La memoria e l’analisi

Craxi-Raphael

Le ricorrenze servono a ricordare, servono a compiere quel necessario processo di manutenzione della memoria senza la quale noi non potremmo sapere da dove veniamo (e quindi, è sottinteso, neppure a capire dove stiamo andando). Una memoria che però non offra anche un altrettanto necessario sforzo di analisi ci sottopone al rischio di isolare e sovrastimare alcuni particolari, alcune vicende, alcune immagini che potrebbero rivelarsi parziali. In via preliminare potremmo quindi affermare che un paese nel quale la memoria è rivendicata come preponderante sull’analisi è anche un paese in cui è più difficile capire come sono andate le cose, e ciò avviene proprio mentre crediamo di occuparcene, mentre siamo intenti a restaurare il loro profilo. Ebbene, davanti al recentissimo fiorire di interviste, rimembranze, libri e film sulla vicenda umana, politica e giudiziaria di Bettino Craxi, quello che si nota di più è proprio questo: una lotta accanita tra memorie diverse (cioè tra detrattori e riabilitatori) a tutto discapito di una più utile (perché meno emotiva) disamina di quanto accaduto. Io stesso, che ho vissuto in modo cosciente il declino del leader socialista (quando morì, nel 2000, avevo più di trent’anni), conservo una memoria parziale della sua figura, e istintivamente potrei schierarmi tra i suoi detrattori. Occorresse un simbolo ricorrerei senz’altro alla notissima scena di lui che esce dall’Hotel Raphael di Roma, mentre una folla inferocita agitava banconote da mille lire e gli lanciava delle monetine. Una sorta di Piazzale Loreto della Prima Repubblica, che ha preceduto la sua fuga in Tunisia e il decesso da esule (o da latitante) gravemente malato. Oggi è sicuramente giunto il momento di chiedersi quanto quella scena riassumesse davvero la stagione del “craxismo” e quanto sia giusto ignorare le argomentazioni di chi, sul fronte opposto, invita invece a spostare l’attenzione sulla storia che la precede, magari al fine di rovesciare l’interpretazione di quel simbolo (a vergognarsi non doveva essere Craxi, ma i lanciatori di monetine e persino la magistratura). Occorrerebbe l’analisi, appunto. In questi giorni ho letto due libri sospesi tra la memoria e l’analisi. Il primo, di Claudio Martelli, per anni suo intimo sodale, porta un titolo semplicistico e deludente: “L’antipatico” (La nave di Teseo). Il secondo, del giornalista Marcello Sorgi, è ancora più esplicito nella sua tesi di fondo: “Presunto colpevole” (Einaudi). Eppure, dopo averli letti, non potrei dire che lo sforzo riabilitativo riesca a portare quelle prove di cui un colpevolista avrebbe davvero bisogno per rivedere in profondità il suo giudizio. Nel volume di Martelli, per esempio, si afferma che in Italia, negli anni che vanno dal 1992 al 1994, non c’era più lo “stato di diritto”. Sacrosanta la sua fuga in Tunisia, quindi, e la delegittimazione del Pool di Mani Pulite. Similmente, Marcello Sorgi accosta la fine di Craxi a quella di Aldo Moro, sostenendo che in entrambi i casi una aberrante “ragion di stato” abbia stritolato quella umanitaria, tanto da rendere insomma il loro destino simile a quello di Josef K. nel “Processo” di Kafka (“La legge è sì incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuole vivere”). (Sia detto per inciso: anche Gianni Amelio, nel film “Hammamet”, suggerisce un accostamento tra Craxi e Moro, citando una frase tratta da una delle lettere dello statista pugliese scritte, quasi in punto di morte, dalla prigione delle BR: “Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo”). Personalmente non ho difficoltà a ritenere che molti dei tratti connessi all’epilogo della vita di Craxi (a cominciare dall’episodio delle monetine) siano stati deplorevoli. Al sopraggiungere dell’analisi, però, non può accompagnarsi l’accoglimento della tesi “martiriologica”, secondo la quale il riesame del cupo finale fa apparire tutto più luminoso. Craxi non fu un “martire”, non fu neppure l’unico a pagare per le vicende di Tangentopoli, e nessuno, neppure lui stesso, avrebbe mai potuto adottare il giudizio espresso da Leonardo Sciascia nel suo “L’affaire Moro”: “il meno implicato di tutti”. Che poi altri, altrettanto “implicati”, siano riusciti a farla franca, resta verissimo e dovrà essere compito di ulteriori analisi renderne minuzioso conto.

#maltrattamenti

2 thoughts on “La memoria e l’analisi

  1. Bravo Gabriele, finalmente una riflessione equilibrata. Senza demonizzazioni, senza damnatio memoriae, senza sepolcri imbiancati, senza tirare in ballo mutazioni antropologiche dovute al craxismo (di mutazione antropologica parlava già Pasolini almeno vent’anni prima di craxi…), senza sciacquarsi la coscienza con facili formule di condanna.
    Qualche spunto di riflessione: i socialisti italiani difendevano i dissidenti sovietici, cechi, polacchi, ungheresi ecc ecc; i comunisti italiani li volevano in carcere. i socialisti italiani condannavano i carri armati sovietici a budapest e a praga; i comunisti italiani dicevano che i carri armati sovietici difendevano il popolo (sic!)
    i socialisti italiani erano per la libertà; i comunisti italiani difendevano i sistemi totalitari; (per non dire di noi allora giovani e obnubilati, innamorati persi di stalin, di mao, di pol pot, di che guevara, di quell’altro barbuto dittatore di cuba e di altri oppressori: una storia di cui dovremmo vergognarci senza autoassolverci spostando ogni responsabilità sul cinghialone).
    i socialisti italiani sono stati, fin dall’inizio europeisti; i comunisti italiani fino a quando la polvere del muro di Berlino non li ha sepolti, parlavano di eurocomunismo e si sono convertiti all’europa piuttosto tardi. (qualcuno ci ricordi quando).
    i socialisti italiani avevano intuito i processi di modernizzazione; i comunisti italiani mandavano i sindacalisti della cgil a studiare in germania (quella dell’est).
    per ultimo: si può, anzi si deve, condannare la corruzione e ALLO STESSO TEMPO condannare le monetine e il rito barbarico dell’uccisione dell’animale sacrificale. si può, anzi si deve, condannare la prepotenza del potere: quello politico e anche quello giudiziario.

  2. Possiamo dire anche così: i socialisti a un certo punto si sono trovati dalla parte giusta, ma non ne hanno saputo approfittare. Avrebbero potuto cercare di guidare un processo di unificazione della sinistra al di fuori del recinto nel quale si era chiuso il PCI, ma la loro crescita si rivelò più lenta del previsto e quindi si decise che si poteva sclerotizzare il sistema politico italiano (pentapartito, caf) nutrendolo dei suoi vizi peggiori. In questo senso l’appetito (non metaforico) del leader divenne l’appetito (metaforico) di un partito di media grandezza, appetito poi trasformato in cinica ingordigia. Fossi stato un socialista, a quel tempo, avrei rimproverato Craxi di non aver intuito per tempo che i tempi stavano cambiando per tutti, non solo per i comunisti travolti dai calcinacci del muro. Ma lui non lo intuì e ha condannato (insieme a sé) anche un intero ceto politico che aveva commesso l’errore di sostenerlo senza obiezioni.

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