Che cosa ci manca di Agitu

Nel suo ultimo libro – dedicato alla “Follia di Hölderlin” – il filosofo Giorgio Agamben ha scritto che “il tenore di verità di una vita non può essere definito in parole, ma deve in qualche modo restare nascosto”. Questa acquisizione non è ristretta alla vita del poeta tedesco, ma è di ordine metodologico, quindi vale per tutti. Poi Agamben prosegue: “Il tenore di verità di un’esistenza, pur restando informulabile, si manifesta costituendo quella esistenza come «figura», cioè come qualcosa che allude a un significato reale, ma celato. Solo nel punto in cui percepiamo in questo senso una vita come figura, tutti gli episodi in cui sembra consistere si compongono nella loro contingente verosimiglianza – cioè depongono ogni pretesa di poter fornire un accesso alla verità di quella vita”. Ora, qual è la «figura» in cui si può comporre la cronaca della vita (e quindi della morte) di Agitu Ideo Guideta, avendo cura di non accontentarci della sua contingente verosimiglianza e con ciò, conservandone il segreto, alludere al tenore di verità della sua esistenza?

Personalmente non ho mai incontrato Agitu, neppure quando – come è noto – saliva a Bolzano per vendere i suoi prodotti. Me ne sono rammaricato molto, il giorno in cui abbiamo appreso della morte orrenda alla quale è andata incontro. La straordinaria partecipazione alla piccola cerimonia organizzata in suo ricordo, in piazza Walther, ha manifestato, e non solo per chi c’era, tutto il tenore di verità della sua esistenza. Pioveva, le candele sono rimaste accese. Chissà perché a me è tornata in mente la cerimonia d’inaugurazione della scritta di Hannah Arendt in piazza Tribunale. Anche allora pioveva, gli ombrelli aperti, e c’era un grande silenzio. Ma il paragone tra le due donne e tra i due eventi, chiaramente, finisce qui. Il tenore di verità dell’esistenza di Agitu ha così cominciato a prendere forma nella «figura» della sua mancanza. E stabilire cosa ci manca, di lei, potrebbe portarci più vicino a scoprire il segreto che costituisce la sua verità.

Ci sono due cose, tra le tante che sono state dette, a non parlarci di questa verità, pur essendo entrambe assolutamente verosimili. La prima riguarda l’integrazione, mostrando Agitu come un esempio. La seconda, concentrata sul momento che ce l’ha strappata, riguarda il femminicidio. Perché, anche se si tratta di termini verosimili, sentiamo che qui la verità ci sfugge? Agitu non era venuta dall’Etiopia per integrarsi. Era venuta per fare qualcosa di bello e d’importante per sé e per chi le stava vicino. Chi parla d’integrazione mette dunque in evidenza qualcosa di non essenziale, pone l’accento su di noi, che eventualmente l’avremmo accolta per poterle consentire d’integrarsi e quindi, in un certo senso, di assimilarsi. Allo stesso modo, chi parla di femminicidio tende a descrivere Agitu come un caso, l’ennesimo, in cui a una donna capita di essere eliminata per il fatto stesso di appartenere a un genere minacciato, costretto a vivere (e a soccombere) sotto la minaccia dell’elemento maschile. Anche se assolutamente verosimili, ripeto, la verità dell’esistenza di Agitu non può essere resa con questi tratti, perché la sua «figura» ne verrebbe sminuita. Non la sminuiamo più se, al contrario, e a partire dalla sua mancanza, riflettiamo che era proprio nella libertà di fare ciò che le piaceva fare, e che sapeva fare così bene al di là dei cliché di donna minacciata e di immigrata perfettamente integrata, era insomma in questa irriducibile libertà il segreto della sua esistenza, della sua verità, e anche il motivo che ne fa apparire la «figura» nella giusta collocazione.

Alla fine, non possiamo dire che cosa ci manca di Agitu senza poter rinunciare a dire che la cosa che più ci manca è Agitu stessa – quindi non un cosa, ma un chi –, proprio questo chi che resta nascosto, che non può essere definito a parole. Attraverso la memoria, mediante le iniziative pubbliche che verranno organizzate per ricordare Agitu, affinché venga continuato il lavoro da lei intrapreso, il suo “chi”, la sua «figura» acquisterà più contorno, dando a noi rimasti la sensazione di averla ancora tra noi, di non averla perduta per sempre.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige – 16 gennaio 2021

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