Lo sguardo della giraffa

È possibile parlare dell’Alto Adige/Südtirol senza ricorrere allo stereotipo di una terra difficile e complessa perché ancora imprigionata nelle controversie etno-nazionaliste del Novecento? Ci ha provato il giornalista bolognese Massimiliano Boschi, con un reportage focalizzato sui temi del turismo e dell’immigrazione.

All’inizio del suo nuovo libro, La montagna disincantata. L’Alto Adige/Südtirol tra mito e presente (Edizioni alphabeta Verlag, pagine 183, euro 14), Massimiliano Boschi racconta una storia curiosa, protagonista una giraffa fuggita da un circo, che apparentemente non ha nulla a che vedere con gli argomenti trattati in seguito. In realtà, è possibile prendere spunto proprio da qui, cioè utilizzando l’animale esotico alla stregua di una metafora, per sintetizzare in modo perfetto il contenuto del volume e la sua visione innovativa. Scrive Boschi: «Era la mattina del 21 settembre 2012 quando ho lasciato definitivamente Imola per trasferirmi a Bolzano. Le prospettive non erano straordinarie, ma sufficienti ad abbandonare la cittadina romagnola insieme a tutta la famiglia. Se è vero che in ogni passaggio importante della propria esistenza si cercano ovunque segnali di buon auspicio, io non mi sono dovuto sforzare molto. Il segnale era alto oltre quattro metri e aveva gettato nello scompiglio l’intero quartiere in cui abitavo». «Ai tempi – prosegue l’autore dopo aver raccontato la storiella della giraffa, e con ciò l’inizio della sua emigrazione in provincia di Bolzano – non sapevo che sarebbe stata la migliore decisione della mia vita».

Sfogliando le pagine de La montagna disincantata – un reportage, quasi una flânerie da Nord a Sud e da Est a Ovest che tocca città e vallate seguendo il filo conduttore di tue temi prevalenti: il turismo e l’immigrazione – occorre tenere conto in primo luogo di questo felice rilievo, perché in effetti la comparazione (spesso implicita, ma talvolta dichiarata) tra il mondo esterno all’Alto Adige/ Südtirol e le opportunità di realizzazione individuale che qui si danno rompe col tono lamentoso al quale siamo abituati. Tono derivante dalla percezione di alcuni notissimi problemi endemici che sudtirolesi e altoatesini non finiscono di denunciare e di rinfacciarsi, e lascia spazio a valutazioni depurate da qualsiasi traccia di risentimento. «Se ci limitiamo alla politica e allo schema istituzionale – leggiamo a un certo punto con sollievo – è difficile negare l’importanza della questione etnica, ma in queste pagine si vuole raccontare ciò che nelle stanze del potere non si vuole vedere, perché la realtà è molto più articolata e affrontarla nella sua complessità rischia di far perdere consenso». Per dirlo con le parole di Francesco Palermo (docente universitario, costituzionalista e politico, ndr), che firma la prefazione, che cosa potrebbe accadere se smettessimo di filtrare la realtà mediante la logica del «Re Mida etnico», riacquistando piuttosto una freschezza di sguardo che evita di ricadere in formule prescrittive?

Che cosa accade, insomma, al di fuori delle stanze del potere? Accade, per esempio, che il responsabile del Centro Giovani del Brennero si chiami Saad Khan, sia cioè un pachistano aggregatosi al gruppo linguistico italiano che lavora per un’istituzione finanziata dalla Ripartizione Cultura tedesca; accade che a Fortezza, dove domina una costruzione eretta «in nome di un nemico che non giunse mai», ci siano due scuole elementari, una di lingua italiana e una di lingua tedesca, ma sia nella prima che nella seconda la stragrande maggioranza di chi la frequenta abbia un’origine straniera; oppure accade che nel centro di Bolzano sempre più cartelli siano scritti in inglese, cioè in una lingua che – e sono parole di chi si occupa di comunicazione alla Confesercenti, non di un pericoloso rivoluzionario post-etnico – permette di risolvere il dubbio di scegliere quale idioma istituzionale utilizzare, se uno dei due o entrambi, tagliando così la testa al toro. Gli esempi fatti da Boschi nel libro sono tantissimi, e servono tutti a rendere inequivocabile il messaggio: anche se gli aspetti tradizionali pesano, anche se l’universo mentale di molte persone sembra apparentemente ancora prigioniero di quei confini, attorno a noi si colgono mutamenti che perciò avrebbero bisogno di una declinazione nuova, di una progettualità più orientata al futuro. Non dovrebbe esserci più neppure bisogno dello sguardo sopraelevato di una giraffa fuggita da un circo, per accorgersene.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige, 7 febbraio 2021 (Apparso con il titolo “Montagna disincantata”)

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