Scuola, slogan da evitare

Bambino Scuola

La questione della riapertura delle scuole dell’infanzia e delle elementari che sta tenendo banco in Alto Adige sembrerebbe sintetizzabile fin troppo facilmente in uno slogan buono solo a rimpolpare il già vastissimo repertorio della contrapposizione etnica: gli insegnanti tedeschi tornano a lavorare, quelli italiani preferiscono restare a casa. Gli slogan sono brutali, si sa, e purtroppo il loro fascino perverso persiste anche al di sotto di spiegazioni più articolate. Ecco, per esempio, cosa ha scritto sul suo profilo Facebook il giornalista Giuseppe Musmarra, un osservatore della realtà politica e sociale in genere attento a schivare gli scogli delle semplificazioni: «A parità di disincentivo la scuola in lingua tedesca ha dimostrato di esistere, anche come entità diciamo “spirituale”, come capacità di un’assunzione globale dell’importanza del compito ad essa assegnato. La scuola italiana invece no, non esiste. Esistono tutta una serie di piccole auto-protezioni personali, esiste la mitologia del “rischio zero” che poi è filosoficamente quanto di più diseducativo possa esistere a meno che non vogliamo considerare la vita un luogo perennemente sterile (magari, che dite, già che ci siamo eliminiamo la malattia e la morte per decreto?)».

Tentiamo di abbandonare gli slogan (espliciti o impliciti), disattiviamo il consueto meccanismo della contrapposizione etnica, e vediamo cosa è possibile dire. Innanzitutto, quando parliamo di «riapertura delle scuole», cosa intendiamo esattamente? A differenza di quanto accade nel resto d’Europa — dove in effetti le scuole sono state o vengono «riaperte» nel senso pieno del ritorno all’attività didattica —, nel nostro caso la «riapertura» è prevista soltanto come servizio di assistenza alle famiglie che non possono più occuparsi dei bambini, perché i genitori sono tornati o stanno tornando al lavoro. Non è una differenza da poco, giacché qui, allora, non è più in gioco tanto la disponibilità degli insegnanti ad «assumersi il compito a loro assegnato», ma a mutarne in profondità senso e modalità d’intervento. Per fare un paragone, è come se chiedessimo ai medici degli ospedali non di curare i pazienti, ma di tenerli a letto leggendo loro delle fiabe. Certo, la flessibilità è una risorsa che tutti siamo chiamati a sollecitare in tempi di crisi, ma ci si può anche chiedere legittimamente se un tale cambiamento di prospettiva sia accettabile senza fiatare, obbedendo all’esigenza di prestare solidarietà al fine di contenere uno stato di necessità che non si è capaci di gestire altrimenti. Evitiamo comunque di parlare di «riapertura delle scuole» o genericamente di insegnanti che non vogliono tornare a fare il proprio lavoro, perché è in ballo qualcosa di assai diverso.

A quanto appena detto, i fautori della cosiddetta «riapertura» — ma che non è una vera «riapertura», come abbiamo appena visto — ribattono dicendo che anche l’allestimento di un servizio di sostegno alle famiglie svolto in condizioni di permanente sospensione delle attività didattiche, e senza troppe garanzie dal punto di vista della profilassi sanitaria, sarebbe comunque un segnale verso un tentativo di ripresa. Può essere. Dobbiamo però, ancora una volta, chiarire bene il punto: il tentativo di ripresa viene in questo modo affidato a persone chiamate a fare un lavoro diverso da quello per il quale sono state formate, in condizioni di grande incertezza sulla capacità di esaudire il mandato loro affidato, e senza essere state coinvolte in una discussione preliminare sulla trasformazione in atto del loro ruolo professionale. E ciò dopo che, da mesi, esse hanno già elaborato strategie di «sopravvivenza didattica» mediante l’insegnamento a distanza (altro capitolo nei confronti del quale è parimenti mancata un’approfondita riflessione e sono, invece, fioccati gli slogan).

Certo, anche considerando quanto esposto rimane il dato di partenza, appiattito dallo slogan al quale non dobbiamo assolutamente arrenderci: tedeschi e italiani stanno reagendo in modo diverso alle domande poste dalla crisi, meritoriamente i primi e disgraziatamente i secondi. In realtà: siamo proprio sicuri che prescindendo da un esame accurato di ciò che ha portato a formulare risposte apparentemente opposte saremo anche in grado di tornare a capire la vera esigenza di fondo, comune a tutti? Che le scuole debbano «riaprire» è palese. Persino urgente. Ma devono farlo soprattutto tornando a praticare la loro funzione specifica, difficilmente pensabile senza la presenza contemporanea di tutti gli studenti e di tutti gli insegnanti. Sarà bene cominciare a cercare soluzioni in vista di settembre, quando le contraddizioni, delle quali stiamo avendo adesso solo un assaggio, potrebbero deflagrare nel modo più devastante.

Corriere dell’Alto Adige, 17 maggio 2020

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