Scomparsi nello schermo

Strade e baite piene, aule vuote. È con questo slogan – impressionistico quanto si vuole, ma basato su una osservazione innegabile dei fatti – che la prima parte del nuovo anno scolastico, finora disgraziato al pari del precedente, si avvia a sfumare davanti alle porte delle vacanze natalizie. I proclami di fine estate sono evaporati al cospetto della dura realtà epidemiologica. L’aumento del livello di contagio, peraltro lievitato senza che la scuola vi contribuisse in modo inequivocabilmente accertabile, ha fatto prevalere considerazioni intonate alla prudenza. Resta comunque una duplice sensazione di amaro in bocca. La prima dovuta al fatto che sia stato proprio il mondo dell’istruzione, e della trasmissione culturale in genere (pensiamo anche ai cinema, alle biblioteche, ai teatri), uno dei settori più colpiti da misure di prevenzione che altrimenti, cioè in altri ambiti, si sono dimostrate ben più ondivaghe, contraddittorie e persino lasche. La seconda sensazione spiacevole è legata alla spossatezza crescente provata sia dai docenti che dai discenti costretti a ricorrere alla didattica a distanza.

A quest’ultimo proposito è importante non dare per scontata un’acquisizione di fondo alla quale, si spera, nessuno vorrà più oppore argomentazioni ignare dei reali processi di insegnamento e apprendimento: le lezioni in presenza, specialmente in quelle fasce di età non caratterizzate da un atteggiamento autonomo nei confronti dell’assimilazione del sapere, sono sempre da preferire, e tutti vorremmo che venissero ripristinate il prima possibile. Costretti a sospenderle, o comunque a limitarne in modo cospicuo la fruizione, si evidenziano infatti aspetti di sofferenza sui quali sarebbe pericolosissimo sorvolare, ritenendo che possano essere semplicemente diluiti dalla retorica della necessità o, peggio, dai “vantaggi” offerti dalla mediazione tecnologica.

Il danno maggiore causato dalla didattica a distanza si esprime in un elevato, e spesso intollerabile, aumento della solitudine di chi vede restringersi il campo dell’esperienza interattiva a un mero espediente di saturazione del tempo trascorso “in connessione”. Ed è la natura restrittiva del non luogo dal quale (e al quale) si parla a causare la distruzione stessa delle relazioni che si vorrebbero preservare. Preservazione illusoria, giacché basata su un effetto di alienazione e derealizzazione che ci porta a scomparire proprio là sullo schermo, dove crediamo di apparire. Non è un caso che alcuni istituti siano stati parzialmente riaperti per consentire ai ragazzi che ne avevano bisogno – incapaci di trovare “a casa” un minimo di concentrazione – di usare le aule, ancorché vuote, almeno come localizzazione di un’auto-percezione in dissolvimento. Non si può, insomma, apprendere qualcosa in astratto, ma soltanto trasferendoci in un ambiente fisico che ci consente di fare ciò che vorremmo davvero fare. Quando ciò sarà di nuovo possibile, priorità che dovrebbe essere avvertita da tutti, non fingiamo che le conseguenze di questo terribile periodo spariscano con un semplice colpo di spugna.

Corriere dell’Alto Adige, 17 dicembre 2020

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