La realtà è porosa

I viaggi che non abbiamo fatto, i libri che non abbiamo letto, una piccola teoria degli atti mancati per ricordare l’incontro tra la cultura tedesca e quella italiana avvenuto 95 anni fa all’ombra del Vesuvio.

Lo scorso 19 novembre è approdato nelle librerie un piccolo volume di Nicola Gardini intitolato Il libro è quella cosa (Garzanti, pagg. 112, € 4,90). Anticipandone alcuni temi sul supplemento domenicale del “Sole 24 ore”, l’autore ha scritto: «Certi libri rimangono sullo scaffale anni e anni prima che ci decidiamo ad aprirli. Perché li abbiamo comprati allora, se non avevamo tutto quel bisogno di leggerli? Li abbiamo comprati perché sentivamo di doverli leggere. Tuttavia, il pensiero di dover leggere una cosa – pensiero nobile e generoso – non si traduce immediatamente in lettura, neppure quando il libro è nostro. Intanto, comunque, il libro c’è. Il libro si legge per noi; il libro legge sé stesso». Se ne potrebbe dedurre una declinazione ad hoc della celebre teoria freudiana degli atti mancati (Fehlleistungen, descritti nel 1901 dal padre della Psicoanalisi nel volume Psicopatologia della vita quotidiana), e quindi tentare di recuperare, a un livello più ampio, una storia in grado di mostrarci tutto ciò che è accaduto in base ad altri fatti non accaduti, ma anche svolgere una considerazione su quante cose non sono accadute pur potendo poggiare su accadimenti che le avrebbero rese plausibili.

Alla fine del 2019 ho acquistato un libro dal titolo curioso: Adorno a Napoli. Un capitolo sconosciuto della filosofia europea (Feltrinellli, pagg. 173, € 19.00). Le note di copertina presentavano la ricerca dell’autore, il tedesco Martin Mittelmeier, così: «Uno dei progetti filosofici più importanti del Ventesimo secolo ha la sua matrice nel paesaggio inquietante e rapinosamente bello del Golfo di Napoli, nei demoni della Costiera Amalfitana e nella vita brulicante della città, nella simpatia smagata dei suoi abitanti e nella pazzia dei suoi ospiti forestieri, nella promessa di una nuova dimensione comunitaria e nel riaffiorare, attraverso gli esseri umani, di un oscuro passato primordiale». Ho acquistato il libro, dicevo, ma non l’ho letto subito, l’ho lasciato sugli scaffali della mia libreria per un intero anno, affinché leggesse sé stesso. Intanto è avvenuto quel che è avvenuto: la pandemia, il lockdown, i vari impedimenti che ci hanno vietato di spostarci, e un riassestamento cospicuo delle nostre priorità (anche le nostre priorità di lettura). Quel libro, però, continuava a interrogarmi, era come se volesse farsi leggere a tutti i costi. Così l’ho ripreso in mano, ci sono entrato dentro, facendomi scoprire un pensiero del quale sentivo il bisogno per mettere a fuoco un’idea sulla quale ragionavo da tempo, non sapendo da dove venisse.

Intanto, dirò subito che questo pensiero ha più a che fare con Walter Benjamin (e con Asja Lacis, una giovane rivoluzionaria russa, una lettone di Riga che si occupava di regia teatrale) che con il futuro autore della Teoria estetica e della Dialettica dell’illuminismo. Devo quindi procedere necessariamente amputando il contesto dei nessi che il volume esplica e arrivare subito al punto. Benjamin e la Lacis passeggiano per il Golfo – siamo tra il 1924 e il 1925, cioè lo stesso periodo in cui anche Adorno si trova in quella zona assieme a Siegfried Kracauer – e definiscono un paradigma interpretativo che, alimentato proprio da ciò che vedono, assume il rilievo di una profonda intuizione filosofica. Cito Mittelmeir: «Le gite di Benjamin da Capri a Napoli sono numerose, almeno una ventina. Nel testo intitolato Napoli, scritto insieme ad Asja Lacis, Benjamin scopre la “porosità” come carattere essenziale di quella varietà caotica: non c’è nulla di solido e ben definito, tutto può mescolarsi in forme improvvisate e sorprendenti, l’interno e l’esterno, il giovane e il vecchio, la perversione e la santità». Con una formula: «La porosità è la legge di questa vita, inesauribile e tutta da scoprire».

Riassumiamo per concludere. Ci troviamo a Napoli, o per meglio dire all’interno del suo Golfo. Un gruppo di turisti eccellenti (quelli citati, ma anche altri, tutti accomunati nell’impresa di conoscere sé stessi – das Eigene – mediante il contatto con l’elemento estraneo – das Fremde) si muove per quei paraggi e, discutendone in uno spirito di platonica synousía, fa esperienza di qualcosa che propone un’immagine mobile della realtà, porosa, appunto, in grado di far affiorare una dialettica soggiacente tutte le ipostatizzazioni essenzialiste alle quali una concezione della cultura schiava del principio di non contraddizione non avrebbe mai consentito di accedere. Non c’è bisogno di troppa immaginazione per capire che questa forma di resistenza alla fissità del “dato” è un’acquisizione preziosissima, che tende un ponte tra la critica al capitalismo della teoria marxiana e quella esercitata dai francofortesi. Che ciò si sia potuto manifestare proprio a Napoli, materializzandosi per così dire a partire dai suoi anfratti tufacei bagnati dal mare Mediterreaneo, per poi rifluire verso Nord, è una testimonianza ulteriore, semmai ce ne fosse bisogno, di come solo allontandoci da casa, viaggiando per conoscere, mettendo dunque alla prova in contesti ignoti le nostre convinzioni, possiamo schiudere quelle prospettive di senso che l’isolamento e il permanere all’interno del già noto mortificano e rischiano di soffocare per sempre.