Irriducibile anarchico

Paolo Faccioli

Il 12 dicembre ricorre il cinquantesimo anniversario della bomba di Piazza Fontana. La testimonianza del bolzanino Paolo Faccioli, al tempo accusato di essere un terrorista.

Avete presente l’inizio di una partita di hockey? Da quando l’arbitro lancia il disco sul ghiaccio, subito dopo il primo “ingaggio”, non ci sarà più un momento in cui i giocatori si ritroveranno nella posizione iniziale. Si potrebbe anzi persino dubitare che quella “stessa” partita la giochino gli “stessi” giocatori. Nulla di strano, si dirà. Basta ricordarsi del noto frammento di Eraclito: “Non si può discendere due volte nel medesimo fiume”. Ma cosa c’entra l’hockey con una delle ricorrenze più dolorose della recente storia d’Italia, col giorno in cui a Milano, nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, un atroce attentato uccise 17 persone e ne ferì altre 88?

Rievochiamo il cinquantenario della strage con Paolo Faccioli. Bolzanino, anarchico, al tempo giovanissimo testimone degli accadimenti (“guarda che comunque io non ho alcun merito, non è che posso continuare a spacciarmi per il resto della mia vita come una vittima politica”). La sua storia in effetti non è sconosciuta. Compare quasi sempre nelle ricostruzioni offerte per chiarire il contesto delle prime indagini sugli attentati che, nell’ultimo scorcio degli anni Sessanta, annunciarono il cruento decennio successivo. Il 25 aprile c’era stato una sorta di preludio. Due altri ordigni, uno al padiglione della Fiat della Fiera Campionaria, un altro all’ufficio cambi della Stazione centrale, che fortunatamente non provocarono vittime. Le indagini si diressero subito sugli anarchici. Faccioli venne arrestato, nonostante risiedesse a Pisa, a causa delle sue frequentazioni con i compagni di Milano, tra i quali figuravano l’editore Feltrinelli e Giuseppe Pinelli. Alla vicenda delle prime bombe, di quanto accadde tra l’aprile e il dicembre del 1969, ha dedicato adesso un documentatissimo libro il giornalista trentino Paolo Morando (“Prima di Piazza Fontana. La prova generale”, Laterza 2019), stimolato proprio da una lunga conversazione notturna avuta alcuni anni fa con Faccioli.

Gli chiedo cosa pensa di queste rievocazioni, determinate anche dall’anniversario. “Io non seguo più tutto quello che esce su Piazza Fontana. Ritengo che questi testi siano veramente apprezzati solo all’interno del ristretto ambito della sinistra, anzi della sinistra che ha perso. Ma il motivo di quella sconfitta, che poi è anche il motivo del mio moderato interesse attuale, non è stato capito a fondo”. Ciò che non è stato compreso, prosegue, è l’atteggiamento di superiorità morale con il quale gli adepti della vecchia sinistra, ma anche i loro eredi più giovani, hanno incrostato l’accesso ai fatti, interpretandoli sempre alla luce della contrapposizione, cioè del conflitto tra una minoranza di illuminati e l’oscurantismo o la violenza di Stato. “Mauro Rostagno una volta ha detto: per fortuna abbiamo perso”, taglia corto Faccioli condividendone l’opinione, e prende ad estrarre dal repertorio dei suoi ricordi solo quei particolari che spostano il punto di vista consueto, per guardare oltre.

