Lutto, indifferenza e stupidità

In prima istanza il rapporto tra il fenomeno del lutto e la stupidità suona inverosimile e persino irrispettoso. Un atteggiamento luttuoso, come noto, si instaura per la perdita di qualcuno (o anche qualcosa) al quale ci sentiamo legati. Una perdita che dunque provoca dolore, almeno fin quando la vita, con le sue cure e i suoi impegni, prende nuovamente il sopravvento, e al posto del lutto subentra la memoria. Apparentemente, si diceva, non c’è nulla in questo processo che potrebbe farci pensare alla stupidità, giacché il lavoro del lutto deve pur fare il suo corso. Può accadere, però, che tale lavoro non venga compiuto, e allora il sentimento della perdita s’impone come dominante, sprofondando chi ne è vittima in uno stato patologico. L’ottusità di questa nuova condizione si dimostra in modo più evidente quando il lutto infinito non si applica tanto a persone realmente esistite, e quindi decedute, quanto piuttosto a idee o ideali che si vorrebbero trattenere nel presente, nonostante si siano estinti. Con le parole di Leonardo Sciascia: «Un’ idea morta produce più fanatismo di un’idea viva; anzi soltanto quella morta ne produce. Poiché gli stupidi, come i corvi, sentono solo le cose morte. E sono tanti, e talmente brulicano sulle cose morte, da dare a volte l’impressione della vita».

Sarebbe azzardato affermare che in Sudtirolo il lavoro del lutto per la perdita dell’unità del Tirolo storico — proprio alcuni giorni fa ricorreva l’entrata in vigore del trattato di Saint Germain, che sancì l’appartenenza della nostra terra al Regno d’Italia — non si sia sostanzialmente compiuto. Eppure qualcuno non rinuncia ancora a riesumarlo, quel lutto, listando di nero le bandiere, accendendo fuochi sulle montagne o rispolverando l’antica corona di spine simbolo del dolore di un popolo che, per fortuna, negli altri giorni dell’anno pensa a tutt’altro. Atteggiamenti che rasentano l’assurdità? Senza dubbio. Occorre però attraversarla, tale assurdità, per comprendere che la recita di certi inconsolabili rappresenta il risvolto di una incapacità più profonda, vale a dire quella di riconsiderare i 100 anni passati non tanto e non solo alla luce di ciò che li ha preceduti, ma di ciò che essi hanno contribuito a creare rispetto alla nostra condizione attuale, inconciliabile con l’immagine di una processione di persone vestite di nero e con il fazzoletto posato su occhi colmi di lacrime.

Non si sarebbe detto tutto, però, senza citare un’altra forma di stupidità, che fa da specchio al falso lutto descritto. Essa nasce dall’indifferenza per il medesimo evento ritenuto così traumatico dagli altri. Per gli italiani residenti in regione, infatti, la ricorrenza del 10 ottobre ha smarrito qualsiasi interesse, non merita quasi menzione e non ha ancora prodotto un apprezzabile volume di riflessione pubblica (a parte il lavoro meritorio di qualche storico di professione) in rapporto a una semplice domanda: a 100 anni dalla creazione dell’entità geo-politica, oggi costituita dalle due province autonome di Bolzano e di Trento, che cosa significa davvero la nostra specificità, a partire da quali esperienze può ancora svilupparsi e, soprattutto, come deve configurarsi il rapporto con i cittadini di lingua tedesca che ci vivono accanto e che, talvolta, percepiscono le cose in modo tanto diverso dal nostro? Sarebbe molto triste constatare che un secolo è passato insegnandoci molto meno di quanto avremmo potuto e dovuto apprendere.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige, 14 ottobre 2020 (pubblicato con il titolo: Il lutto infinito e le idee)