Ma dov’è la gioia?

Sardine Papeete

Alla fine Bonaccini ce l’ha fatta, il governo è salvo (lo sarebbe stato comunque), l’Italia anche. Il Centrosinista – questo cavallino stanco, che gira in tondo, sempre più deriso dal pubblico del circo elettorale – è passato nel cerchio di fuoco, non ha inciampato, poi ha nitrito di gioia. Almeno in Emilia-Romagna, ché in Calabria ha vinto il clown, l’eterno clown di Arcore, capace come sempre di trasformare la politica in un Bagaglino, con le battute grevi e sessiste, la maschera, il mascherone atteggiato in un riso al contempo ebete e furbo. Questo è l’anno di Federico Fellini, del resto, ognuno lo celebra a suo modo, lo ricorda dimenticandolo, dimenticandosene. Nell’ultimo film del maestro di Rimini, La voce della Luna, c’è una scena meravigliosamente amara. Il nostro satellite è stato catturato, ha perso la sua lucentezza celeste, è legato in un angolo, mentre il paese celebra quella grottesca cattura con una specie di festa triste, una conferenza stampa mentre crepitano i flash dei paparazzi. A un certo punto il caos, lo scompiglio. Tutti si alzano, buttano giù le sedie, fuggono in ogni direzione. Qualcuno viene calpestato. Una voce fuori campo recita un richiamo che è piuttosto un lamento: “Ma dove andate, cosa fate… ancora una volta ci tocca constatare che siamo veramente un popolo di stronzi”. Siamo un paese di stronzi, indubbiamente. L’uomo del Papeete, poi uomo del citofono, ha provato a dare una spallata in agosto (“voglio pieni poteri”), poi ci ha riprovato domenica. Non c’è riuscito, per fortuna, ma non ha certo gettato la spugna. In conferenza stampa, fingendo buon umore, ha promesso che raddoppierà il suo impegno. Se prima faceva tre comizi al giorno bisogna temere che adesso ne faccia sei. Lo show è sempre il solito, con il pubblico ad aspettarlo, i fedelissimi schierati alle sue spalle, le battutacce, gli sberleffi, le minacce e poi il rosario di selfie. E chi lo ammazza, quello? Ha dalla sua l’anagrafe e la dabbenaggine della maggioranza. Il popolo. Il popolaccio. Quello che comunque bisogna ascoltare, vezzeggiare, dargli le sue ragioni. Gran merito della battuta d’arresto del Capitano, si dice, va ascritto alle Sardine. Quei bravi ragazzi di Bologna che hanno riempito le piazze e cantato “Bella ciao”. Ci si accontenta anche così, qui non si butta via nulla. A conclusione della loro campagna elettorale (anche se non erano candidati da nessuna parte, guai a sventolare una bandiera di troppo), hanno fatto, anche loro, una cosa un po’ felliniana. Sono andati a prendersi un bagno invernale nell’Adriatico. Un Papeete in tono minore, crepuscolare. Il mare è lo stesso dei “Vitelloni”, del gran Federico. La sabbia sporca, il cielo velato. “Ragazzi, andiamo a vedere Giudizio che pesca”! Una risata, il vento, il nulla. Il grande nulla che siamo. Solo Emanuele Severino, beato lui, pensava che il Nulla, essendo nulla, non potesse esistere. La follia dell’Occidente, lo sguardo fisso su un Essere rotondo come lo Sfero dei filosofi venuti prima di Socrate. Sicuramente Severino non sarebbe andato a vedere Giudizio che pesca. Sarebbe rimasto lì, sulla spiaggia di bronzo, e avrebbe scritto sulla sabbia che ogni istante, ogni creatura è eterna. Siamo destinati alla gioia, avrebbe detto. A largo, laggiù, le quattro Sardine si spruzzano addosso l’acqua salata. Saranno loro, la nostra Gioia?

#maltrattamenti

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