“È morto Diego”

Ieri pomeriggio, verso le sei, mi chiama mio figlio Milo e con la voce un po’ pallida mi dice: “Hai sentito? È morto Diego”. Lì per lì non capisco. Cerco nella memoria un “Diego” che mi sia in qualche modo prossimo. Poi capitolo: “Diego chi?”. E lui: “Diego Armano Maradona, babbo”.

Milo ha sedici anni, Maradona non l’ha mai visto giocare. O meglio: l’ha visto giocare solo su YouTube, recuperando nel modo tecnologicamente più ovvio la memoria di fatti e gesta che, per sua condizione anagrafica, non ha potuto vivere nel momento in cui si sono manifestati. La memoria collettiva si stabilisce anche così, forse soprattutto così. Qualcuno raccoglie il testimone e distilla per sé un significato (in questo caso persino l’affetto espresso dal chiamare col nome proprio un calciatore che parlava di sé usando spesso e volentieri il proprio cognome in terza persona) che travalica di molto contingenze storiche e giudizi obiettivi. La memoria, che è la sostanza mobile dalla quale riemergono i ricordi, non deve essere confusa con la storia o la morale (ma neppure la storia dovrebbe essere confusa con la morale, pur aprendone spesso, con pesanti chiavi di ferro, l’aula del suo arcigno tribunale). Si può dunque avere memoria anche di ciò che non si è vissuto.

C’era un’altra cosa, nella sfumatura di voce di mio figlio, che lui è riuscito a farmi cogliere e che dispone in modo esatto il meccanismo del mito: “Giocatori come lui non ne nasceranno più”. Ma il futuro è ignoto, prende forme inaspettate, e le ripetizioni (anche se non esatte) avvengono sul piano inclinato di un cambiamento che al contempo rende possibile e nega la logica della comparazione (solo per restare al calcio: che senso avrebbe paragonare Meazza a Sivori, o Pelè a Maradona?). Però non stupisce che un mito, per accendersi, debba poggiare su una presupposizione di incomparabilità, che inocula in chi lo coltiva la sensazione del rimpianto. I tifosi del Livorno assiepati sui gradoni fatiscenti di uno stadio intitolato ad Armando Picchi (il “mitico” libero della Grande Inter di Helenio Herrera) salutarono l’ultima apparizione di Igor Protti con lo striscione “come te nessuno mai”. C’è molta retorica in questo atteggiamento, ma la retorica (in genere intesa come cosa “morta”) non può essere bandita dal mondo senza che trascini via con sé anche la vita che l’ha suscitata. In alcuni casi conviene essere indulgenti.

Sono stato anch’io incline alla retorica, ieri, digitando in fretta un post sul telefonino. Ho parlato di inestricabilità, tutta “napoletana”, tra miracoli e nefandezze. Non è vero che si tratta di una inestricabilità “tutta napoletana”, sta alla base di vicende ubique e molto comuni. Il dilemma che vorremmo chiarire (discernendo tra le opere di personaggi eccelsi e la loro vita discutibile) è un falso dilemma. C’è qualcosa di profondamente sbagliato e puerile nel pretendere che un eroe sia anche un cavaliere senza macchia e senza paura (posto che non si voglia credere alle favole, appunto). Personalmente mi affascinano di più le favole “sporche”, nelle quali quel dilemma non viene risolto, perché in questo modo riesce a parlare meglio della realtà di cui siamo fatti (che è un impasto torbido). Affermare che “è morto Diego” – ritorno alla maniera affranta e confidenziale con la quale Milo mi ha annunciato la morte di Maradona – vuol dire che è morto un “eroe”, certo, ma anche uno un po’ come noi, che non abbiamo nulla di eroico. E alla fine tutto il segreto della sua fama sta qui, nella sostanza di un romanzo popolare che solo i mediocri e i pusillanimi fanno fatica a leggere.

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