Auschwitz, in nome della Germania

Merkel Auschwitz

Mi è capitato di ascoltare il bellissimo discorso che Angela Merkel ha tenuto ad Auschwitz, venerdì 6 dicembre. Parlare qui, ha detto la Cancelliera, con alle spalle i volti incorniciati di chi fu ammazzato nel campo di concentramento, è una cosa per me difficilissima. La difficoltà, come ha poi chiaramente affermato, derivava proprio dall’essere la rappresentante di un paese che nella coscienza collettiva resta il principale responsabile dell’orrore che tutti noi attribuiamo a quella esperienza storica. In un luogo come questo, ha aggiunto, sarebbe forse più opportuno tacere. Ma soltanto il tacere, o per meglio dire neppure il tacere, sarebbe abbastanza. Così ha parlato, la Cancelliera, usando parole più incisive del silenzio. E quelle parole è riuscita a trovarle, bisogna ammettere, nell’unico modo in cui era possibile riuscirci, vale a dire assumendo su di sé e sul nome della Germania tutta la responsabilità di quanto accaduto. Questo fatto mi ha ricordato un dibattito che qualche anno fa, alla fine degli anni Ottanta, attraversò l’opinione pubblica tedesca col nome di “Historikerstreit”. In buona sostanza – mi scuso se riassumo in modo così pedestre e fulmineo una discussione alla quale parteciparono, fra gli altri, intellettuali come Ernst Nolte, Michael Stürmer, Andreas Hillgruber e Jürgen Habermas – si trattava di “decidere” se la questione della Shoah dovesse essere intesa come uno, tra gli altri, dei fenomeni all’interno del più ampio contesto europeo di quegli anni, come risposta al terrore bolscevico, per esempio, oppure se essa determinava in modo inevadibile e non relativizzabile la stessa identità tedesca. Fu in particolare Habermas a schierarsi contro ogni tipo di revisionismo apologetico (o cripto-apolegetico), dichiarando che i crimini commessi dalla Germania nazista non erano da sbiadire in una dimensione interpretativa più vasta, bensì dovevano costituire un perdurante richiamo alle “proprie” colpe e quindi alla perdurante responsabilità che quelle colpe implicavano. Angela Merkel ha tratto le conseguenze di questa assunzione di responsabilità citando Primo Levi: “È accaduto, per questo può accadere di nuovo”. Siccome è accaduto, siccome siamo NOI – noi tedeschi – che l’abbiamo fatto accadere, ecco il significato più alto del discorso della Merkel, siamo proprio NOI TEDESCHI che dobbiamo evitare che venga dimenticato ciò che è accaduto, e siamo ancora NOI TEDESCHI che dobbiamo soprattutto impegnarci affinché ciò non accada più. Ponendosi alla ricerca dell’identità tedesca, ricordo dell’accaduto e proposito affinché quanto accaduto non accada di nuovo sono i due lati di ciò che non potrà essere più disgiunto (e solo basandosi sul primo lato è possibile anche dar luogo al secondo). Per questo Auschwitz è il luogo dell’identità che – in nome, nel nome della Germania – lega nella medesima parola il destino dei perseguitati e dei persecutori, affidando la speranza del “mai più” a tutte quelle generazioni future che, ancora per usare le parole di Levi, non si sottrarranno al comandamento impartitoci da chi vide quell’inferno coi propri occhi: “Meditate che questo è stato”.

#maltrattamenti

 

 

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