Un rientro incerto e separato

Che anno scolastico sarà quello che sta per riaprirsi? Nonostante sul vasto mercato delle opinioni s’incontrino prevalentemente articoli improntati alla speranza, non apparirà eccessivamente prudente attenersi all’unica certezza che abbiamo, vale a dire l’assoluta mancanza di certezze. Ma non è solo l’imperscrutabile andamento della curva epidemiologica ad alimentare i dubbi maggiori. All’incidenza di tale variabile devono essere infatti aggiunti gli effetti che la reazione alla presenza del virus hanno cominciato a modellarsi seguendo una propria logica di diffusione, in parte facendo emergere elementi di novità, ma anche riproponendo cliché e linee di frattura che, a quanto pare, nessuna situazione emergenziale riesce a cancellare.

Un classico esempio di questa seconda tendenza è ben rappresentato dal modo con il quale le due sovrintendenze scolastiche locali hanno impostato il futuro prossimo degli insegnanti, degli studenti e delle famiglie. Balza infatti agli occhi una differenza di fondo che rischia di incidere nella prospettiva autunnale e invernale. Mi riferisco ai due diversi percorsi scelti.

Mentre nelle scuole tedesche si è partiti dall’assunto che l’esperienza acquisita con la didattica a distanza, ancorché in una dimensione parziale, avrebbe potuto essere mantenuta per abbassare la soglia di rischio, la scuola italiana ha ritenuto più sensato ripristinare una situazione fatta di relazioni eminentemente in presenza. A quanto pare nessuno si è ancora chiesto se, almeno in un caso come questo, l’autonomia dei diversi comparti educativi può giustificare una scelta tanto distante, come se insomma si agisse davvero in due mondi reciprocamente impermeabili. Evidentemente l’abitudine a perseguire percorsi separati è talmente radicata che persino l’ipotesi di un coordinamento complessivo appare chimerica, e se finora ci eravamo rassegnati a scontarne la mancanza in ambiti sensibili della formazione (citiamo l’apprendimento delle lingue, che solo in pochi ormai ritengono un campo in cui esercitare una qualche forma di intelligenza e di prassi collettiva), adesso dobbiamo registrare che neppure gli argomenti spendibili sul piano della salute pubblica hanno la capacità di arginare l’assodata impossibilità d’intendere la società altoatesina e sudtirolese come qualcosa di unitario. Anche solo al livello di auspicio.

In un clima dominato dall’incertezza, quindi, resiste ancora imperterrito il caposaldo che regola la vita di questa provincia fondata sul distanziamento «etnico», precedente e più ostinato di qualsiasi altro distanziamento sociale dovuto ad altri motivi. Beninteso, la ragione di questa resistenza non si basa su un disegno di pochi malintenzionati, di una supposta lobby di perfidi complottisti che vorrebbero «tenerci divisi». Tutto accade così, spontaneamente, per assuefazione, per incapacità di pensarsi come appartenenti ad una medesima comunità. Ai pochi eretici che facessero ancora notare i difetti di una simile impostazione verrebbe riservato l’annoiato sbadiglio di chi accetta la realtà in cui siamo immersi perché è l’unica che conosce e, in fondo, apprezza.

Corriere dell’Alto Adige, 6 settembre 2020

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