima volta esempi di calligrafia araba, ma non ricordo esattamente quando.

E la possibilità di apprendere la lingua quando si è concretizzata?

Durante i miei studi all’Accademia realizzai un video cercando di coinvolgere Adel, un ragazzo tunisino, e da allora, eravamo alla fine degli anni Novanta, ho cominciato a presentare i miei lavori espressivi in due lingue: italiano e arabo. Dopo aver conseguito il diploma, trovandomi a disposizione una grande somma di denaro, ho deciso di investire il mio tempo nell’apprendimento di questa lingua notoriamente difficile, e sono partita per Beirut.

Quanto tempo ha passato a Beirut?

Tre mesi, nei quali oltre a godere di una vita sociale molto intensa e studiare con due insegnanti privati diversi ho anche iniziato a stendere la biografia delle donne della mia famiglia, una specie di autoterapia. Scrivevo prevalentemente sui banconi dei bar e la gente mi diceva: Enti thayyeba (sei in gamba). Però i miei progressi erano limitati. La maggior parte delle persone mi parlava in inglese. Allora decisi di cambiare e mi recai in Siria, ad Aleppo. Era il 2005, allora in quel paese non c’erano grandi tensioni.

Che tipo di vita faceva ad Aleppo?

Vivevo in un hotel frequentato da soli arabi in un quartiere centrale vicino al vecchissimo e splendido suq. Frequentavo l’università, andavo in piscina e ovviamente studiavo. Siccome il tempo rimanente era poco, interruppi il lavoro alla mia biografia e iniziai invece a occuparmi di un altro testo, una lettera, che poi si sarebbe sviluppata in un libro.

E poi c’è stata la scoperta della Tunisia.

Sì, a Tunisi non ho vissuto presso una famiglia bensì in un mabit, uno studentato, e quindi in un appartamento mio. Nel secondo anno ho cercato di inserirmi nel mondo del lavoro, anche per apprendere meglio la lingua. Oltre a ciò ho avuto l’opportunità di frequentare degli ottimi corsi di calligrafia araba. Mi dedicavo alla stesura di tre testi diversi e preparavo una mostra personale dal titolo: “Chi sono io come artista e perché studio l’arabo”. Stavo anche per sposarmi con un giovane del posto, ma poi le cose sono andate diversamente da come avrei – e penso avremmo – voluto.

Perché studio l’arabo” è la sua terza pubblicazione bilingue (italiano/arabo). Esiste una linea di ricerca precisa in questo suo approfondimento?

Una linea di ricerca precisa non direi. Mi nutro di letteratura araba contemporanea. L’anno scorso, per esempio, mi sono dedicata ad alcuni libri palestinesi o a opere sulla storia palestinese. Colgo l’occasione per raccomandare autori come Ghassan Kanafani, Elias Khoury e Mazen Maarouf.

Il libro ha una struttura grafica molto peculiare ed è strutturato in tre sezioni: una prima parte di “ringraziamenti”, una seconda in cui cita numerosi proverbi e, infine, una sezione in cui spiega, per l’appunto, perché si sta dedicando all’apprendimento della lingua. Qual è il motivo di questa scelta?

Veramente tutto è nato come parte della mostra menzionata prima e all’inizio non doveva essere un libro, ma un murales pieno di risposte alla domanda sul perché io studio l’arabo. Poi per vari motivi questo progetto non è andato in porto. Venendo dall’Accademia di Belle Arti ho un approccio molto libero rispetto alla scrittura, ho fabbricato vari libri d’artista. Il mio ultimo lavoro è stato definito “arte verbale” e non mi dispiace.

A un certo punto, nella sezione delle spiegazioni, cita il filosofo L. Wittgenstein (“I limiti della mia lingua sono i limiti del mio mondo”). In quale direzione pensa che lo studio dell’arabo abbia contribuito ad allargare i limiti del suo mondo?

Bella domanda. Ho imparato una lingua extraeuropea, extracomunitaria se vogliamo. È sicuramente verso sud/sud-est che il mio orizzonte culturale vede un allargamento. Potrei però rispondere anche con una frase del mio libro: “Perché gli arabi sanno cos’è la delicatezza”.

Se pensiamo però agli episodi di estremismo islamico che si sono succeduti negli ultimi anni, anche qui in Occidente, la delicatezza non è la prima cosa che verrebbe in mente parlando di quella cultura. In che modo è possibile contrastare questo pregiudizio?

Trovo triste che parlando dell’amore per una lingua, come faccio io, mi si confronti con una domanda del genere. Quindi rispondo chiedendo a mia volta: se avessi scritto un libro sul fascino di studiare l’inglese americano, lei mi avrebbe forse ricordato Hiroshima e Nagasaki?

Allora ritiro la domanda, o meglio: la trasformo. In base alla sua esperienza e alle sue frequentazioni dei paesi e delle persone di lingua araba, può dirci quali sono i pregiudizi prevalenti che riguardano il mondo occidentale in generale e in particolare l’Italia?

Qui si pensa spesso che da parte dei musulmani veniamo percepiti come “miscredenti”, e può darsi che ciò capiti. Ma alla luce della mia esperienza mi è capitato di sentirci definire come ahl al-kitab (gente del libro), cioè appartenenti a una religione che, come quella musulmana e quella ebraica, si basa su un testo sacro. Pregiudizi invece che riguardano l’Italia li ho sentiti in Tunisia, dove pensano che da noi ci siano tante donne bionde e la verdura sia più buona della loro.

A proposito di donne, nel libro lei scrive: “(Imparo l’arabo perché) in un paese dove la maggioranza delle donne si veste alla musulmana, e indossa quindi vestiti che tendono a non evidenziare, ma al contrario a celare il corpo, malattie psicosomatiche come l’anoressia e la bulimia potrebbero essere meno diffuse rispetto all’Occidente…”. Non ritiene che, a parte questi vantaggi, il ruolo della donna sia là fortemente subordinato rispetto a quello dell’uomo, erigendo quindi un ostacolo insormontabile al dialogo tra le culture?

No, non lo penso. Prima di tutto non esiste un unico “là”. Esistono tanti stati diversi, ognuno con la propria costituzione e le proprie stratificazioni sociali. E poi ci sono gli individui, che sono tutti diversi fra loro. Sulla cosiddetta condizione della donna, mi permetto inoltre di suggerire uno spunto di riflessione: di quale donna stiamo parlando? Parliamo della donna giovane, della donna matura o della donna anziana? Quest’ultima in Tunisia, in Siria, in Libano difficilmente finirebbe i suoi giorni in un ospizio, mentre da noi è quasi diventata la normalità.

Adesso risiede nuovamente in Sudtirolo. In che modo continua a praticare la lingua araba e a mantenere i contatti con quella cultura (a parte scrivendo dei libri)?

È dall’inverno 2014 che non metto piede in Tunisia. Ovviamente così non è facilissimo continuare a praticare questa lingua. Ho iniziato a leggere libri in lingua originale, faccio molta fatica ma non demordo. Ho poi instaurato uno scambio linguistico con due donne siriane, una studia l’italiano e l’altra il tedesco. In cambio del mio aiuto loro mi danno la possibilità di parlare l’arabo con regolarità. E poi ci sono le varie amiche, c’è Facebook, ci sono le chat.

ff – 11 febbraio 2021