Ne usciremo migliori

Gilet arancioni

Chissà perché avremmo dovuto “uscirne migliori”. Ma ogni volta è così. Ci abbindolano un paio di proverbi dettati dalla disperazione al senso comune – non tutti i mali vengono per nuocere, bisogna vedere il bicchiere mezzo pieno, una crisi è sempre anche un’occasione –, e li ripetiamo a pappagallo. Nel suo intramontabile “Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere”, Giacomo Leopardi enuncia una verità difficilmente confutabile: «Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura». Così, da una disgrazia, da un colpo sfortunato, persino da una catastrofe, siamo già subito pronti a risollevarci, dicendo che l’esperienza ci è servita, e che la prossima volta andrà sicuramente meglio. Non sbaglieremo più. In realtà sono rarissimi i casi in cui un evento contribuisce davvero a cambiarci, a farci uscire migliori, appunto. La “palingenesi” è una favola che i genitori raccontano ai figli un minuto prima di farli addormentare. Per convincerli che tra poche ore, anche se magari turbati da sonni inquieti, non si risveglieranno trasformati in uno scarafaggio, o verranno arrestati senza che abbiano fatto nulla di male. Domani andrà tutto meglio, ripetono i genitori ai bambini, mentre rimboccano loro le coperte. Ma chi ci crede? «I miei dubbi – ha scritto E.M. Cioran in uno dei suoi fulminanti aforismi – non sono riusciti ad avere ragione dei miei automatismi. Continuo a fare gesti a cui mi è impossibile aderire. Superare il dramma di questa insincerità, sarebbe rinnegarmi e annullarmi». Il virus assomiglia a una lezione impartita per videoconferenza: erano tutti collegati, ma non ascoltava quasi nessuno. Sarebbe già abbastanza evitare di illudersi, dichiararsi subito incurabili, riconoscendo che l’unica vera e grande malattia di cui soffriamo è quella di desiderare di diventare qualcosa in più di ciò che non potremo mai cessare di essere.

ff – La colonnina – 04 Juni 2020

Per non essere più invisibili

Una casa sull'argine

Nuovamente disponibile in libreria “Una casa sull’argine”, piccolo classico altoatesino pubblicato dal giornalista bolzanino Gianni Bianco nel 1965.

Il gioco di parole è facile, anche se un po’ irrispettoso. Cosa accadde in Italia e in Sudtirolo tra la fine degli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta? Per sintetizzare: dal “boom” (economico) ai vari “bum!” (le detonazioni degli attentati indipendentisti) fino al congresso Svp di Merano (22 novembre 1969) e all’esplosione della bomba di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre, stesso anno)? Un decennio cruciale, con le ustioni della seconda guerra mondiale ancora visibili sull’anima, le sue macerie accatastate nella memoria, ma anche la voglia di vivere in un mondo diverso, più giusto e libero. E la letteratura? Come registrò la letteratura quel passaggio, permettendo alle sensazioni di restare impigliate in pagine da rileggere magari anni dopo, non solo per ricordare, ma anche per comprendere?

Un comprendere che è stato a lungo e in larga parte un fraintendere. All’inizio del capitolo intitolato “Gli anni Cinquanta e Sessanta” del suo “Un limbo di frontiera” (1998) – ampia ricognizione sulla produzione letteraria in lingua italiana in Alto Adige –, lo storico Carlo Romeo ha scritto: «Negli anni Cinquanta l’Alto Adige continua ad essere un “pianeta oscuro” per gli inviati nazionali, che nei loro reportage riproducono il topos del piccolo mondo montano, refrattario alle novità, semplificando spesso le tensioni etniche nella prospettiva di un semplice contrasto tra ruralità e modernità». Topos persistente anche oltre quel periodo, a ben vedere, tanto che se ne potrebbe tracciare una linea che raggiunge il famigerato libro di Sebastiano Vassalli “Sangue e suolo”, del 1985, e persino il contributo all’esegesi della (recente?) situazione locale offerto dal bolzanino Daniele Rielli (“Io che ho attraversato l’Alto Adige”) contenuto nella raccolta “Storie dal mondo nuovo” (2016). Da evidenziare, quindi, restano le eccezioni, vale a dire le narrazioni che non si arrendono al cliché evocato, ma intendono articolare un confronto più problematico, indispensabile per meditare sulla genesi di quella contrapposizione e mettere in pratica la convivenza sempre rinviata.

È in questa cornice che s’inquadra la riproposizione di un piccolo classico dimenticato (talvolta citato, ma quasi sempre non letto) della letteratura altoatesina degli anni Sessanta – “Una casa sull’argine”, scritto dal giornalista Gianni Bianco (1932-2015) nel 1965 –, che inaugura la nuova collana “TravenReprint” delle Edizioni alphabeta Verlag. Al di là del valore intrinseco del volume, che ha parti di notevole spessore letterario (si veda in particolare il modo con il vengono rievocati certi episodi del periodo tra il 1943 e il 1945, relativi dunque al tragico biennio bellico che seguì l’8 settembre), il libro di Bianco fotografa lo sforzo compiuto dai migliori esponenti del gruppo linguistico italiano di allora nel cercare un “radicamento” in una terra che continuava a rifiutarli, spingendoli dunque sciaguratamente dentro il paradigma dell’invisibilità codificato da Vassalli. Non è un caso, perciò, che il romanzo venisse lodato per tempo da alcuni tedeschi “dissidenti” (due nomi su tutti: Claus Gatterer e Norbert C. Kaser), ma poi sia sparito dalla circolazione, risultando di fatto sconosciuto anche alla gran parte degli “italiani”, i quali dovranno infatti aspettare decenni per ritrovare sul mercato editoriale storie in grado di raccontarli e di raccontare questa terra in un modo lontano dagli stereotipi (l’esempio più noto è quello di “Eva dorme”, di Francesca Melandri, che ha compiuto i suoi primi 10 anni dalla data di pubblicazione).

Che cosa potrebbero apprezzare, allora, nuovi lettori di un libro scritto 55 anni fa? Innanzitutto il sapore del tempo passato, certamente, che affiora nella descrizione dei paesaggi, dei costumi, o nelle pieghe dei dialoghi. Una Bolzano e un Alto Adige che parranno tratteggiati in bianco e nero, ma con toni tutt’altro che sbiaditi, perché è da quell’impasto a forti contrasti, come può esserlo una storia d’amore appesantita dal vizio d’origine della frattura etnica, che noi scorgiamo le nevrosi che ancora ci caratterizzano, e ci bloccano, nonostante adesso esse si siano alquanto diluite, o abbiano cambiato intensità, non essendo più attorno a noi, ma sepolte a una profondità che solo in rare occasioni, anch’esse ormai peraltro fossilizzate e anestetizzate, prendono nuovamente a increspare la superficie dell’indifferenza, ovvero la normalità del nostro modello di convivenza. Ed è proprio questo il motivo di maggior interesse. Nel decennio tra la fine degli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta, l’abbiamo visto, il deficit di comprensione, il bisogno di spezzare l’incantamento dell’invisibilità reciproca tra i gruppi linguistici, allora declinatasi in ostilità, poteva essere giustificato dalla presenza di traumi ancora troppo recenti. Oggi tale giustificazione non dovrebbe però più esserci, dovrebbe essere relegata negli angoli più insensibili ed estremistici, eppure la non conoscenza in larga parte permane, forse si è addirittura estesa. Tornare a rileggere libri come “Una casa sull’argine”, quindi, può essere utile più alla cura del nostro futuro che alla manutenzione del passato. La letteratura resta uno strumento ancora insostituibile per farlo.

ff – 04 Juni 2020