Lo sguardo lungo di Lidia

Lidia Menapace

Tra i vari meriti ricordati dai commentatori a proposito di Lidia Menapace, scomparsa lunedì all’età di novantasei anni, non si è forse dato particolare rilievo al contributo, assai rilevante, da lei fornito alla soluzione pacifica della questione sudtirolese.

Ricordiamo brevemente i fatti. All’inizio degli anni Sessanta la situazione era tutt’altro che tranquilla. Nella notte tra l’11 e il 12 giugno del 1961 un gruppo di attentatori aderenti al BAS (Befreiungsausschuss Südtirol) sfruttò la celebrezione del Sacro Cuore per far saltare in aria numerosi tralicci dell’alta tensione. Uno di questi attentati costò la vita a un cantoniere dell’Anas, Giovanni Postal. Il dibattito politico era surriscaldato. Qualcuno, sulle pagine dei giornali della destra italiana, auspicava persino lo scioglimento della Svp, che in realtà svolgeva e avrebbe poi sempre più svolto un ruolo di arginamento rispetto agli impulsi provenienti dai settori intransigenti e secessionisti della comunità locale. Per fortuna il quadro istituzionale resse. Il governo italiano (da poco presieduto dal democristiano Amintore Fanfani) istituì a Settembre una commissione (detta “dei 19”) al fine di proporre un percorso di discussione, e individuare così delle misure di riforma dello statuto di autonomia. Per risolvere i problemi, però, occorreva che il dibattito coinvolgesse anche gli intellettuali e gli operatori culturali, coloro i quali, insomma, facendo prevalere lo spirito di mediazione e il ragionamento fondato, potessero rendere plausibile e soprattutto comprensibile quella svolta necessaria sul piano della sicurezza pubblica.

È in questo ambito che si colloca il convegno promosso a Bolzano nel mese di Novembre dalla rivista bolognese “Il Mulino”, proprio su iniziativa di Lidia Menapace e Giuseppe Farias. Rileggendo gli atti di quel convegno, ripercorrendo soprattutto il loro chiarissimo intervento, non può sfuggire la lungimiranza di quell’azione. Sono due le acquisizioni basilari: il riconoscimento del diritto alla compresenza di una popolazione mista sul territorio della provincia; la convinzione che “le diverse popolazioni potranno pacificamente convivere e svilupparsi” soltanto se verrà garantita un’automomia pienamente accettata dalla popolazione di lingua tedesca e ladina nel quadro di una completa uguaglianza “rispetto agli abitanti di lingua italiana qui residenti”. Ma c’è di più. In un passaggio centrale, il richiamo allo sviluppo dell’autonomia viene valutato come superiore anche alla sua interpretazione di meccanismo di mera tutela delle minoranze, poiché – e questa sì è una citazione davvero lungimirante – “il richiamarci continuamente all’esercizio dell’autonomia, piuttosto che a quello della salvaguardia, ci sembra doppiamente richiesto qui dalla caratteristica della zona mista, entro la quale interventi di tutela diverrebbero alla lunga forme di discriminazione”.

Già nel 1961, dunque, Lidia Menapace aveva visto con grande anticipo che l’autonomia non doveva arrestarsi alla sua legittimazione etnica, ma avrebbe potuto fiorire in senso autenticamente territoriale. Ecco il messaggio e il testimone che la sua passione politica hanno lasciato in eredità alla sua terra d’adozione. Messaggio e testimone che attendono ancora di essere raccolti.

Corriere dell’Alto Adige, 11 dicembre 2020 (pubblicato col titolo: Oltre il recinto etnico)

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