La lingua sorgiva di Fanis

La traduttrice Donatella Trevisan ci svela il significato delle leggende ladine ricreate nella narrativa poetica di Anita Pichler.

Ormai da qualche anno, grazie al lavoro della casa editrice alphabeta e delle curatrici del suo lascito (Sabine Gruber e Renate Mumelter), sono in corso ristampe (Come i mesi l’anno, 2016) e traduzioni (Di entrambi gli occhi lo sguardo, 2019, e Le donne di Fanis, 2020) delle opere narrative di Anita Pichler (1948-1997), la scrittrice meranese che, tra le prime della sua generazione, riuscì ad acquistare notorietà fuori dai confini dell’Alto Adige. Si tratta di un importante recupero, giacché – come scrivono Gruber e Mumelter ne Il mondo plurilingue di Anita Pichler, che funge da prefazione all’ultimo libro tradotto (apparso in libreria alla vigilia di Natale), la Pichler “trascorse tutta la vita tra il mondo tedescofono e quello italofono e conosceva entrambe le lingue e i rispettivi contesti culturali e sociali”. Una convinta rappresentante di quel “Sudtirolo indiviso”, dunque, alla quale possono guardare tutti coloro i quali sono persuasi che si dia veramente cultura solo se può stabilirsi uno scambio, un’osmosi tra appartenenze e influenze diverse, specialmente in una zona di confine come la nostra. La bolzanina Donatella Trevisan* – anch’essa infaticabile pontiera tra il mondo culturale italiano e tedesco –, dopo aver tradotto Di entrambi gli occhi lo sguardo, è anche l’autrice della traduzione de Le donne di Fanis, è quindi a lei che abbiamo chiesto di aiutarci a gettare uno sguardo in quest’opera molto particolare, un’opera che peraltro tocca con grande sensibilità il terzo elemento della cultura locale, quello afferente alle valli ladine.

ff: Anita Pichler da dove ha ricavato l’ispirazione a comporre questo suo breve e densissimo libro di racconti ispirato alle leggende ladine?

Donatella Trevisan: Il libro si compone di tredici brevi sezioni narrative o frammenti che prendono spunto dall’opera di Karl Felix Wolff (l’autore della raccolta Dolomitensagen, apparsa nel 1913, ndr), anche se intervengono con un taglio caratterizzante molto deciso, perché in pratica si concentrano solo su figure femminili.

La fantasia prevale dunque sulla filologia?

Non proprio: diciamo che ci troviamo davanti a un recupero narrativo che presuppone anche un intenso lavoro filologico, da lei affrontato assieme alla germanista meranese ed esperta di folclore alpino Ulrike Kindl. Nel libro c’è infatti anche una preziosa ed esaustiva appendice della Kindl che spiega il contesto e i tratti salienti della loro operazione.

Dicevi che il tratto peculiare dell’opera di ricostruzione di queste leggende, effettuato dalla Pichler, è costituito dalla prevalenza delle figure femminili…

Esatto, lo scarto rispetto a ciò che possiamo trovare nella raccolta di Wolff si basa essenzialmente sulla messa in evidenza di queste figure femminili, alle quali in un certo senso è affidato il compito di recuperare un tessuto narrativo mitologico primigeneo, che dunque si stacca nettamente dall’impianto favolistico dato da Wolff, più basato sulla tradizione dei fratelli Grimm, e lo avvicina di molto alla poetica contemporanea del frammento letterario, lasciando al lettore il compito di immaginarsi un filo conduttore più personale.

Possiamo forse dire che la poetica del frammento sia uno dei tratti salienti della scrittura di Anita Pichler?

Non direi che la scrittura della Pichler privilegi in assoluto questo tratto. Sicuramente questa è la caratteristica dei suoi libri ai quali io mi sento più legata. Rispetto al volume precedente (Di entrambi gli occhi lo sguardo, ndr) qui viene meno il tenore filosofico, la compattezza teoretica sfuma ed emerge un lirismo che sintetizza benissimo tratti arcaizzanti, del resto il tema delle saghe e delle leggende si presta in tal senso, con una sensibilità più spiccatamente contemporanea: una scrittura che mi sembra perfetta per navigare in rete.

Quali difficoltà ti ha posto la traduzione di questi frammenti?

Come dicevo, in questo caso si tratta di una scrittura molto poetica. Gli elementi da considerare sono dunque il flusso, il ritmo, la melodia. Direi che la difficoltà maggiore deriva dal sapersi intonare a queste caratteristiche, per restituirne appieno l’impressione anche acustica, pur nella inevitabile differenza del codice linguistico.

Venendo invece al significato, potresti sintetizzare qual è l’idea che sta alla base dei racconti, vale a dire il senso dell’insistenza sulle figure femminili delle leggende ladine del popolo dei Fanes?

Non vorrei forzare troppo l’interpretazione dicendo che l’intento è quello di attingere a un mito della fondazione in senso matriarcale. Indubbiamente vedo il tentativo di risalire alla sorgente della significazione, alle immagini che parlano delle forze elementari della natura e di come in esse di dispieghi quella trama di senso che andrà a sostenere tutte le storie possibili. Lo dice benissimo la Pichler al termine della Premessa: “Le storie di Fanis parlano di un sapere che resta perduto, la cui verità non comprendiamo, che non richiede fedeltà. […] Nulla di ciò che vi è narrato può essere dimostrato, ma da tutto traspare, quasi invisibile, qualcosa di vero; vero come la fame, la sete e il nutrimento, come l’acqua e la paura, come l’affetto e l’avversione, come il tempo che viene, e continua a venire, e poi sarà passato”.

*Donatella Trevisan fa parte del collettivo “Tanna”, che deriva il proprio nome da una delle figure di spicco delle leggende di Fanis e si è adoperata per far conoscere Anita Pichler anche al mondo italianofono.

ff – 14 gennaio 2021

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