Ripercorrendo la traccia del suo libro “Misfit. Troppo anarchico per definirmi anarchico” (uscito l’anno scorso per i tipi di Montaonda), si dipana così il racconto di un’apparente divagazione esistenziale, in realtà fedele a un centro che semplicemente cambia posizione. Dagli esordi di anarchico ingiustamente accusato di terrorismo, al soggiorno in India, come allievo di Osho, fino al rientro in Italia, grazie alla sua attività di apicultore. Quindi la malattia, combattuta sempre adottando un confronto critico con le metodologie considerate “normali” per affrontarla. Troppo anarchico per definirsi anarchico, appunto, ma proprio per questo irriducibilmente anarchico, Faccioli è diventato, malgré lui, un maestro sorridente, travestito da allievo della vita. “Per capire che cosa intendo con un atteggiamento radicalmente anarchico, bisognerebbe approfondire di nuovo il pensiero di Wilhelm Reich, che fu per me una lettura fondamentale. Negli anni Trenta del secolo scorso lui aveva già capito che non si può combattere il fascismo senza rivedere tutti i nostri pregiudizi, addirittura le nostre abituali posture corporali. Il fascismo, ogni potere che dà luogo ad un Sistema opprimente, abita dentro di noi e non possiamo cavarcela proiettandolo su una figura esterna, contro la quale scagliarsi perché ci illudiamo che sia completamente aliena rispetto a ciò che siamo”.

Il discorso ci riporta a Pinelli. Ricorda la lettera che ricevette, proprio il 12 dicembre, quando lui si trovava in carcere per i fatti del 25 aprile, e il ferroviere, che sarebbe morto dopo tre giorni, stava per essere convocato in Questura. La sua ultima lettera, dunque. Cita il regalo che ricevette dal compagno più anziano, l’Antologia di Spoon River, in precedenza già regalata anche al Commissario Calabresi. “Pino era il più saggio di tutti noi. Aveva fatto la resistenza. La sua relazione con il Commissario era più complessa dell’immagine che ne è stata data dopo: sono convinto che non avrebbe gioito della sua persecuzione, come noi invece gioimmo della sua morte, perché aveva un concetto più alto di umanità”. Cosa sia questo concetto più alto di umanità me lo spiega con una specie di parabola, conclusione perfetta della nostra conversazione: “Poco tempo fa avevo bisogno di un idraulico. Quando è venuto a casa mia e ha visto i miei libri ho colto un certo imbarazzo nella sua espressione. Era come se quei volumi lo respingessero, costruendo un muro tra noi. Poi però ha notato che dai libri spuntavano anche due bandiere della squadra bolzanina di hockey. Allora ha cambiato totalmente umore, si è aperto, e abbiamo cominciato a comunicare. Ho scoperto poi che era un militante di CasaPound. A quel punto, però, il ghiaccio era rotto e neppure io ho più potuto irrigidirmi”.

ff, 05. Dezember 2019/No. 49

Sardine montaliane

Manifestazione delle "Sardine" contro la visita di Matteo Salvini a Modena Manifestazione delle "Sardine" contro la visita di Matteo Salvini a Modena

È possibile spiegare in poche righe questo nuovo “fenomeno” (la parola “movimento” sarebbe forse azzardata, attendiamo sviluppi) delle Sardine che stanno riempiendo le piazze d’Italia? Apparentemente si tratta di qualcosa di molto semplice: è tutta gente che non sopporta Matteo Salvini, il suo modo gradasso di fare politica, e quindi manifesta per segnalare un sentimento a lui contrario. Nel loro manifesto si legge: “Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”. Difficile immaginare qualcosa di più accogliente. Un Benedetto Croce redivivo scriverebbe di getto un saggio intitolato “Perché non possiamo non dirci Sardine”. Nessuno capisce ancora se si tratti di una moda spontanea, e quindi già declinante, o di un sommovimento profondo dell’animo del Paese. Qualcosa, insomma, che farà sbocciare una tendenza meno vaga e occasionale. Non è agevole scorgere tratti di lunga durata in queste cose. Intanto, mentre fioriscono teorie complottiste (“le manda il Pd”) e distinguo di opposta natura (“manca l’analisi e manca l’elmetto”), le Sardine cantano. Bella ciao, più qualche altro pezzo dal repertorio della canzone d’autore italiana. A Genova hanno omaggiato Fabrizio De Andrè (Crêuza de mä), in Emilia Romagna Lucio Dalla (Com’è profondo il mare). Il testo che le fotografa meglio, però, è una famosa poesia di Eugenio Montale: “Non chiederci la parola / che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco / lo dichiari e risplenda come un croco / perduto in mezzo a un polveroso prato. (…) Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

La colonnina, ff, 05. Dezember 2019/No. 49